La vita quotidiana ai tempi del coronavirus #2

Prosegue la quarantena nella nostra felice prigione domestica. La quarantena mi sta entrando in testa: solo a vedere in televisione le immagini di gente seduta tranquillamente al bar mi fa venire l’ansia, anche se è la scena di un telefilm degli anni Novanta. Questa settimana sono uscito solo per andare a recuperare il computer al lavoro, dato che finalmente sono entrato in modalità smart working. Sono tra i fortunati.

Lavorare da casa funziona così: faccio tutto quello che faccio di solito, ma senza vedere in faccia i miei colleghi. Peccato, perché i miei colleghi sono piuttosto graziosi. Il mio dress code magari lascia un po’ a desiderare, ma questo vale anche per il resto dell’anno. Rispettando tassativamente le istruzioni sulla sicurezza che ci hanno consegnato, mi sono creato un’isola di lavoro in mansarda, ho collegato cavi e cavetti e fin dalla prima mattina alle 8 in punto ero operativo. Alle 8.05 della stessa mattina il gatto ha vomitato sul pavimento ed ho dovuto fare una micropausa per pulire, ma a parte questo è andato tutto liscio. Spesso il gatto mi sale sulle ginocchia per spiare quello che faccio, ma non avendomi voluto firmare il GDPR devo farlo scendere; verso mezzogiorno, quando il sole entra dalla finestra e scalda il lato destro della scrivania, si accoccola invece sul tappetino del mouse. La situazione attuale non la turba: lei è in clausura da quindici anni. Nessuno parla di gatti nelle istruzioni sul telelavoro. Nonostante il felino e l’occasionale capatina di Bustina a vedere come sto devo ammettere che in questa condizione di ritiro monacale non si lavora poi così male. Risparmio molto sui tempi di trasporto, anche se mi manca un po’ inveire contro gli altri automobilisti: in pausa pranzo ho aperto la finestra ed ho lanciato quattro insulti alle poche auto di passaggio, giusto per scaricare la tensione.

A quanto pare, anche la parentesi del lavoro da casa potrebbe essere già finita. Aspettiamo sviluppi. Già mi mancano le uscite con gli amici, le serate al bar o al cinema, gli abbracci con i parenti: in pratica, mi manca tutto quello che non facevo neanche prima.

In questi giorni mi viene spesso in mente una poesia di Du Fu, dell’epoca Tang, tremendamente adatta al momento che stiamo passando tutti. So che è molto nota ma la riporto nel caso qualcuno non ce l’abbia ben presente:

 

國破山河在,城春草木深。

感時花濺淚,恨別鳥驚心。

峰火連三月,家書抵萬金。

白頭搔更短,渾欲不勝簪。

 

Il paese è in rovina, monti e fiumi resistono.

In città a primavera erbe e alberi sono fitti,

nel momento della commozione bagno di lacrime i fiori.

Odio gli addii e gli uccelli mi spauriscono il cuore.

I fuochi delle sentinelle durano da tre mesi,

le lettere da casa arrivano a valere diecimila pezzi d’oro.

Sul mio capo bianco sempre più rado al tatto,

i capelli quasi non trattengono più lo spillone.

 

A parte questo, la vita va avanti ricca di emozioni. Ieri, ad esempio, ho trapiantato un cactus. Bello, eh? Mi sono anche punto. La vida loca, proprio. Resistiamo.

La vita quotidiana ai tempi del coronavirus

Da quattro giorni siamo chiusi in casa, porta sbarrata e schioppo puntato su chiunque si avvicini al cancello. Se a questi quattro giorni aggiungiamo una settimana di mutua (vera, dovuta ad un virus da niente, di quelli bonaccioni che giravano una volta) e per Bruna un’altra settimana di semi-clausura causa Bustina in vacanza prolungata, siamo in stato di semi quarantena da quando circolano le prime notizie sul virus in Italia.

Non è che abbiamo particolarmente paura. Siamo più che altro terrorizzati, ma non per noi: per i nostri anziani, come dicono tutti. Io, ad esempio, sono un nostro anziano. Soffro anche di una patologia pregressa: la paura di morire.

La vita in quarantena me la immaginavo più divertente: libri, film, videogiochi, tutto il giorno sul divano. Evidentemente avevo confuso l’epidemia con l’adolescenza. In realtà, la prima sfida della giornata è alzarsi dal letto, togliersi il pigiama e lavarsi i denti. Esattamente come durante la mia adolescenza, in effetti. Ora però non sono più un ragazzino brufoloso, ho una figlia di cui prendermi cura ed è mia responsabilità soddisfare le sue esigenze. La mattina non faccio neppure in tempo a bere il caffè che Bustina pretende che io accenda il computer per giocare insieme a vecchi videogiochi degli anni Novanta e se questo è il mio dovere di padre, potete stare sicuri che non mi tirerò indietro!

La scuola di Bustina non ha ancora fatto partire la didattica a distanza, del resto aspettarsi che tutto il mondo della scuola si adegui al ventunesimo secolo nel giro di un paio di settimane sembra una richiesta un filino fantascientifica. Attendiamo fiduciosi, nel frattempo le maestre si stanno prodigando comunque a recapitare in via più o meno telematica tutti i compiti al fine di evitare che le nostre piccole caprette tornino a brucare l’erba.

Noi grandi ci teniamo in forma con le pulizie di casa, facciamo un po’ di ginnastica e taijiquan tutti i giorni e studiamo il cinese, anche se la nostra speranza di compiere il quinto viaggio in oriente quest’estate si fa ogni giorno più flebile. Finora siamo usciti solo un paio di volte, per andare in farmacia o a fare la spesa, rigorosamente uno alla volta e bardati con delle mascherine che avevamo comprato qualche anno fa proprio per andare in Cina. Per l’inquinamento, sapete? Una volta ci si metteva le mascherine per l’inquinamento. Che tempi buffi.

Le avventure di Bustina #8: favola di Venezia

Le avventure di Bustina #8: favola di Venezia

Noi ci vantiamo di voler dare a Bustina un’educazione moderna e cosmopolita, ma devo confessare che fino a poco tempo fa ella soffriva di una delle più gravi forme di lacuna culturale di cui possa soffrire un essere umano: non era mai stata a Venezia. Il dramma potrebbe eventualmente essere giustificabile, in una pargola di cinque anni e tre quarti, se le fosse capitato di abitare a Benin City o a Punta Arenas. Già entro i confini dell’Eurasia la faccenda sarebbe del tutto vergognosa. Considerando che abitiamo ad un tiro di spritz dalla città lagunare e che Bustina si è già sciroppata nel corso della sua giovane vita già cinque viaggi intercontinentali ed una capatina in Abruzzo, francamente tale mancanza appare ingiustificabile e meritevole di biasimo. Oltretutto, recentemente Bustina si è invaghita di uno di quei personaggi visti in televisione che impazzano tra i giovani, un tale Marco Polo. Pare che “Marco”, come lo chiama familiarmente lei, abitasse proprio a Venezia e la piccola ammiratrice ha insistito molto per andare a visitarla…

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Le gondole ed altri terribili luoghi comuni

Approfittando di un corso professionale svolto da Bruna nei paraggi, quindi, io e Bustina abbiamo trascorso un fine settimana a Venezia avventurandoci per questa città che ero solito frequentare nei giorni della mia giovinezza. Graziati da due giornate di cielo limpido e da un periodo di bassa stagione che la faceva apparire quasi deserta, abbiamo passeggiato per tutte le calli ed i ponti più famosi. Quando il freddo si faceva troppo pungente, salivamo in traghetto per un lungo giro del Canal Grande o cercavamo rifugio in qualche chiesa. Il sabato abbiamo persino visitato alcuni musei eccezionali come la Scuola Grande di San Rocco o il Museo di Arte Orientale a Ca’Pesaro, ricchi di opere d’arte uniche al mondo ed ottimamente riscaldati nelle giornate d’inverno. Il giorno dopo, invece, non avendo una meta designata né orde di turisti da scansare, ci siamo a lungo permessi di passeggiare a caso, svoltando ad ogni incrocio verso dove ci attraeva semplicemente una calle più stretta delle altre o un edificio dall’architettura curiosa, finendo spesso per perderci o sbucare in un delizioso campiello senza vie d’uscita per poi tornare indietro.

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Venezia è nota più che altro per la presenza di ponti

Bustina si conferma un’eccellente camminatrice (oltre venti chilometri a piedi in due giorni!) ed una bambina curiosa, attenta e divertente. Viaggiare con lei è sempre un’esperienza meravigliosa, che ti permette di riscoprire posti che pensavi di conoscere e vederli con occhi nuovi. Ad esempio, non ricordavo che a Venezia ci fossero così tanti posti che non sono bacari. L’unica nota di delusione è stata causata dall’assenza della tanto agognata “casa di Marco Polo”, distrutta probabilmente qualche secolo fa per essere sostituita da un negozio di souvenir. Solo una targa di marmo, posta ad altezza inspiegabile, ricorda che il famoso mercante aveva dimorato nei paraggi. In Cina avrebbero senz’altro ricostruito l’edificio ex-novo in stile finto medievale… ed alla fine non sono del tutto sicuro che mi sarebbe dispiaciuto. D’altra parte, nel corso delle nostre escursioni oltre la Grande Muraglia abbiamo visitato almeno 3 città che si vantavano di essere “la Venezia D’Oriente” ed abbiamo sentito questo epiteto riferito almeno ad un’altra decina di località grandi o piccole. So di darvi un dispiacere, amici cinesi, ma senza alcuno spirito campanilistico devo ammettere che di Venezia al mondo ce n’è una sola, ladra e puzzolente, misteriosa e sempre affascinante, unica ed insostituibile. Almeno fino a quando la smonterete per trasferirla nel bacino dello Yangtze, ovviamente.

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Senza nulla togliere alle foci dello Yangtze

Le avventure di Bustina #7: Mittelitalia

Le avventure di Bustina #7: Mittelitalia

Finito che ebbe con il serpente, Dio si rivolse al maiale e disse: “Io porrò inimicizia tra te e l’abruzzese, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questi ti schiaccerà in salsiccia e tu gli insidierai il girovita”.

(Genesi apocrifa)

 

L’anno scorso vi ho un po’ trascurati, è vero. D’altra parte, non c’è stato molto di cui raccontare: il 2017 è stato un anno avaro di viaggi e le poche vacanze che ci siamo concessi non sono state particolarmente fortunate e degne di nota. Il quarto viaggio in Cina, previsto per le vacanze invernali, è saltato per ragioni organizzative (non siamo riusciti ad organizzarci per avere abbastanza soldi) e pertanto il prossimo viaggio sarà direttamente il quinto.

Nel frattempo, però, io avevo pensato di sostituire l’Estremo Oriente con l’Estremo Meridione, progettando per il periodo tra Natale e la Befana una colossale avventura on the road con giro della penisola e destinazione finale in Sicilia, magari dalle parti di Ragusa. Dopo una breve contrattazione con Bruna, il progetto è stato ridimensionato fino a limitarsi al solo continente, con tappe a Pompei, Paestum, Salerno, Battipaglia, Matera ed Andria. Dopo un’ulteriore breve discussione, abbiamo realisticamente deciso di dedicare le nostre forze solo alla visita di Pompei e Paestum, ponendoci come meta ultima Battipaglia per via delle rinomate mozzarelle.

Ed è così che siamo andati a Magliano de’ Marsi, provincia dell’Aquila. Splendida località, peraltro, dove torniamo sempre volentieri. Quivi ci attendevano degli ottimi parenti, un’accoglienza generosa ed un’ospitalità ineguagliabile. Le nostre giornate, anziché consumarsi nell’appassionante ma faticosa scoperta dei tesori archeologici e culturali nazionali, sono state dedicate all’altrettanto appassionante scoperta di tesori enogastronomici che solo le abili mani abruzzesi sanno preparare. Fondamentalmente stavamo sempre mangiando, o cercando di digerire quanto avevamo mangiato per prepararci al pasto successivo. Per chi non avesse avuto la ventura di provarla, la cucina mittelitalica si basa sul consumo smodato di salsiccia di maiale: salsiccia alla griglia, salsiccia stufata, bruschetta con la salsiccia, pasta con il sugo di salsiccia, panino con la salsiccia e salsiccia ripiena di salsiccia. Questa passione per la salsiccia è stata introdotta nella cultura abruzzese per lasciare un po’ di tregua alla locale popolazione ovina, precedentemente oggetto esclusivo delle attenzioni gastronomiche locali (tra arrosticini, costicine ed altri manicaretti dal nome grazioso, l’Abruzzo è l’unica regione al mondo in cui la pecora è considerata specie a rischio di estinzione).

Bustina, che pure non si sottraeva alle libagioni, dedicava gran parte delle sue energie a giocare con i cugini, gli amici dei cugini, i parenti dei cugini e semplici passanti. A differenza di quanto preveda la nostra algida cultura settentrionale, infatti, nell’Italia centrale è consentito presentarsi a casa di altri (persino con bambini) in maniera del tutto informale e senza essere stati invitati in precedenza, motivo per cui la casa dei Cugini d’Abruzzo era meta di frequenti visite. La cosa ha suscitato in noi polentoni stupore ed ammirazione.

Unico diversivo al nostro incessante alzarsi da tavola e sedersi a tavola sono state delle brevi incursioni nelle terre innevate circostanti ed una rapida gita all’Aquila, capoluogo di regione e già vittima di un grave recente terremoto. Come temevamo, gran parte della città è ancora costellata di gru e cantieri, con i segni fin troppo evidenti della gravità della catastrofe. Alcuni palazzi hanno riaperto al pubblico, molti edifici sono stati restaurati, ma il lavoro da fare resta ancora molto e le strade del centro sono percorse soprattutto da operai e muratori.

Sulla via del ritorno, poi, ci siamo fermati a Ovindoli, per via delle rinomate mozzarelle. Qui, stanco del mio essere ovunque additato quale lo straniero settentrionale che sono, ho cercato pateticamente di mimetizzarmi esibendomi con il commesso del negozio di alimentari nel mio migliore accento romano, appreso durante la visione di innumerevoli cinepanettoni. Inutile dire che la patetica farsa non ha attecchito neppure per un secondo: tradito dalla mia erre cimbra, il commesso mi ha subito smascherato chiedendo sarcastico: “Ah, mi faccia indovinare: lei è di Siracusa, vero?” facendomi sentire più meschino di Fantozzi alle prese con l’accento svedese.

Anche il passaggio all’anno nuovo è avvenuto in compagnia dei parenti ed amici abruzzesi, che ci hanno fatto sentire meglio che a casa. Bustina ha assistito per la prima volta, spaventata ed ammirata al tempo stesso, al tradizionale scoppio di mortaretti e fuochi d’artificio, mentre noi adulti ci godevamo una cena casalinga che qui nella tundra vicentina sarebbe sufficiente per almeno un paio di matrimoni.

(Certo, io un po’ ci marciavo nel sottolineare le differenze tra l’asettico, freddo ed avaro nord e l’accogliente ed ipercalorico sud: avevo capito che in questo modo mi davano di più da mangiare).

Con gli ultimi abbracci ad un popolo ricco di storia, generosità ed insaccati si è così concluso l’ultimo viaggio del 2017 ed il primo dell’anno in corso, che ci auguriamo sarà ricco di nuove ed entusiasmanti avventure.

Le avventure di Bustina #6: turistas

Quest’estate la nostra fedele roulottinzia ci ha portato prima in Istria e poi in Alto Adige, entrambe regioni dove l’italiano è una seconda lingua e dove i fascisti hanno fatto parecchi danni (e dove no, mi chiederete voi?).

Rovigno si riconferma una bellissima città, almeno vista da lontano perché ormai le orde estive di turisti (gli altri) rendono impossibile avvicinarsi al centro: se ne stanno tutti lì con il naso per aria a fare foto con il telefono o si accalcano lungo le interminabili file di bancarelle a farsi rapinare per un souvenir. I migliori sono sempre i cinesi, che torneranno a casa con le borse piene di falsi oggetti di lusso rigorosamente Made in China. Da quelle parti ci siamo avventurati solo un paio di volte, una per andare in pescheria e l’altra per raggiungere una spiaggia che si trova sul lato opposto della penisola, sempre maledicendo gli zombi che ostruivano la carreggiata e con Bustina caricata sul seggiolino della bicicletta.

Ogni giorno ci svegliavamo, facevamo colazione con calma, la colazione sfumava nel pranzo e poi ad una qualche ora si andava in spiaggia, ogni giorno in un posto diverso. Vita da campeggio, insomma. Il genere di vita che un giorno, anche grazie al riscaldamento globale, faremo tutti, trecentosessantacinque giorni l’anno, e guardando indietro ci chiederemo perché diamine andassimo a lavorare. L’unico inconveniente era dover accompagnare più volte al giorno Bustina al bagno del campeggio, mentre in casa ha ormai acquisito la completa autogestione delle proprie faccende corporali. L’unico altro inconveniente era dato da una popolazione di zanzare pari a 34 esemplari per metro cubo d’aria, a causa delle quali Bruna ci vietava severamente di accendere qualsiasi luce dopo il tramonto del sole. Per una settimana abbiamo quindi dovuto scegliere tra cenare alle sei del pomeriggio come i nostri bisnonni o cenare completamente al buio, cercando di indovinare a tentoni il cibo nel piatto.

Quest’ultimo genere di problemi non si è fortunatamente ripetuto in Val Venosta, dove in Agosto le temperature scendono già al di sotto della soglia di sopravvivenza di qualsiasi animale sprovvisto di pelliccia e fortunatamente le zanzare non si sono ancora evolute fino a questo punto. Alcune notti pure noi dubitavamo di sopravvivere, in effetti, se non fosse stato per un paio di piumini che ci eravamo previdentemente portati appresso e per qualche spuntino ipercalorico. Di giorno, in compenso, il cielo generalmente azzurro ed il clima artico ci hanno permesso di godere di numerose escursioni e passeggiate nei dintorni, dove abbiamo potuto ammirare le meraviglie naturali quali l’Ortles, il lago di Resia, la Svizzera e lo speck. Più che altro lo speck.

Un giorno, da ignoranti, abbiamo pensato di fare un giro dalle parti di Livigno, il ben noto paradiso fiscale per poveracci al confine con la Svizzera. Purtroppo, benché il paesaggio rimanga senza dubbio incantevole, il proliferare di negozi pronti a venderti l’impossibile iva esclusa e la folla di scalmanati provenienti da ogni dove per accaparrarsi mercanzia a prezzi scontati hanno reso questo ameno paesino di montagna quanto di più simile all’inferno dantesco, se Dante avesse voluto lanciare un messaggio contro gli eccessi del consumismo sfrenato. Auto parcheggiate in ogni dove e cariche all’impossibile di tabacchi, liquori, vestiti, elettronica, sciamannati che entravano ed uscivano di corsa dalle botteghe alla ricerca dell’affare migliore, boutique con prezzi rigorosamente gonfiati al fine di poter poi applicare uno sconto farlocco… Noi ci siamo accontentati di una stecca di cioccolato, una bottiglia di porto ed una confezione di lamette da barba, tanto che persino la guardia doganale ci ha guardato con un certo stupore perché eravamo i primi a dichiarare di non avere nulla da dichiarare senza mettersi a ridere.

Nel frattempo, per tornare all’argomento di vostro maggiore interesse, Bustina sta iniziando ad esprimersi in modo molto più articolato. Di tutte le profezie di sventura che ci erano state fatte nei mesi scorsi (“Vedrete che smetterà di mangiare, smetterà di dormire, si ammalerà, vi darà fuoco al divano, vi ruberà l’auto, ecc. ecc.”), finora l’unica che si è avverata in effetti è quella che una volta iniziato a parlare, Bustina non sarebbe stata zitta un minuto. È proprio così. Ella parla, parla, parla e non si capisce quasi niente ma parla lo stesso. Talvolta canta: qualche motivetto di sua invenzione, la sigla di Heidi o Bohemian Rapsody dei Queen. Un piacere averla in auto, ormai non serve più accendere l’autoradio. Inoltre, Bustina sta già imparando ad andare in bicicletta senza le rotelline, capacità che suo padre ha acquisito intorno ai nove anni, ed a socializzare con gli altri bambini, capacità che suo padre sta ancora sviluppando. A parte questo, mangia ancora di tutto, dorme, non si ammala, non ha dato fuoco al divano e non sa guidare l’auto. Per il momento, eh.

La fauna delle dolomiti

Pur avendo diversi quarti di sangue cimbro nelle vene, non sono mai stato un amante delle montagne. Da piccolo ci sarei andato se solo fosse stato possibile camminare leggendo, durante l’adolescenza me ne allontanai come gesto di ribellione contro il sistema patriarcale, nel corso della giovinezza la vita all’aria aperta interferiva spiacevolmente con la mia rigorosa routine di baldoria. Ora che ho una certa età di quando in quando mi piace fare una scampagnatina da anziano, confrontarmi con la natura selvaggia ed incontaminata, respirare l’aria buona e poi tornare a casa a guardare come procedono i lavori nei cantieri pubblici. Nel corso di queste mie sporadiche escursioni ho messo a frutto i miei studi sochologici osservando i miei contemporanei e giungendo alla conclusione che la fauna tipica delle Dolomiti si può dividere rozzamente in tre specie, in lotta per il possesso del territorio: l’uomo Quechua, l’uomo Montura e l’uomo delle Dolomiti.

L’uomo Quechua vive solitamente in città, fa un lavoro sedentario e pratica sport occasionalmente, un po’ per la salute e un po’ per confrontare le statistiche di runtastic con quelle del cognato, perché nel 2014 conta soprattutto la prestazione. Va in montagna due o tre volte all’anno, preparando l’escursione all’aria aperta con una ben più impegnativa nel settore trekking del decathlon, dove si rifornisce di tutto il necessario e buona parte del superfluo: berretto tecnico, canotta tecnica, camicia a quadrettoni tecnici, giacca antivento tecnica, pantaloni tecnici, calzini tecnici, scarponcini, bastoncini, occhialini, zaino, bussola, gps, altimetro, binocolo, torcia, crema solare, borraccia in alluminio, gavetta per le razioni k in caso di attacco nucleare, smartphone di penultima generazione per fare le foto ai paesaggi ma soprattuto a se stesso. L’uomo Quechua trascorre di solito unghe ore a pianificare su Internet percorsi e tappe, calcolare quantità di calorie necessarie al percorso ed indice di disidratazione, confrontare i commenti sul vitto delle diverse malghe espressi nei principali social network. A causa dell’eccesso di pianificazione, spesso esce di casa in ritardo, non trova parcheggio e, preso dallo sconforto, sale con la funivia o il bus navetta fino al rifugio, ciondola lì attorno per un po’, consulta l’altimetro, si compiace del panorama, mangia e scende, che tanto le dolomiti ormai sono tanto comode e le foto escono belle uguali.

L’uomo Montura è uguale all’uomo Quechua, ma ha speso quattro volte tanto per l’attrezzatura e questo lo fa sentire molto più sportivo. Se potesse, arriverebbe al rifugio direttamente con l’Audi, sgommando il proprio disprezzo in faccia all’uomo Quechua, che a suo dire involgarisce località altrimenti amene, impedendogli di rilassarsi come merita.

L’uomo delle Dolomiti abita nei paraggi dal tempo dei Reti e detesta gli invasori con la stessa cheta, viscerale passione. Non potendo gettarli nei dirupi, si limita a depredarli ferocemente facendosi pagare diciassette euro per un piatto di polenta coi finferli. Se deve andare in montagna, ci va in canottiera e con gli scarponi del nonno alpino, in groppa ad uno stambecco. Da vecchio diventa il nonno di Heidi.

Odissea marsicana

Domenica, un signore di mezz’età apre il cancello della cappella di famiglia nel cimitero di Magliano De’ Marsi, nelle campagne, saluta rispettosamente i parenti ed estrae dalla custodia un violino. Con il sole del mattino in faccia, dando le spalle ai suoi, suona rivolto al viale ordinato su cui si affacciano una di seguito all’altra le ultime abitazioni delle famiglie del paese. Non benissimo, forse. Le note si spandono tra le lapidi, accarezzano i visitatori di quel luogo silenzioso suscitando curiosità ed una misteriosa commozione. Non c’è mercimonio, in questo gesto pubblico e solitario, non c’è ambizione, solo la ricerca di un’ora di quiete personale in quel villaggio della quiete eterna. Lo ascolto quasi con le lacrime agli occhi, allontanandomi, senza motivo.

Ogni volta che parto per un viaggio, pur breve come questo, parto con l’eccitazione del vagabondo e con l’ignobile resistenza di chi deve comunque vincere l’attrito di un divano che odia. Sentimenti contrastanti. Ogni volta che torno, torno con la consapevolezza un po’ naif di essere più ricco in emozioni, conoscenze, salsicce secche in valigia e con il tragico dubbio di aver invece solo accumulato altre nozioni da wikipedia, senza che l’esperienza riesca poi a cambiarmi davvero. Tutto quello che ho visto in questi pochi giorni a zonzo per gli Appennini e la Marsica mi è sembrato meraviglioso e degno di essere vissuto: generose matrone, santuari gelati, arabeschi di marmo e di sentimenti, vecchie storie di famiglia, case restaurate o diroccate, paesini abbarbicati sulle colline come fuori dal tempo, macellai rancorosi, anziani sepolti in famiglia tornare brevemente alla vita. La modernità sembra priva di senso, al confronto, con i suoi telefonini scarichi e serie tv e lavori alienanti.

Se un giorno morirò seppellitemi però piuttosto al cimitero di Torano. E’ pieno di tombe selvagge ed inquiete, cresciute sregolatamente l’una sull’altra, tra cui la mia carcassa confusa potrebbe anche trovarsi a proprio agio.