Le avventure di Bustina #6: turistas

Quest’estate la nostra fedele roulottinzia ci ha portato prima in Istria e poi in Alto Adige, entrambe regioni dove l’italiano è una seconda lingua e dove i fascisti hanno fatto parecchi danni (e dove no, mi chiederete voi?).

Rovigno si riconferma una bellissima città, almeno vista da lontano perché ormai le orde estive di turisti (gli altri) rendono impossibile avvicinarsi al centro: se ne stanno tutti lì con il naso per aria a fare foto con il telefono o si accalcano lungo le interminabili file di bancarelle a farsi rapinare per un souvenir. I migliori sono sempre i cinesi, che torneranno a casa con le borse piene di falsi oggetti di lusso rigorosamente Made in China. Da quelle parti ci siamo avventurati solo un paio di volte, una per andare in pescheria e l’altra per raggiungere una spiaggia che si trova sul lato opposto della penisola, sempre maledicendo gli zombi che ostruivano la carreggiata e con Bustina caricata sul seggiolino della bicicletta.

Ogni giorno ci svegliavamo, facevamo colazione con calma, la colazione sfumava nel pranzo e poi ad una qualche ora si andava in spiaggia, ogni giorno in un posto diverso. Vita da campeggio, insomma. Il genere di vita che un giorno, anche grazie al riscaldamento globale, faremo tutti, trecentosessantacinque giorni l’anno, e guardando indietro ci chiederemo perché diamine andassimo a lavorare. L’unico inconveniente era dover accompagnare più volte al giorno Bustina al bagno del campeggio, mentre in casa ha ormai acquisito la completa autogestione delle proprie faccende corporali. L’unico altro inconveniente era dato da una popolazione di zanzare pari a 34 esemplari per metro cubo d’aria, a causa delle quali Bruna ci vietava severamente di accendere qualsiasi luce dopo il tramonto del sole. Per una settimana abbiamo quindi dovuto scegliere tra cenare alle sei del pomeriggio come i nostri bisnonni o cenare completamente al buio, cercando di indovinare a tentoni il cibo nel piatto.

Quest’ultimo genere di problemi non si è fortunatamente ripetuto in Val Venosta, dove in Agosto le temperature scendono già al di sotto della soglia di sopravvivenza di qualsiasi animale sprovvisto di pelliccia e fortunatamente le zanzare non si sono ancora evolute fino a questo punto. Alcune notti pure noi dubitavamo di sopravvivere, in effetti, se non fosse stato per un paio di piumini che ci eravamo previdentemente portati appresso e per qualche spuntino ipercalorico. Di giorno, in compenso, il cielo generalmente azzurro ed il clima artico ci hanno permesso di godere di numerose escursioni e passeggiate nei dintorni, dove abbiamo potuto ammirare le meraviglie naturali quali l’Ortles, il lago di Resia, la Svizzera e lo speck. Più che altro lo speck.

Un giorno, da ignoranti, abbiamo pensato di fare un giro dalle parti di Livigno, il ben noto paradiso fiscale per poveracci al confine con la Svizzera. Purtroppo, benché il paesaggio rimanga senza dubbio incantevole, il proliferare di negozi pronti a venderti l’impossibile iva esclusa e la folla di scalmanati provenienti da ogni dove per accaparrarsi mercanzia a prezzi scontati hanno reso questo ameno paesino di montagna quanto di più simile all’inferno dantesco, se Dante avesse voluto lanciare un messaggio contro gli eccessi del consumismo sfrenato. Auto parcheggiate in ogni dove e cariche all’impossibile di tabacchi, liquori, vestiti, elettronica, sciamannati che entravano ed uscivano di corsa dalle botteghe alla ricerca dell’affare migliore, boutique con prezzi rigorosamente gonfiati al fine di poter poi applicare uno sconto farlocco… Noi ci siamo accontentati di una stecca di cioccolato, una bottiglia di porto ed una confezione di lamette da barba, tanto che persino la guardia doganale ci ha guardato con un certo stupore perché eravamo i primi a dichiarare di non avere nulla da dichiarare senza mettersi a ridere.

Nel frattempo, per tornare all’argomento di vostro maggiore interesse, Bustina sta iniziando ad esprimersi in modo molto più articolato. Di tutte le profezie di sventura che ci erano state fatte nei mesi scorsi (“Vedrete che smetterà di mangiare, smetterà di dormire, si ammalerà, vi darà fuoco al divano, vi ruberà l’auto, ecc. ecc.”), finora l’unica che si è avverata in effetti è quella che una volta iniziato a parlare, Bustina non sarebbe stata zitta un minuto. È proprio così. Ella parla, parla, parla e non si capisce quasi niente ma parla lo stesso. Talvolta canta: qualche motivetto di sua invenzione, la sigla di Heidi o Bohemian Rapsody dei Queen. Un piacere averla in auto, ormai non serve più accendere l’autoradio. Inoltre, Bustina sta già imparando ad andare in bicicletta senza le rotelline, capacità che suo padre ha acquisito intorno ai nove anni, ed a socializzare con gli altri bambini, capacità che suo padre sta ancora sviluppando. A parte questo, mangia ancora di tutto, dorme, non si ammala, non ha dato fuoco al divano e non sa guidare l’auto. Per il momento, eh.

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Leggere Confucio in roulotte

Leggere Confucio in roulotte

Per questo recente ponte abbiamo deciso di rimettere in funzione la nostra vecchia roulotte, dopo quasi quattro anni di inattività. Per farlo sono stati necessari alcuni piccoli lavori di manutenzione e l’acquisto di una nuova auto dotata di gancio traino, visto che l’altra si trova ormai da qualche parte oltre gli Urali, probabilmente sotto forma di tanti piccoli pezzi di ricambio. Il mezzo scelto in sua sostituzione, una bestia nera di grossa cilindrata d’ora in poi definito Mammut, si sta rivelando perfettamente adeguato alla sua funzione di trainare a spasso la nostra casetta mobile.

Dopo aver consultato le previsioni meteo tutt’altro che incoraggianti, era opinione diffusa che sarebbe stato meglio rimanere a casa, sul divano, con la stufa accesa. All’ultimo momento abbiamo invece gettato il cuor oltre l’ostacolo e siamo partiti in direzione Est, ovvero verso una trattoria di Cittanova (YU) a noi particolarmente cara per ragioni affettive. Proviamo infatti un sentimento così profondo per il suo pesce alla griglia e per i calamari fritti che siamo spesso disposti a fare più di trecento chilometri ed affrontare i paventati nubifragi pur di riuscire a metterci i denti sopra.

Giovedì il tempo era effettivamente piuttosto umido: durante il viaggio di andata abbiamo incontrati otto acquazzoni, per lo più della durata di pochi minuti. Tanto per distrarci, abbiamo deciso di inserire una piccola deviazione nel nostro percorso e visitare le famose grotte di Postumia, dove io e Bustina non eravamo mai stati. Si è trattata di un’ottima idea, ne siamo rimasti entrambi affascinati e Bruna ha potuto verificare di quanto fossero cresciute le stalagmiti dalla sua ultima visita. Certo, restiamo un po’ perplessi sull’opportunità di appendere al soffitto delle grotte dei lampadari in vetro di Mutano, costruire un lunghissimo percorso pedonale in cemento ed illuminare ogni roccia come un presepe, ma chi siamo noi per anteporre il presunto bene della natura alla sicura redditività dei turisti?

Venerdì, dopo una notte trascorsa parcheggiati in riva al mare, siamo entrati nel nostro solito campeggio alle porte di Novigrad e ci siamo accampati. Siamo stati qui almeno una decina di volte negli ultimi anni ed abbiamo visto questo posto cambiare, passando da una specie di caravanserraglio economico con i bagni scolpiti nella roccia ad una sistemazione quasi fin troppo elegante, con la piscina di acqua salata in riva al mare ed il villaggio di casette prefabbricate lì dove una volta si stendeva solo la rossa prateria istriana. Mai però l’avevamo trovato vuoto come in questi giorni, complice la stagione e le orribili previsioni che però, almeno per il primo giorno, sono state smentite dai fatti.

In tutta la giornata non è caduta una singola goccia d’acqua né una nuvola si è osata frapporre tra noi ed il sole. Bustina, entusiasta della sua prima esperienza in roulotte, ha scorrazzato tutto il giorno con la sua biciclettina per il campeggio, ha imparato a camminare sugli scogli come un granchio ed ha tocciato i piedini nell’acqua ancora fresca. Noi ci stiamo gustando molto questa nuova dimensione della vacanza e siamo felici di utilizzare finalmente in tre questa roulotte che ha sempre avuto un lettino per lei, ancora prima che la pargola venisse al mondo. Approfittando dell’insperato sole, abbiamo persino rimandato la visita alla trattoria che pure era stato il motore principale del nostro viaggio.

Nella notte tra venerdì e sabato, finalmente, la tanto temuta pioggia. Ma niente di che, solo due goccioline per bagnare i vigneti e qualche nuvola che è rimasta a disturbare fino a metà mattina per poi lasciare nuovamente spazio al sole e al mare. Bustina si è divertita di nuovo a saltare da uno scoglio all’altro ed avrebbe voluto anche fare il bagno, ma si è dovuta scontrare con l’inesorabile applicazione del Codice Paliaga: è fatto assoluto divieto di toccare l’acqua di mare con qualsiasi parte del corpo entro tre ore dall’ultimo pasto ingerito, pena la morte (per ipotermia o collasso cardiocircolatorio). Considerate le abitudini alimentare di Bustina, a rigor di logica questo significa che non potrà fare il bagno fino ai 18 anni, almeno con sua madre nei paraggi.

A mezzogiorno ce ne siamo andati a mangiare il tanto sospirato pesce, buono come sempre per quanto scocci rilevare come dopo neanche una decina d’anni di frequentazione anche la nostra trattoria di fiducia abbia deciso di ritoccare leggermente i prezzi… Ma come si permettono?! Veramente scandaloso, di questo passo conviene investire in un  corso di pesca per Bustina così almeno il pesce fresco ce lo procura lei.

E così, dopo un altro pomeriggio dedicato a leggere all’ombra degli alberi, bighellonare sugli scogli e girare in bicicletta per il campeggio, si è conclusa la nostra prima uscita in roulotte della stagione e la prima in assoluto per Bustina, la vostra eroina letteraria preferita.

Voyage à Dugongo [2]

Fieri di essere giunti finalmente in Provenza, oltrepassati a passo d’uomo gli orridi borghi vacanzieri di Sén Maxim e Sén Tropè cerchiamo un posto per dormire dalle parti di Le Lavandù. Sfortunatamente, per quanto cercassimo di posti non ce n’erano; il (maledetto) guasto alla pompa della benzina aveva fatto sì che arrivassimo alla vigilia del ponte di ferragosto e tutti i campeggi erano pieni o prenotati o non intenzionati ad ospitare italiani. Non sapendo più dove andare a parare, vaghiamo con i nostri mezzi ingombranti alla ricerca di un posto qualsiasi che ci desse alloggio. Dopo una lunga giornata di viaggio, quando ormai stavamo per disperare, Navigator con un’infelice intuizione decide di sbagliare strada e s’infila in un viottolo apparentemente senza uscita e senza spazio di manovra per la roulotte. Disperiamo. La popolazione locale si fa beffe di noi. La Nona comincia ad innervosirsi, decidiamo di andare comunque avanti fino ad imbucarci sempre di più in attesa della catastrofe finale quando scatta il colpo di scena: inaspettatamente il viottolo si allarga e c’è spazio per parcheggiare, per cui ci arrendiamo e ci fermiamo a dormire lì, lungo la strada vista mare sulla baja di Lavandù.

Il giorno dopo, giriamo i cavalli e ci dirigiamo verso La Londe, dove finalmente troviamo un posto per accamparci. Decidiamo lì per lì di averne le scatole piene di vagabondare in macchina e, visti i pochi giorni che ci rimanevano, di tirare un colpo di spugna sulla Camargue ed il 75% del piano di viaggio preparato dalla Glaudia per dedicarci invece ad un po’ di sano far nulla. Davanti a noi la Provénz, tutta da scoprire. Ecco un po’ di cose che abbiamo scoperto:

1. le spiagge sono aperte al pubblico, le strade per arrivarci no. Perciò, a meno che si voglia pagare decine di euro di parcheggio, bisogna cercare la spiaggia libera più vicina a dove si deve andare, lasciare lì la macchina e camminare.
2. la Provénz è bellerrima, con i pini che arrivano fino al mare, l’acqua limpida, le scogliere, i calanchi, e svariate altre cose belle.
3. i cornetti gelato sono minuscoli e costano tantissimo, cosa che ha gettato nel panico il Navigator.

Approfondisco il punto 3. Un mini cornetto costa dai due euro e mezzo ad infinito, a seconda se lo prendi nel baretto del campeggio o al chiosco sulla spiaggia. Per consolare Navigator, goloso consumatore di cornetti in forzata astinenza, abbiamo trascorso intere serate ipotizzando un traffico clandestino di cornetti dall’Italia alla Costazzurra a bordo di pescherecci, valutando l’investimento, il carico ed il consumo di gasolio. Non del tutto soddisfatti, siamo giunti a progettare un ambizioso gelatodotto che attraversasse segretamente il tirreno per portare un flusso continuo di gelati fino alla spiaggia. A nostra parziale discolpa va ricordato che questa conversaizone si è svolta al termine di una serata dedicata al pastis.

Uniche eccezioni ai nostri giorni di bighellonare, andare in spiaggia, fare bagni, ubriacarci di pastis e giocare a ping pong al tavolo del campeggio fino a quando le tenebre non ci impedivano di vedere la pallina o il pastis ci faceva vedere due o tre palline che viaggiano in traiettorie sovrapposte, sono stati un viaggio nell’entroterra alla ricerca di un posto economico per mangiare ed un viaggio a Cassì a vedere i calanchi. Sul primo non c’è molto da dire, voltate le spalle al mare apparentemente la Provénz è una vasta e selvaggia foresta in mezzo alla quale ogni tanto si apre un borgo caratteristico, con le casine piccine picciò, gli archi di pietra e le feste di paese. Tutto molto bello, io personalmente sono molto a favore dei borghi caratteristici, ma alla festa di paese di Saix-el-Caessau un (maledetto) piatto di minestrone ce lo vendevano alla modica cifra di QUATTORDICI EURAUX, per cui abbiamo preferito involgerci invece al tipico furgoncino del Lurido (come lo chiamiamo in Cimbria, non so in Francia) che con nostra grande sorpresa vendeva pizza cotta al momento nel forno a legna. Yep. In Francia apparentemente i Luridi sono equipaggiati di forno a legna ed invece di panini col nonno morto vendono pizze, e neanche tanto male.

La gita a Cassì, invece. Avevamo proprio intenzione di andare alle gole del Vernòn a fare quello che si fa di solito nelle gole ma soprattutto per vedere i dugonghi fossili che si trovano da quelle parti. I dugonghi, placide mucche marine, erano stati uno dei motivi principali che hanno spinto tutti noi ed in particolare Navigator ad affrontare il viaggio fino in Provenza. Un giorno ci siamo alzati di buon mattino, ci siamo guardati e ci siamo detti: andiamo a vedere i dugonghi. Abbiamo preso una cartina, verificate le strade, contati i chilometri: centocinquanta. Scartati i dugonghi nel giro di un secondo. Abbiamo optato allora per andare a Cassì, a vedere i famosi calanchi tra i quali, oltretutto, abbiamo incontrato due gigantesche anziane donne nude che a conti fatti erano tali e quali i dugonghi, quindi missione compiuta.

Ormai sono passate due o tre settimane da quando sono tornato e quindi gran parte delle mille e mille avventure che abbiamo vissuto me le sono scordate, preso com’ero a scrivere slash-fiction di Tremonti. Se doveste andare in Provénz, comunque, qualche consiglio velo posso dare:

1. se sentite un fischio fastidioso provenire dal retro della macchina e non soffrite di ipertensione, è la pompa della benza. Siete fregati.
2. portatevi i gelati da casa.
3. non aspettatevi che i campeggi francesi rispondano alle vostre e-mail, non succederà mai.
4. Mai.
5. non fate stare davanti Navigator, vi farà perdere.
6. non state davanti voi facendo strada a Navigator, si perderà.
7. non affidate la vostra scorta di baguettes a Pornorambo, egli ne è molto goloso e le divorerà tutte.
8. state. nella. corsia. più. a. destra. Non siete in Italia.
9. la Provénz è piena di panifici, aperti tutti i giorni compresi la domenica ed i festivi, anche al pomeriggio.
10. quello precedente non era un consiglio, e neanche questo.

Voyage à Dugongo [1]

E insomma eccomi finalmente tornato da questo viaggio in Provénz, pronto a raccontarvi tutte le nostre strabilianti avventure anche se voi eravate capitati qui cercando solo donne nude sul motore di ricerca. Niente donne nude, invece. Protagonisti della meravigliosa epopea di viaggio che state per leggere ignorare sono:

il Lusky che sarei io, guidatore di roulotte, arrogante, violento e scanzafatiche;
la Nona, severa vegliarda, domatrice di onde e rematrice di canotti;
la Glaudia, nipote della Nona, carattere trentino di dimensioni contenute e addetta alla distribuzione dei tovaglioli prepasto;
Navigator, fidanzato della Glaudia, appassionato di astronomia, esperto di cornetti gelato e di tutto il resto tranne: parlare l’italiano, indovinare la direzione alla guida del suo furgone attrezzato camper;
Pornorambo che sarebbe il Pornorambo, mio amico e copilota alla guida della roulotte e ricettore dei miei improperi ogni qual volta Navigator sbagliava strada, vorace accaparratore di marmellate e principale finanziatore delle compagnie telefoniche italiane e francesi a causa della fidanzata lasciata in patria.

Protagonisti non animati, ma utili in caso la Disney volesse capitalizzare il racconto:

Roulotte: la roulotte;
Ducato: il furgone dedito al trasporto di materiale fustellizio proditoriamente facente funzioni di camper;
Volvo: la robusta ma lunatica trappola inventata dagli svedesi per assicurarsi un costante flusso di capitali dalle mie tasche alle loro, occasionalmente dedita al trasposto di roulotte.

Secondo la pianificazione ad opera della Glaudia, questa vacanza avrebbe dovuto (appuntatevi il modo del verbo) condurci a visitare i luoghi più belli della Provénz e dell’attigua Camargue, tra i quali cito a caso: spiagge, cavalli, pinete, zanzare più feroci d’europa, uomo di grimaldi, profumerie di Grasse, calanchi, dugonghi (fossili di), gole del Vernon, miniere di ocra rossa ecc. ecc. ecc. ecc. Se il suo piano avesse avuto successo, il resoconto completo sarebbe stato senza dubbio più interessante ma avrei dovuto noleggiare l’intera internet per pubblicarlo. La realtà, in effetti, è stata molto più sobria anche a causa di un simpatico imprevisto.
Partiti infatti la sera dal Triste Borgo Natio e dopo aver campeggiato una notte in autogrill per risparmiare tempo e pilla, la domenica stiamo attraversando bel belli la Liguria in direzione ovest quando decidiamo di uscire dall’autostrada e fermarci un poco a vedere il mare, ma soprattutto a mangiare. Com’è come non è, una volta fermatasi Volvo decide di non ripartire o meglio, di non ripartire nella sua incarnazione a benza ma solo a gas. Proseguire si presentava problematico, perciò tutta la truppa di comune accordo stabilì di passare il resto della giornata e la notte lì ad Albenga dove eravamo, nell’attesa che il lunedì portasse alla riapertura delle officine meccaniche, dove senza dubbio Volvo avrebbe trovato la cura alla sua stizzosità. In tutta Albenga, trovammo solo un campeggio con una piazzola libera, un’unica micragnosa piazzola per tutti noi, veicoli compresi, e solo a patto di liberarla l’indomani all’alba. Inoltre, l’indomani all’alba il meccanico ci dice che la macchina non si poteva aggiustare in tempi brevi, che la cosa migliore era tornarsene a casa con le pive nel cofano, che lo lasciassimo lavorare.

Albenga, Albenga, cosa ti ha fatto il mondo perché tu diventassi così stronza?

Sta di fatto che noi non ce ne torniamo affatto a casa, bensì ci trasferiamo a Ventimiglia in un campeggio più accogliente nell’attesa che un altro meccanico più disponibile si prendesse cura di Volvo, alla quale era stata nel frattempo diagnosticata una grave infiammazione alla pompa della benzina. Del nostro breve ma soprattutto inaspettato soggiorno a Ventimiglia c’è da ricordare: le onde altissime che hanno quasi spezzato in due la Nona, un viaggio a Mentòn con me e Pornorambo nascosti nel retro del Ducato (perché era omologato per tre persone ed io e Porno per la legge francese siamo persone), il pastis a Mentòn, i Balzi Rossi con gli scheletri dell’uomo di cromagnon e le microstatuine delle donne culone che hanno molto impressionato tutti noi, il vecchio che viveva in una roulotte vicino ai bagni e la sera se ne stava tutto nudo a guardare la tv con le finestre aperte offrendo ricordi imperituri ed agghiaccianti a chi voleva solo lavarsi i denti.

Riparata Volvo e salutate con affetto diverse centinaia di euro che lasciavano per sempre le mie tasche, riusciamo finalmente a riprendere il nostro viaggio in direzione Provénz. Nota sulle autostrade francesi: c’è un casello ogni tot chilometri (tot è un’unità di misura francese) a casaccio, ma soprattutto i mezzi lenti devono stare nella corsia più a destra. Anche in Italia, direte voi. Sì ma in Italia c’è più elasticità, complice il fatto che chi sta nella corsia più a destra senza avere un camion è considerato omosessuale. In Francia no, bisogna proprio, se provi a stare nella corsia centrale senza averne diritto ti suonano, ti passano a destra, ti sparano alle gomme, ti tranciano la gola nel cesso dell’autogrill. Tenetelo quindi a mente se mai andrete in Francia.

[Nel prossimo numero: i nostri eroi arrivano in Provénz, s’accampano e discutono di gelatodotti e cosa non si fa in tempo di guerra per mandare avanti la specie]

Il gelo sopra Stoccolma

Non so cos’abbiate fatto voi Sabato sera, io me ne vagavo per i vialetti ghiacciati dello Skogskyrkorgarden, l’immenso cimitero di Stoccolma, a cercare tra le fila di lapidi sepolte dalla neve la tomba di Greta Garbo, diva del cinema muto.

E’ andata così. C’è quest’amica serba di Bruna che per motivi suoi da qualche tempo abitava a Stock, ed ora che per altri motivi sempre suoi deve sloggiare ci ha invitato per qualche giorno in città, così da condividere con noi l’ebbrezza della vita nelle terre selvagge. Noi, pur consapevoli della latitudine ostile, non ci siamo fatti scappare l’occasione, abbiamo messo in valigia tutti i maglioni che la grettezza di Ryanair ci consentiva di portare e siamo partiti.

Il volo non è andato affatto male e l’atterraggio notturno sulla pista coperta di neve è stato spettacolare, soprattutto considerando che il pilota era uno stagista Ryan. Una volta sbarcati dall’aereo, nel piccolo aeroporto periferico di Salkåzza, la mia prima sensazione è stata

[F R E D D O]

di trovarmi in un luogo che presenta caratteristiche estremamente avverse alla presenza della specie umana, o almeno alla mia. La Swezia, mi sono reso conto in un istante, non è solo la gigantesca sconfinata distesa di mobili ikea e macchine Volvo che immaginavo, ma una gigantesca sconfinata distesa di prati candidi ed alberi che con una caparbietà degna di ammirazione affondano le radici nella terra gelata attendendo pazientemente il proprio turno per essere trasformati in mobili ikea. Una gigantesca sconfinata distesa di nulla ghiacciato.

Appoggiate le valigie a casa dell’amica serba, che d’ora in poi per comodità chiameremo Zorkinica, siamo rimasti a chiacchierare e a raccontarci i fatti fino a notte fonda, guardando la neve cadere. In Swezia, prima scoperta, non usano le tende alla finestra ma appoggiano una lampada sul davanzale convinti che in questo modo non si riesca a vedere all’interno. Amici swedesi, vi sbagliate! Vedevo tutto! Non che ci fosse granché di interessante da guardare, peraltro.

Il giorno dopo, mentre il vento spazzava la neve dai tetti e la temperatura scendeva verso abissi mai visti, per prima cosa siamo andati a fare la spesa alla Coop. Seconda scoperta, anche in Swezia hanno la Coop. Terza scoperta, hanno delle verdure così tristi e striminzite che probabilmente sono quelle buttate via dalla Coop italiana. Tra zucchine e peperoni incellophanati uno per uno come reliquie e ciuffi di radicchio che sembrano scampati ad un incidente automobilistico, credo che le uniche verdure autoctone della Scandinavia siano le patate e le rape. In compenso, gli scaffali sono colmi di insaccati dall’aspetto improbabile, salse di ogni genere e cibi pronti, eppure – quarta scoperta –  non esistono swedesi grassi. Non so se li mangino o li caccino dal Paese o se dipenda dal metabolismo, ma non ho visto nessuno sovrappeso, nessuna rotolante palla di ciccia nordica vagare per le strade dopo essersi ingozzati di wurstel di renna. Quinta scoperta, vendono la carne di renna al supermercato. Sesta scoperta, usano veramente quelle macchine che tu ci metti dentro le bottiglie di plastica vuote o le lattine o il vetro ed in cambio ti danno i soldi. Soldi in cambio di rifiuti! Se ne installassero in Italia, la gente passerebbe le domeniche a ripulire i boschi e le spiagge! I tossici ti fermerebbero per strada a chiederti se per caso non hai un po’ di monnezza da regalargli! Ma invece no, noi siamo furbi, noi incentiviamo la differenziata con le promesse di un mondo migliore.

Verso sera, prendiamo finalmente la metro e andiamo a fare una passeggiata nella città vecchia. Sarà stata la neve, i lumini alle finestre, le insegne che penzolavano sui vicoli o il fatto che non ci fosse nessun altro ad arrischiarsi per le strade gelate, ma per quanto mi riguarda è stato amore a prima vista. Di giorno certamente fa un effetto diverso, sconta la presenza dei turisti e le botteghe aperte, ma quella notte pareva di essere entrati in una fiaba nordica, almeno fino a quando abbiamo dovuto infilarci nell’androne di un museo a scaldarci un poco. Sesta scoperta, in Swezia hanno le panchine di marmo con il sedile riscaldato, e chiunque abbia inventato questa cosa merita tutti i premi Nobel. Per cena siamo andati in un ristorante italiano gestito da serbi, dove ho mangiato il miglior filetto al pepe verde con salsa misteriosa che io abbia mai mangiato in vita mia, nonché credo l’unico. Pare che Stoccolma sia piena di serbi, o forse è l’impressione che ho avuto io girando sempre con dei serbi.

Il giorno dopo, Sabato, abbiamo fatto molti altri passi per il centro cittadino, ci siamo fermati a mangiare un panino e poi come al solito abbiamo cominciato a girare con la metro ed i commuter per raggiungere gli angoli più sperduti della città, le periferie degradate. Settima scoperta, Stoccolma non ha periferie degradate. Anche nei quartieri dormitorio, i satellitari dove vivono molti immigrati e si fa fatica a trovare una farmacia o un giornalaio, ci sono parchi giochi e piste ciclabili ed interi boschi tra un condominio e l’altro. Se c’è una cosa che non manca in Swezia è lo spazio, e lo usano con prodigalità. Ottava scoperta, gli Stoccolmesi parlano tutti inglese e rispondono sempre quando chiedi un’informazione, anche se inizialmente sembrano un po’ restii. Nona scoperta, sono restii perché non sanno la risposta, non conosco niente della loro città o della stazione della metro in cui lavorano, ma rispondono lo stesso per educazione. A caso. Ti dicono Sì, mi pare che da quelle parti ci sia un cambiavalute. E non c’è. Ti dicono Sicuramente se vai da quella parte lo trovi, e la risposta regina a tutte le domande: Sempre dritto. Un buon 75% delle domande che ho fatto ha ricevuto come risposta “Sempre dritto, non puoi sbagliare” e nel 100% dei casi sono andato sempre dritto e mi sono sbagliato, sono tornato indietro, ho chiesto indicazioni ad un’altra persona e mi ha ripetuto la stessa cosa ed io ci sono cascato di nuovo, rischiando più volte di salire su un treno per Oslo.

Il nostro peregrinare, come dicevo, ci ha portato infine a Skogskyrkorgarden, uno dei pochi posti dove se proprio dovessi morire vorrei essere sepolto. Grandi spazi, alberi, neve, semplici lapidi senza tante croci o frizzi e lazzi ed un’atmosfera più riflessiva che lugubre. E poi c’è Greta Garbo. Io con la Garbo ho un rapporto speciale, perché è una delle poche grandi dive del cinema di cui non ho visto neanche un film. In compenso ho visto la sua tomba, una semplice lapide di marmo con incisa la firma, senza date o foto, e due rose rosse che qualcuno aveva portato.

La mattina dopo la sveglia ci ha strappato dal sonno alle cinque e mezzo, abbiamo fatto una frugale colazione e ci siamo poi precipitati a prendere l’autobus per l’aeroporto. Anche in questa occasione l’abitudine swedese di dare indicazioni a caso non ci ha aiutato, e sicuramente avremmo perso autobus e aereo e tutto e saremmo stati costretti a vagare per sempre per quelle lande artiche se non ci fossimo imbattuti in un tassista serbo da cui la cara Zorkinica è riuscita ad ottenere delle informazioni precise ed affidabili. Decima scoperta: Stoccolma ha sempre un serbo in serbo nel momento del bisogno.

Note a margine sparse: la temperatura non è mai salita sopra i -4 neanche durante le ore più calde della giornata, che comunque non esistono. Gli swedesi hanno sei possibili tonalità di capelli: immigrato, castano, biondo, molto biondo, estremamente biondo, regina delle nevi. Se ti piace il modello Galadriel, in Swezia troverai sicuramente la ragazza dei tuoi sogni. Lì si possono ancora usare le gomme chiodate. Hanno l’abitudine di masticare tabacco. Hanno un sacco di bagni pubblici. Nei supermercati non si possono comprare alcolici di gradazione superiore al 3,5%. Credono che il pesto alla genovese sia una salsa da usare come condimento della carne.

Bruxè, le retour / de terugkeer

Dopo lunga attesa, ecco finalmente un breve resoconto della mia scorribanda a Bruxelles, che non mancherà di stupire chi si aspettava di leggere qualcosa di intelligente.

Belgio, land of the brave. Bruxelles, città in cui emigrano le nostre migliori ex-veline ed i nostri più stimati politici di serie c per dedicarsi con passione a dormire su un seggio dell’europarlamento, gettandosi coraggiosamente alle spalle una dura vita di orgasmi e lavoro entrambi comunque spudoratamente simulati. Che altro dire di Bruxè che non sia già condensato egregiamente nella parola “cavoletto”? Due o tre cose, in effetti.
Il volo è stato tutto sommato tranquillo, nonostante l’imbarazzante proposta dell’assistente di volo ryanair di lucidarmi le scarpe per cinque euro. La ryan farebbe ormai di tutto per racimolare spiccioli e posso anche capirlo, finché riescono a farmi volare a prezzi accettabili sopporto ben volentieri di far entrare ogni mio avere nel bagaglio a mano, di partire alle prime luci dell’alba e di atterrare a decine di decine di chilometri dalla città dove intendevo veramente atterrare. Però devo ammettere che quando il pilota mi ha chiesto se per cinquanta euro volevo giocare un po’ coi comandi mi sono preoccupato, nonostante il bambino prima di me se la fosse cavata benissimo.
Bruxelles, eredità coloniale e coppie multietniche, vibrazioni creative.
L’albergo era molto vicino ad una fermata della metro, il che si traduceva in una comoda possibilità di andirivieni nel corso della giornata per riposare le stanche membra, mangiare qualcosa, collegarsi fugacemente al wifi della hall. Non era neanche un albergo, in realtà, ma una specie di albergo con dentro dei miniappartamenti per cui ci si poteva cucinare, eventualmente, qualche raffinato piatto italiano che gli indigeni non avrebbero neppure lontamente potuto concepire. Tipo la pizza surgelata, o il cafè solubile (la mancanza di dio ci perdoni). D’altra parte, qualsiasi posto a Bruxè è vicino ad una stilosa fermata della metro, perché ce ne sono ovunque. Gare du Midi. Louiza. Porte de Namur ed il suo quartiere congolese, Parc, i suoi viali arroganti ed i palazzi spocchiosi, Gare Centrale con la sua minuscola e preziosa Grand Place, le guglie e le decorazioni dorate contro il cielo grigio. Heysel, il suo famigerato stadio e l’atomo di ferro spaziale da cui si può ammirare il panorama. Merode ed il suo parco ventoso. Schuman e gli orribili grattacieli dell’unione europea. Eccetera, eccetera, con i suoi graziosi mercatini.
Bruxelles, patria del waffel al cioccolato e della birra quadruplo malto.
In tre giorni scarsi abbiamo visto più o meno tutto quello che si può vedere senza entrare in nessun posto. Niente Magritte, che il museo aveva degli orari improponibili, niente Frida Kahlo, che a malincuore non siamo riusciti a cogliere, ma pazienza, tanto io ho sempre preferito gli astrattisti concettuali. Niente museo del fumetto, che tanto i fumetti di cui sono innamoratissimi in Belgio interessano soltanto a loro, a noi touristi di passaggio basta ammirarli dipinti sulle pareti dei palazzi. Siamo stati in qualche chiesa, che hanno di buono il fatto di potersi sedere e di avere l’ingresso gratuito, anche se noi per cortesia abbiamo preferito lasciare comunque in dono un chierichetto.
Bruxelles, laboratorio di sconsiderati esperimenti a base di luppolo e ciliegie.
Un pomeriggio semipiovoso ci siamo infilati in una birreria sotterranea che aveva centocinquanta tipi di birra sul listino corto, quello a disposizione sui tavoli/barili. Il listino lungo, che potevi andare a richiedere al banco solo se avevi un mandato dell’alcolisti anonimi, pare ne avesse più di duemila, alcune delle quali clamorosamente fuori norma CEE. C’era uno spazio riservato ai fumatori ed uno, molto più piccolo, riservato ai patetici non fumatori e la cosa sorprendente è che tra i due spazi non esisteva alcuna barriera fisica, semplicemente il fumo restava nella parte fumatori e non invadeva la zona trista. Perché ovviamente il fumo era francofono, e sullo spazio non fumatori era stata appesa una bandiera fiamminga.
Bruxelles, quante altre cose mi tornano in mente, quanti divertenti aneddoti, quanti noiosi dettagli. Potrei andare avanti per ore, se mi pagaste, ma dato che la realtà è quel che è vi invito piuttosto ad andare a farci un giro di persona. Stupitevi di Bruxelles, dove tutto è bilingue e le donne vagano in inverno senza calzini.

Vivere e sciare in Carinzia

L’anno è cominciato sulle piste innevate della Carinzia, laddove le vette sfidano il cielo e le caprette ti fanno ciao. Alcuni malintenzionati potrebbero supporre che io fossi lì per sciare. Tsk tsk tsk. Ero lì per fare il crash test della nuova tuta da sci Meliconi e dopo averla messa a dura prova devo ammettere che funziona, come del resto potete intuire dal fatto che sono ancora abbastanza vivo per scrivere. Sul serio, tra me e gli sci dev’esserci una sorta di incompatibilità zodiacale di quelle pericolose; io penso di essere portato per sport meno faticosi e soprattutto meno dolorosi, come la briscola, mentre gli sci pensano di essere portati per utilizzatori finali più competenti. In effetti, io e gli sci saremmo d’accordo su tutto, anche sul fatto di non uscire più assieme. E’ Bruna che prova a tenerci legati, per motivi misteriosi.

Quando non eravamo impegnati a sfidare la forza di gravità con pretestuose finalità edonistiche, ce ne stavamo al calduccio di un b&b gestito da una coppia di simpatici signori inglesi. Dato che in Carinzia ai nativi è vietato parlare qualsiasi lingua che non sia la propria, pena la persecuzione da parte dello spirito di Heider*, gli inglesi erano ben felici di aver trovato qualcuno con cui discorrere nel loro albionico idioma, qualcuno che sapesse perlomeno ascoltarli e fare sì con la testa al momento giusto. Ci hanno accolto il primo giorno con un bicchierino di grappa, poi ci hanno regalato i petardini per Capodanno e persino una bottiglia di quello che loro pensavano fosse delizioso spumante. L’ultima sera (siamo stati lì in tutto due sere) ci hanno pure offerto un tè ed una birra. Io a chi mi offre una birra mi affeziono come un gatto a chi gli offre i crocchini, davvero, lo guardo con gli occhi lucidi, gli faccio le fusa e gli dormo pure sul copriletto, perciò è con incolmabile senso di gratitudine che ora consiglio a tutti voi sterminati lettori di questo bloggo di andare in carinzia a dormire in questo posto magnifico, situato a pochi chilometri da un sacco di pregevoli fonti di intrattenimento quali le piste da sci, le terme, la ridente cittadina di Villach e l’Austria in generale.

Sul serio, io per una birra vi ammazzo anche la suocera, sono uno che si vende per poco.

Infine, ve lo racconto solo per farvi capire quanto io sia provinciale e neif, siamo stati in un posto a Villach (ridente cittadina) dove c’era il Sushi running, ovvero un fast food (?) dove la gente si siede sugli sgabellini ed il cibo giapponaise scorre su dei nastri trasportatori in eleganti monoporzioni, ed i raffinati avventori quando vedono passare qualcosa di loro gusto lo prendono e se lo mangiano con le apposite bacchette. Al di là del cibo in sé, io avrei voluto sperimentare questo esotico e vagamente hipsterpopolare meccanismo alimentare ma sfortunatamente avevo appena finito di pranzare, perciò mi è rimasto un buon motivo per tornare dalle parti di Villach e soggiornare nuovamente in quel favoloso bed and breakfast il cui sito non rende appieno l’idea della comodità e del calore umano con cui accoglie i suoi ospiti (ve l’ho detto che la birra che mi hanno offerto era una guinness?).

* C’è scritto proprio così nel codice penale carinzio.