Le avventure di Bustina #6: turistas

Quest’estate la nostra fedele roulottinzia ci ha portato prima in Istria e poi in Alto Adige, entrambe regioni dove l’italiano è una seconda lingua e dove i fascisti hanno fatto parecchi danni (e dove no, mi chiederete voi?).

Rovigno si riconferma una bellissima città, almeno vista da lontano perché ormai le orde estive di turisti (gli altri) rendono impossibile avvicinarsi al centro: se ne stanno tutti lì con il naso per aria a fare foto con il telefono o si accalcano lungo le interminabili file di bancarelle a farsi rapinare per un souvenir. I migliori sono sempre i cinesi, che torneranno a casa con le borse piene di falsi oggetti di lusso rigorosamente Made in China. Da quelle parti ci siamo avventurati solo un paio di volte, una per andare in pescheria e l’altra per raggiungere una spiaggia che si trova sul lato opposto della penisola, sempre maledicendo gli zombi che ostruivano la carreggiata e con Bustina caricata sul seggiolino della bicicletta.

Ogni giorno ci svegliavamo, facevamo colazione con calma, la colazione sfumava nel pranzo e poi ad una qualche ora si andava in spiaggia, ogni giorno in un posto diverso. Vita da campeggio, insomma. Il genere di vita che un giorno, anche grazie al riscaldamento globale, faremo tutti, trecentosessantacinque giorni l’anno, e guardando indietro ci chiederemo perché diamine andassimo a lavorare. L’unico inconveniente era dover accompagnare più volte al giorno Bustina al bagno del campeggio, mentre in casa ha ormai acquisito la completa autogestione delle proprie faccende corporali. L’unico altro inconveniente era dato da una popolazione di zanzare pari a 34 esemplari per metro cubo d’aria, a causa delle quali Bruna ci vietava severamente di accendere qualsiasi luce dopo il tramonto del sole. Per una settimana abbiamo quindi dovuto scegliere tra cenare alle sei del pomeriggio come i nostri bisnonni o cenare completamente al buio, cercando di indovinare a tentoni il cibo nel piatto.

Quest’ultimo genere di problemi non si è fortunatamente ripetuto in Val Venosta, dove in Agosto le temperature scendono già al di sotto della soglia di sopravvivenza di qualsiasi animale sprovvisto di pelliccia e fortunatamente le zanzare non si sono ancora evolute fino a questo punto. Alcune notti pure noi dubitavamo di sopravvivere, in effetti, se non fosse stato per un paio di piumini che ci eravamo previdentemente portati appresso e per qualche spuntino ipercalorico. Di giorno, in compenso, il cielo generalmente azzurro ed il clima artico ci hanno permesso di godere di numerose escursioni e passeggiate nei dintorni, dove abbiamo potuto ammirare le meraviglie naturali quali l’Ortles, il lago di Resia, la Svizzera e lo speck. Più che altro lo speck.

Un giorno, da ignoranti, abbiamo pensato di fare un giro dalle parti di Livigno, il ben noto paradiso fiscale per poveracci al confine con la Svizzera. Purtroppo, benché il paesaggio rimanga senza dubbio incantevole, il proliferare di negozi pronti a venderti l’impossibile iva esclusa e la folla di scalmanati provenienti da ogni dove per accaparrarsi mercanzia a prezzi scontati hanno reso questo ameno paesino di montagna quanto di più simile all’inferno dantesco, se Dante avesse voluto lanciare un messaggio contro gli eccessi del consumismo sfrenato. Auto parcheggiate in ogni dove e cariche all’impossibile di tabacchi, liquori, vestiti, elettronica, sciamannati che entravano ed uscivano di corsa dalle botteghe alla ricerca dell’affare migliore, boutique con prezzi rigorosamente gonfiati al fine di poter poi applicare uno sconto farlocco… Noi ci siamo accontentati di una stecca di cioccolato, una bottiglia di porto ed una confezione di lamette da barba, tanto che persino la guardia doganale ci ha guardato con un certo stupore perché eravamo i primi a dichiarare di non avere nulla da dichiarare senza mettersi a ridere.

Nel frattempo, per tornare all’argomento di vostro maggiore interesse, Bustina sta iniziando ad esprimersi in modo molto più articolato. Di tutte le profezie di sventura che ci erano state fatte nei mesi scorsi (“Vedrete che smetterà di mangiare, smetterà di dormire, si ammalerà, vi darà fuoco al divano, vi ruberà l’auto, ecc. ecc.”), finora l’unica che si è avverata in effetti è quella che una volta iniziato a parlare, Bustina non sarebbe stata zitta un minuto. È proprio così. Ella parla, parla, parla e non si capisce quasi niente ma parla lo stesso. Talvolta canta: qualche motivetto di sua invenzione, la sigla di Heidi o Bohemian Rapsody dei Queen. Un piacere averla in auto, ormai non serve più accendere l’autoradio. Inoltre, Bustina sta già imparando ad andare in bicicletta senza le rotelline, capacità che suo padre ha acquisito intorno ai nove anni, ed a socializzare con gli altri bambini, capacità che suo padre sta ancora sviluppando. A parte questo, mangia ancora di tutto, dorme, non si ammala, non ha dato fuoco al divano e non sa guidare l’auto. Per il momento, eh.

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La fauna delle dolomiti

Pur avendo diversi quarti di sangue cimbro nelle vene, non sono mai stato un amante delle montagne. Da piccolo ci sarei andato se solo fosse stato possibile camminare leggendo, durante l’adolescenza me ne allontanai come gesto di ribellione contro il sistema patriarcale, nel corso della giovinezza la vita all’aria aperta interferiva spiacevolmente con la mia rigorosa routine di baldoria. Ora che ho una certa età di quando in quando mi piace fare una scampagnatina da anziano, confrontarmi con la natura selvaggia ed incontaminata, respirare l’aria buona e poi tornare a casa a guardare come procedono i lavori nei cantieri pubblici. Nel corso di queste mie sporadiche escursioni ho messo a frutto i miei studi sochologici osservando i miei contemporanei e giungendo alla conclusione che la fauna tipica delle Dolomiti si può dividere rozzamente in tre specie, in lotta per il possesso del territorio: l’uomo Quechua, l’uomo Montura e l’uomo delle Dolomiti.

L’uomo Quechua vive solitamente in città, fa un lavoro sedentario e pratica sport occasionalmente, un po’ per la salute e un po’ per confrontare le statistiche di runtastic con quelle del cognato, perché nel 2014 conta soprattutto la prestazione. Va in montagna due o tre volte all’anno, preparando l’escursione all’aria aperta con una ben più impegnativa nel settore trekking del decathlon, dove si rifornisce di tutto il necessario e buona parte del superfluo: berretto tecnico, canotta tecnica, camicia a quadrettoni tecnici, giacca antivento tecnica, pantaloni tecnici, calzini tecnici, scarponcini, bastoncini, occhialini, zaino, bussola, gps, altimetro, binocolo, torcia, crema solare, borraccia in alluminio, gavetta per le razioni k in caso di attacco nucleare, smartphone di penultima generazione per fare le foto ai paesaggi ma soprattuto a se stesso. L’uomo Quechua trascorre di solito unghe ore a pianificare su Internet percorsi e tappe, calcolare quantità di calorie necessarie al percorso ed indice di disidratazione, confrontare i commenti sul vitto delle diverse malghe espressi nei principali social network. A causa dell’eccesso di pianificazione, spesso esce di casa in ritardo, non trova parcheggio e, preso dallo sconforto, sale con la funivia o il bus navetta fino al rifugio, ciondola lì attorno per un po’, consulta l’altimetro, si compiace del panorama, mangia e scende, che tanto le dolomiti ormai sono tanto comode e le foto escono belle uguali.

L’uomo Montura è uguale all’uomo Quechua, ma ha speso quattro volte tanto per l’attrezzatura e questo lo fa sentire molto più sportivo. Se potesse, arriverebbe al rifugio direttamente con l’Audi, sgommando il proprio disprezzo in faccia all’uomo Quechua, che a suo dire involgarisce località altrimenti amene, impedendogli di rilassarsi come merita.

L’uomo delle Dolomiti abita nei paraggi dal tempo dei Reti e detesta gli invasori con la stessa cheta, viscerale passione. Non potendo gettarli nei dirupi, si limita a depredarli ferocemente facendosi pagare diciassette euro per un piatto di polenta coi finferli. Se deve andare in montagna, ci va in canottiera e con gli scarponi del nonno alpino, in groppa ad uno stambecco. Da vecchio diventa il nonno di Heidi.

Odissea marsicana

Domenica, un signore di mezz’età apre il cancello della cappella di famiglia nel cimitero di Magliano De’ Marsi, nelle campagne, saluta rispettosamente i parenti ed estrae dalla custodia un violino. Con il sole del mattino in faccia, dando le spalle ai suoi, suona rivolto al viale ordinato su cui si affacciano una di seguito all’altra le ultime abitazioni delle famiglie del paese. Non benissimo, forse. Le note si spandono tra le lapidi, accarezzano i visitatori di quel luogo silenzioso suscitando curiosità ed una misteriosa commozione. Non c’è mercimonio, in questo gesto pubblico e solitario, non c’è ambizione, solo la ricerca di un’ora di quiete personale in quel villaggio della quiete eterna. Lo ascolto quasi con le lacrime agli occhi, allontanandomi, senza motivo.

Ogni volta che parto per un viaggio, pur breve come questo, parto con l’eccitazione del vagabondo e con l’ignobile resistenza di chi deve comunque vincere l’attrito di un divano che odia. Sentimenti contrastanti. Ogni volta che torno, torno con la consapevolezza un po’ naif di essere più ricco in emozioni, conoscenze, salsicce secche in valigia e con il tragico dubbio di aver invece solo accumulato altre nozioni da wikipedia, senza che l’esperienza riesca poi a cambiarmi davvero. Tutto quello che ho visto in questi pochi giorni a zonzo per gli Appennini e la Marsica mi è sembrato meraviglioso e degno di essere vissuto: generose matrone, santuari gelati, arabeschi di marmo e di sentimenti, vecchie storie di famiglia, case restaurate o diroccate, paesini abbarbicati sulle colline come fuori dal tempo, macellai rancorosi, anziani sepolti in famiglia tornare brevemente alla vita. La modernità sembra priva di senso, al confronto, con i suoi telefonini scarichi e serie tv e lavori alienanti.

Se un giorno morirò seppellitemi però piuttosto al cimitero di Torano. E’ pieno di tombe selvagge ed inquiete, cresciute sregolatamente l’una sull’altra, tra cui la mia carcassa confusa potrebbe anche trovarsi a proprio agio.

Ci volevo andare d’Ampezzo

Estate 2012, torrida. Mentre tutti parlano di argomenti sempre avvicenti come il costo della benzina, robe di calciatori, gli intrallazzi della casta (possa morire male chi ha inventato/diffuso questo termine) e amenità assortite, lasciate che vi racconti brevemente (ahahahah) cosa ho fatto invece io in quelle due settimane di ferie.

Inizialmente io quest’estate, in linea con i servizi del tg2 di cui mi nutro, avevo deciso di rimanere a casa e mettere da parte i soldi per comprare baggianate inutili che comprerò comunque pur non avendo risparmiato. Una sera mi sono seduto sul divano con Bruna ed abbiamo scritto una lista dei lavori da fare in casa, dalla A di “Aggiustare il tetto” alla Z di “Zufolare un motivetto di trionfo per la fine dei lavori”, in mezzo c’erano circa mille voci che riempivano due pagine scritte con una calligrafia molto sottile. Abbiamo selezionato tra questi i lavori più importanti, li abbiamo messi in ordine di urgenza, abbiamo calcolato quanto tempo avremmo impiegato a portarli a termine ed è risultato circa due settimane, esattamente come le mie ferie. Allora, per comune ispirazione, abbiamo appeso la superlista al frigo e ci abbiamo scritto sopra “vaffanmulo” con le lettere magnetiche.

E siamo andati a Cortina.

Yep, Cortina, perla delle Dolomiti, la nota località turistica immortalata da tante pellicole del cinema italiano ed internazionale, ma che conosciamo fondamentalmente per il primo Vacanze di Natale che tutti hanno visto e per l’ultimo Vacanze di Natale che se l’hai visto dopo sette giorni muori. Io essenzialmente ero mosso come sempre da un’intensa curiosità di carattere socio-antropologico ed avevo mille domande a cui rispondere, tra cui: sarà Cortina veramente piena di arroganti riccastri? Sarà quel luogo meraviglioso circondato da dolomiti che tutti magnificano? E sarà possibile viverci una settimana senza dilapidare il mio magro, magro stipendio che vorrei dilapidare in altri modi più idioti?

La risposta a queste domande è: “yep”. A tutte e tre.

Cortina è indubbiamente un posto stupendo circondato da monti bellissimi e frequentato da grandissimi cretini, presenti esclusi, il che forse per osmosi ha reso un po’ cretinini anche gli abitanti o almeno il parcheggiatore del supermercato presso cui sono andato a far la spesa e che mi ha trattato male perché ci ho messo troppi secondi a fare la manovra.

E ci si può passare delle vacanze economiche (a Cortina non al supermercato) a patto di attenersi ad alcuni precisi principi che mi premurerò di elencare di seguito:

1. dormire in campeggio.
2. cucinarsi il cibo.
3. salire e scendere le montagne a piedi.
4. non comprare niente.

Questi sono i principi fondamentali dell’approccio Cambaluq alle vacanze, possono sembrarvi eccessivamente costrittivi ma sono il segreto che mi permette di viaggiare quattro-cinque volte l’anno spendendo quanto tua zia per due settimane a Sottomarina.

In questo caso l’unico problema è stato con il cucinare, dato che io stesso ho stoltamente provveduto a distruggere il fornello della roulotte giocando con il gas. Abbiamo dovuto ricorrere per tutta la settimana ad uno di quei fornelletti a bupano che se ci appoggi sopra qualcosa appena ti giri cade a terra, almeno fino a quando sono venuti in nostro soccorso l’Astronomo e la Glaudia che ci hanno portato un fornelletto elettrico, allora l’unico problema è diventato che bisognava tenere il fornelletto elettrico al minimo altrimenti saltava la colonnina del campeggio e quindi ci abbiamo messo tre ore e mezzo per cucinare una pastasciutta che quand’è arrivata sul piatto era praticamente il pastone delle galline col pomodoro sopra.

(l’Astronomo è quello che qui e qui chiamavo Navigator, il suo senso dell’orientamento è rimasto il medesimo ma dato che ora ha un telescopio ha chiesto di essere promosso di soprannome)

Per il resto è stata una vacanza molto tranquilla: abbiamo fatto diverse passeggiate in montagna, nessuna troppo impegnativa, abbiamo mangiato panini e preso un po’ i freschi e ci siamo goduti la vita dei pensionati visto che evidentemente da vecchi ci toccherà lavorare. E’ un periodo che le montagne mi piacciono e vorrei camminarle, chissà perché. L’unico aneddoto degno di nota che mi viene in mente è quando siamo saliti verso il Cristallino, ha iniziato a piovere e tutti volevano scendere con la funivia. Io, dopo aver effettuato un rapido calcolo del rapporto strada/prezzo e del numero di cornetti che avrei potuto mangiare con gli stessi soldi, decido di indossare la giacchetta parapioggia comprata nel lontano 2008 e mai usata e di scendere a piedi, anzi di corsa, perché c’ho gli antenati stambecchi. L’Astronomo, abbagliato dall’idea dei cornetti e non volendo lasciarmi solo perché è mio amico, decide di scendere con me. Solo che io avevo gli scarponi, lui delle scarpette nuove di tela chiara con la suola liscia tipo superga, ma questo non è bastato a dissuaderlo (soprattutto per via dei cornetti). Io parto quindi di corsa per la discesa attraversando i prati per tagliare tutti i tornanti, lui ovviamente impossibilitato fa un paio di scivoloni sull’erba bagnata e poi decide saggiamente di scendere per la strada. Io l’aspetto in fondo alla prima scarpata. Aspetto. Piove. Aspetto. Piove. Aspetto… Guardo in su. E a metà della discesa. Sta parlando con dei ciclisti che salivano al rifugio spingendo la bicicletta. Cerca di rincuorarli, sotto la pioggia, mentre io son giù come un cucciolo bagnato che lo aspetto. L’Astronomo è fatto così, non riesce a resistere ai cornetti ed alla tentazione di chiacchierare con gli sconosciuti.
Tra l’altro, la giacchetta parapioggia comprata nel 2008 e mai usata prima non parava affatto la maledetta pioggia, per cui mi sono pure inzuppato completamente. L’Astronomo, in compenso, è arrivato con le scarpette di tela sfasciate ed ha dovuto rimanere con gli scarponi da montagna ai piedi per il resto della vacanza.

Poi siamo tornati a casa ed abbiamo scoperto che, com’era inevitabile, durante la nostra assenza i gatti aveano esaurito la sabbietta a loro disposizione e fatto i loro bisogni dappertutto in giro per la casa ed io vi propongo questo fatto come una metafora della vita: puoi andare in vacanza in posti bellissimi quanto vuoi, ma prima o poi dovrai tornare a spalare la solita merda.

Vacanze romane [2]

(Riassunto della puntata precedente: il nostro eroe voleva andare in ferie in montagna ma una burocrazia malvagia lo costringe ad andare invece a Roma in un post sconclusionato e sgrammaticato)

Giorno: Lunedì. Ore: 11.45. Luogo: centro di Roma. Temperatura esterna: 40°. Temperatura interna: odio rovente.

Entriamo nella sede dell’anagrafe centrale di Romacapitale, in formazione sparsa prima Bruna poi io (che dovevo parcheggiare). E qui, del tutto inaspettamente, scoppia una botta di culo pazzesca: dietro lo sportello troviamo un’impiegata che non solo sta facendo qualcosa, ma sa quello che sta facendo e soprattutto è originaria del Triste Borgo Natio, per cui neanche lontanamente imparentata con quel sindaco croceceltico che avete votato. In men che non si dica, questa cara signora si prende cura dei nostri problemi, si muove a compassione per il nostro viaggio e ci informa che purtroppo non se ne può fare proprio nulla comunque, ma con il cuore in mano. Fieri di aver fatto tutto il possibile senza ottenere assolutamente nessun risultato, io & Bruna decidiamo quindi di arrenderci alla follia della burocrazia e svignarcela in qualche posto meno caldo e afoso, tipo Mercurio. Sempre per rendere meno faticoso il viaggio facciamo però sosta in un grazioso campeggio alle porte della capitale, che prometteva una deliziosa mobilhaus per pochi spicci. Promessa non mantenuta, perché a differenza di qualsiasi altro campeggio del globo terracqueo ed annessi satelliti, in questo caso per mobilhaus si intendeva un cubicolo di 2 metri x 2 con dentro due letti, due materassi di puro granito, due milioni di zanze in tenuta antisommossa e zero altro. Se a questo si aggiunge: i bagni fetidi, la piscina a pagamento, dozzine di ragazzini ubriachi scesi con il bus dalla Lettonia ad aumentare il degrado delle nostre metropoli ed il clima subtropicale, capirete perché la mia recensione su booking di questo campeggio sembrerà opera del migliore Stephen King.

Ma fino a quel momento, almeno, la vecchia Volvo continuava ancora a funzionare. E non c’è ancora traccia di isole in questo racconto.

E’ stata solo la mattina dopo, infatti, dopo aver dichiarato chiusi i nostri conti con Romacapitale, che realizzamo che la città stessa non aveva ancora chiuso i suoi conti con noi. Avevamo appena iniziato a fuggire tranquillamente verso Nord lungo una di quelle strade dal nome pomposo tipo Aurelia, Saveria, Pomponia, quando la vecchia Volvo a gpl inizia a dare segni di cedimento. La vecchia Volvo dà segni di cedimento dal lontano 2006, e peggiora quando la guido io. Di solito succede che si sente uno scoppio provenire dal motore, il che in genere spaventa chi non è abituato a sentirlo o prova affezione verso la propria vita, ma vuol dire solo che c’è stato un piccolo ritorno di fiamma del gpl e non so perché questo dovrebbe tranquillizzare qualcuno. Nel 90% dei casi si è staccato qualche tubo del gpl, io apro il cofano ed ungendomi tutte le mani di olio come un macho degli anni Ottanta sistemo il motore e riparto orgoglioso e pieno di testosterone. Nel restante 10% dei casi lo scoppio ha rotto qualcosa sotto il cofano o io non ci capisco niente e bisogna passare a benzina e portarla dal meccanico. Martedì scorso, invece, il problema era più bizzarro perché prima di tutto non guidavo io quand’è successo il danno e poi perché la macchina non funzionava più né a gpl né a benzina. Reggeva fino ai sessanta all’ora, più in su non andava, si sentiva una specie di fischio asmatico in lontananza, e ovviamente non ci restava altra scelta che portare la vecchia dal meccanico più vicino.

Il meccanico più vicino la guarda, la ascolta, la accarezza lascivo e dice:
“Qua c’è un problema di gpl che si mescola con la benzina. Comunque io di gpl non me ne intendo, deve portarla da uno specializzato, che si trova la e là e poi giri di là. In ogni caso sono pieno di lavoro e non avrei tempo.”

Delusi e un po’ preoccupati, la portiamo dal secondo meccanico che il primo ci aveva consigliato. Questi, un omino minuto dall’aria indaffarata, controlla un paio di tubi, fa esattamente cinque metri di prova su strada e poi conclude:
“A parte che il gpl non si può mescolare con la benzina, questa sicuramente ha un problema grave, bisognerebbe smontare mezzo motore ed io oggi sono pieno di lavoro e non ho proprio tempo. Vi consiglio di portarla da uno più specializzato che fa solo impianti a gpl, lo trovate la e là e poi girate di là.”

Decisamente rabbuiati ed anche un po’ umbratili, seguiamo il consiglio del secondo meccanico ed alla velocità dei Flintstones portiamo la macchina da un terzo meccanico, il quale a malincuore ci comunica:
“Non capisco proprio cosa possa avere, secondo me il gpl e la benzina hanno due guasti separati ed indipendenti tra loro e comunque dev’essere una faccenda complicata, la dovrei guardre con calma. Oggi però purtroppo sono pieno di lavoro e non faccio proprio in tempo, se me la lasciate ci do un occhio domani.”

Trattenendo a stento il nostro desiderio di sgranargli i denti con il cric più vicino, io e Bruna decidiamo di tornare nelle nostre desolate lande artiche con le pive nel portabagagli alla ragguardevole velocità di sessanta chilometri orari con punte di sessantacinque in discesa. Proseguendo lungo la strada, più o meno all’altezza di Viterbo o qualche altra città etrusca, ci imbattiamo in un’altra officina e proviamo a fare un ultimo tentativo. Il vice meccanico di guardia ci informa che il titolare era uscito un attimo per cui, mentre aspettavamo sotto il sole cocente, tra un improperio e l’altro io vengo colto da improvvisa e brillante intuizione di chiara origine genetica visto che mio nonno faceva il meccanico di biciclette, ed utilizzando una chiave di casa come cacciavite smonto un tubo di gomma per poi estrarre un fattapposta di metallo che si era incastrato ostruendo il filtro dell’aria, proprio com’era successo una volta nel 2008 o giù di lì. Trionfante, lo porto dal vice meccanico e mentre lui scuote la testa scettico lo convinco a prendere a martellate il pezzo fino ad aggiustarlo. Mi chiedo come mai nessun meccanico ci avesse pensato, con il senno di poi era ovvio che fosse il fattapposta, e infatti appena arriva il quarto meccanico e gli dico che abbiamo aggiustato il fattapposta che si era incastrato ci risponde che era ovvio che fosse il fattapposta visti i sintomi della macchina. In ogni caso, la vecchia Volvo riprende a funzionare egregiamente e ciò che più era importante, non solo l’avevo aggiustata io (gratis) ma per una volta non ero stato neanche io a romperla, per cui il testosterone mi usciva dalle orecchie.

E’ stato più o meno a quel punto che abbiamo deciso di fare una piccola deviazione e passare il resto della settimana sull’isola d’Elba a non fare niente, e se ne andasse a quel paese pure la montagna.

(Bella l’Elba.)

(C’ero mai stato, proprio bella.)

(No come Romacapitale**.)

** Nessun romano è stato ferito durante la stesura di questo post, a malincuore. C’è da dire a favore di Romacapitale che durante il nostro soggiorno di dodici ore non abbiamo assistito a nessun pestaggio fascista, ma è pur vero che una notte di sonno ce la siamo fatta.

Vacanze romane [1]

Capita piuttosto spesso, direi una volta all’anno, che io e Bruna in Luglio decidiamo di andare al mare. A Tangeri, in Istria, in Sardegna, a Krk… Poi in Agosto ho un altro paio di settimane di ferie ed in genere si va da qualche altra parte, per esempio al mare oppure al mare. Quest’anno con estrema convinzione e determinazione abbiamo invece deciso di cambiare destinazione e di trascorrere una settimana in montagna, tipo Alto Adige o comunque in Dolomizia, ovunque purché non al mare. Com’è che siamo poi finiti su un’isola è presto detto.

Due settimane fa è uscita ’sta storia di Minosse, perché quest’anno c’è la moda di dare i nomi alle ondate di caldo, ma perché no, poi. Minosse era l’ondata di caldo della settimana scorsa, chiamata così perché da qualche parte c’è un meteorologo che ha fatto il classico e ci tiene a farlo sapere. Minosse doveva colpire con sferzate di caldo africano tutta l’Italia, e così è stato, tranne la Dolomizia. Sgomentati dall’idea di andare nell’unica metaregione d’Italia dove era prevista pioggia, io e Bruna decidemmo di cambiare i nostri piani e andare invece verso la Val D’Aosta, le Alpi Occidentali o qualunque altro posto non piovoso e non marittimo raggiungibile in meno di dieci ore di automobile. Venerdì pomeriggio, però, un inconveniente.

La mia vita è piena di inconvenienti.

Per un banale disguido burocratico di cui non vi parlo perché non sono fatti vostri, mi serviva una carta. Non una carta qualsiasi che mi sarei potuto procurare in qualsiasi cartoleria, e neanche una carta di quelle un po’ più raffinate che mi sarei potuto comunque procurare in una cartoleria più fornita o al limite in un cartificio, ma di una carta del genere di quelle che ti danno in Comune, con su scritta della roba. L’inconveniente era che si trattava del Comune di Romacapitale, e siccome siamo solo nel XXI secolo è impensabile che Romacapitale possa trasferire questa semplice ma preziosa carta tramite una qualsiasi tecnologia moderna, chennessò una telescrivente o un telefax o la maledetta internet, bensì bisognava recarsi personalmente a Romacapitale e trovare qualche solerte impiegato comunale disposto a fare il suo maledetto di lavoro per cinque minuti di seguito. Questo ancora non spiega, mi rendo conto, perché io sia finito su un’isola invece che in Nepal o in Tibet o in Val D’Aosta.

Il fatto è che, ovviamente, pur avendo io il massimo disprezzo per i beni materiali e assolutamente nessuna necessità di lavorare, non avevo altri giorni in cui andare a Romacapitale a rompermi le scatole ad uno sportello comunale dell’Olgiata, possano i numi mandarvi altri dieci alemanni consecutivi come sindaco, se non durante la mia settimana di ferie. Cosicché io e Bruna invece che dirigersi con o senza la nostra roulottinzia verso Nord, Ovest o al limite anche Est (Urali), ci siamo trovati costretti a puntare il muso della vecchia fedele Volvo verso Meridione, proprio in faccia al Minosse di cui sopra. Ho citato casualmente la vecchia Volvo a gpl per preparare i lettori meno affezionati di questo bloggo e anche gli altri a quanto avverrà tra una decina di righe.

Nel frattempo, interludio brillante: per rendere meno faticoso il viaggio abbiamo fatto tappa in Umbria in un bellissimo albergo trovato su internette a prezzi stracciati. Purtroppo ci siamo rimasti solo il tempo minimo indispensabile a dormire e a rubare lenzuola e asciugamani, come sempre*.

Romacapitale è pur sempre una gran bella città, se sei una rovina romana. Per tutti gli altri esseri viventi o non viventi la capitale del regno di Berlusconia presenta alcune sgradite caratteristiche quali: il traffico, l’inquinamento, l’urbanistica, i prezzi, il clima, il papa e gli altri abitanti. Adesso non verrò qua a fare il solito veneto polentone che parla male di Romacapitale e dei romani, mi limiterò a dire che dopo che se i Vandali o quel che erano l’hanno distrutta non è che ci fosse poi tutto ’sto gran bisogno di ricostruirla, no? Si poteva invece ricostruire Veio, scommetto che Veio sarebbe stata più simpatica e pure i Veiani. Ad ogni modo, in quello stramaledetto ufficio dell’Olgiata come avrete intuito non sono riusciti a produrre la carta per cui mi ero fatto 650 chilometri dell’appennino maialo, a causa dell’incompetenza della burocrazia italiana in generale e romana in particolare, con lo speciale contributo di un’impiegata che sembrava una delle matrone di Asterix, tale e quale, con l’aggiunta di un probabile grado di parentela con quel sindaco di Romacapitale che l’avete votato e mo’ ve lo tenete, troppo dovete morì. Ma poiché dai diamanti non nasce niente mentre dal letame nascono i fiori, un’altra cugina di Alemanno un po’ più sveglia ci ha suggerito di provare all’ufficio centrale, perché se vi vogliono risolvere le cose in Italia bisogna andare al centro, e se il centro d’Italia è Romacapitale il centro di Romacapitale non può che essere il centro di tutto, per cui io e Bruna armati di fulgido odio e temporaneamente convertiti alla causa celtica ci dirigemmo a bordo della fidata Volvo in direzione del centro di Roma.

(a questo punto del racconto la Volvo funziona ancora)

[continua…]

* Scherzo. Abbiamo fatto anche colazione.

Tanto va la gatta al lago

Sabato. Io & l’amico Navigator siamo in attesa di registrarsi alla cassa di un campeggio nei pressi di un lago che, per rispetto della sua privacy, chiameremo Lago di Gardaland. Mentre chiacchieriamo del più e del meno percepisco vagamente che la cassiera teutonica sta discutendo con delle signore di una certa età in un qualche idioma dimenticato da dio e dagli uomini, una conversazione lunga e faticosa che si conclude con le signore che finalmente si allontanano mestamente lasciandoci il posto.

Cassiera teutonica: E’ inkretibile, kueste fenkono in ferie in Italia e non sanno una parola ti italiano, neanke inklese, niente!
Navigator: Beh, ma lei sembra saperlo bene, il tedesco.
Cassiera teutonica: Ma loro non sono tetesche, sono russe! E parlano solo russo! E sono del Trentatre! Ma kome si fa, diko io!
Navigator: Mio padre e mia madre al posto loro sarebbero nella stessa situazione, parlano solo dialetto veneto.
Cassiera teutonica: E kome se la cavano?
Navigator: In genere evitano di andare in Russia.

Navigator è appena arrivato in compagnia della cara Clodia, io e Bruna siamo accampati da Giovedì sera con la nostra roulottinzia che, per rispetto della sua privacy, chiameremo Generale Quee. Abbiamo comprato il Generale Quee diversi anni fa, pagandolo molto poco a dei vecchi che se ne volevano liberare per prendersi il camper. Gli italiani non amano le roulotte, perché la roulotte fa molto zingaro e gli italiani non amano essere confusi con gli zingari, preferiscono indebitarsi fino alla fine dei loro giorni e comprarsi un camper che non li ripagherà mai, assolutamente mai della spesa fatta. Io in genere non faccio questo tipo di conti perché non sono molto portato per l’economia domestica, ma uno in gamba che conosco ha calcolato che dato il costo medio di un camper, stiamo parlando di svariate decine di migliaia di euro per un modello appena decente, e il costo medio di bollo, assicurazione e benza, uno potrebbe tranquillamente andare in ferie in alberghi di lusso per tutta la vita e sarebbe comunque conveniente rispetto al camper. A meno che non sia uno zingaro, ovviamente, in quel caso conviene il camper, ma chi compra il camper ci tiene molto a far sapere di non essere uno zingaro anche se ormai persino gli zingari in Italia si sono presi il camper al posto della roulotte. Non so se questi calcoli siano giusti, però per esempio in Germania o in Olanda girano molte più roulotte che camper, e visto l’andamento dello spread mi viene da pensare che siano molto più affidabili degli italiani quanto a capacità di investimento. In ogni caso, dicevamo.

Venerdì, in quella ridente località balneare in cui ci trovavamo, ha piovuto pressoché tutto il giorno. Sabato, giorno in cui era prevista pioggia, ha soleggiato e ci hanno raggiunto Navigator e la Clodia. Navigator non ama molto andare in ferie perché lui appartiene al Veneto che Produce e quando non lavora in fabbrica deve lavorare a casa e quando ha finito i lavori a casa (mai) deve coltivare l’orto e quando anche l’orto dovesse essere a posto deve andare ad aiutare gli amici (io) a fare i lavori di casa loro e se anche questi dovessero essere finiti va a caccia di bracconieri nei boschi o compie piccoli lavori di manutenzione stradale così tanto per fare. Sabato è venuto a trovarci sul Lago di Gardaland perché in realtà doveva andare a Verona a comprare un telescopio. Navigator ama le stelle, ricambiato. Una volta ha fatto un corso di astronomia e pur avendo passato tutte le lezioni a dormire in ultima fila è diventato in virtù di questo corso il nostro astronomo di riferimento. Da molti anni egli sognava di possedere un telescopio degno di questo nome e finalmente ne aveva trovato uno in vendita per poche centinaia di spicci. Ovviamente il problema fondamentale è che Navigator si chiama Navigator perché riesce a sbagliare strada anche andando dal bagno alla cucina, per cui nel momento in cui è partito alle nove e venti di sera per Verona promettendo di tornare per le undici noi sapevamo che avremmo potuto anche non rivederlo mai più.
Invece è tornato, all’una e mezza di notte, corrompendo il custode notturno del campeggio perché lo facesse rientrare. Ha addotto a propria giustificazione il fatto che il telescopio era molto complicato ed il venditore ha voluto spiegargliene nel dettaglio il funzionamento. Poi hanno dovuto smontarlo e riporre ogni pezzo con cura nella propria custodia. Poi ha ammesso di essersi anche perso una volta. Infine ha accennato sottovoce di essersi perso quattro volte. Però è tornato con un telescopio lungo un metro e mezzo con tutti i motorini e i contrappesi e i controcosi, e sappiamo che da oggi sarà un uomo felice.

Domenica, dopo una mattinata dedicata esclusivamente a mangiare prelibatezze vegetariane, io & Navigator siamo di nuovo alla cassa del campeggio per pagare.

Cassiera teutonica: Pene, fediamo un po’… a lei che si è fermato tue notti è meglio fare la ricevuta…
Navigator: Eh, ma qui in Italia queste cose non si fanno, signora! Non siamo abituati alle ricevute!
Cassiera teutonica: Ma infatti a lei non la faccio, la faccio solo a lui.

Navigator non ha né la roulotte né il camper, lui e Clodia dormono sul retrò del Doblò della fabbrica per farci sentire dei vecchi imborghesiti.