Piano B per la Cina, #5: Il silenzio degli agnelli

Eccoci arrivati all’ultima tappa: con Xi’An si conclude il racconto del nostro quarto viaggio in Cina. I più attenti di voi ricorderanno che eravamo già stati in questa città nel corso del nostro secondo viaggio, dedicato alla procedura di esfiltrazione di Bustina dai confini cinesi. Dato però che in quella occasione la nostra esperienza turistica si era limitata alle due o tre principali attrazioni (l’esercito di terracotta, la grande pagoda dell’Oca Selvatica e le mura cittadine), abbiamo chiesto a Bustina se avesse qualche destinazione meno conosciuta da consigliarci, o almeno qualche ristorante economico. Con nostra grande delusione la piccola Xi’Anese di casa non ha saputo aiutarci: a quanto pare a due anni non la lasciavano andare molto in giro. Ci siamo quindi arrangiati come al solito.

A Xi’An Bruna ha eletto il baracchino come proprio mezzo di trasporto prediletto. Per chi si fosse distratto durante le puntate precedenti, il baracchino è una specie di motoretta dotata di tettuccio e posti a sedere per gli ospiti paganti, l’equivalente motorizzato del risciò. Le portiere laterali e le cinture di sicurezza sono generalmente assenti, in modo da poter assaporare più da vicino la vita della città e gli eventuali bagagli possono essere stipati sopra il tettuccio o sotto le gambe dei passeggeri. Non è un mezzo molto veloce, ma è piccolo ed agile, ideale per districarsi tre le strade trafficate senza dare troppo peso al noioso codice della strada, ammesso che in Cina ne esista uno. Il prezzo è contrattabile, ovvero si mostra all’autista l’indirizzo di destinazione, si ascolta la sua ladresca proposta e la si abbassa almeno del cinquanta per cento. Si può tranquillamente tener duro sul prezzo senza cedere troppo a compromessi, tanto se la trattativa non dovesse andare a buon fine non mancherà un altro baracchino poco più avanti. Bruna è spietata in questi affari. Viaggiando sui baracchini abbiamo attraversato il centro di Xi’An in lungo e in largo, mettendo a dura prova la salute delle nostre coronarie ma risparmiando preziosi centesimi di yuan.

Le possenti mura al neon di Xi’An

Di quando in quando, se la destinazione era troppo lontana o la pioggia faceva sparire i baracchini, prendevamo la metropolitana. Al momento Xi’An non possiede una rete di metropolitana vasta come quella di Pechino o Shanghai, ma si distingue per alcuni curiosi divieti puntigliosamente segnalati all’interno di ogni vagone. Ad esempio, è proibito bere o mangiare, sollecitare donazioni per qualsiasi causa, cantare, chiedere l’elemosina o espletare i propri bisogni corporali. Generalmente io non frequento posti dove ritengono necessario specificare che è vietato fare i bisogni in pubblico, perciò l’alternativa dei baracchini era enormemente apprezzata.

Il primo giorno di permanenza in questa città Lorella e Maura se ne sono andate da sole a visitare l’esercito di terracotta; al ritorno, per dare un po’ di pepe ad un’esperienza altrimenti troppo scontata sono riuscite a litigare con l’autista di un autobus privato che aveva cercato di truffarle, facendosi di conseguenza abbandonare lungo una statale e rischiando di diventare vittime del traffico di bianche dello Shaanxi. Ovviamente in questo caso il concetto di truffa va rapportato agli standard occidentali, perché credo che in Cina attirare i turisti stranieri su un autobus “veloce” che costa il triplo di quelli normali sia considerata una normale pratica commerciale. Ad ogni modo, le nostre compagne di viaggio non si sono fatte abbindolare e sono riuscite a fermare al volo uno degli autobus regolari e a tornare in città sane e salve.

Nel frattempo, noi tre Magnabosco-Piccinelli-Viendalmare siamo andati a fare un giretto per il quartiere islamico. Xi’An era il punto di partenza della Via della Seta e gli scambi commerciali con il mondo arabo erano ampi e vivaci. Il quartiere musulmano di Xi’An, eredità di questo fiorente passato, è un curioso dedalo di stradine, bancarelle e negozi   attraversato da torme di turisti, commercianti, motorini e “baracchini” a quattro ruote, dove i profumi delle spezie si mescolano agli aromi del cibo di strada: pizze ricoperte di semi di girasole, panini imbottiti, zampe di gallina, spiedini di ogni sorta, dolci, frutta, patate arrosto… Uno spettacolo caotico ed affascinante in qualsiasi momento dell’anno, con l’unica eccezione del giorno scelto per la nostra passeggiata: infatti era la Festa del Sacrificio, che viene celebrata in ogni famiglia musulmana di ogni quartiere musulmano del mondo con un pasto a base di pecora. Pecora uccisa recentemente ed in modo molto sanguinoso, spesso lungo la strada, per poi essere scuoiata e macellata in un effluvio di odori insopportabili. Ad ogni modo, a parte le scene da film dell’orrore e l’occasionale pozza di sangue da scavalcare, la nostra passeggiata è stata comunque piuttosto piacevole: abbiamo visitato un’antica moschea molto suggestiva e poi siamo fuggiti in un parco pubblico, dove tra i laghetti ricoperti di piante di loto abbiamo ritrovato la pace interiore. Qui Bustina ha provato l’ebbrezza di guidare una specie di ippopotamo meccanico, rischiando di andare a sbattere contro un albero e poi di ribaltarsi, ma divertendosi moltissimo.

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Montagne di spezie, perché le pecore morte non sono fotogeniche

 

Mentre vagavamo nei paraggi, abbiamo avuto anche il piacere di imbatterci in un curioso angolo di “vecchia Cina”: lungo una stradina laterale la nostra attenzione viene attratta da alcuni negozi che esponevano sul marciapiede gabbiette di legno molto piccole e strumenti dalla forma curiosa. Si trattava di venditori di grilli domestici, insetti verdi e decisamente grandi rispetto a quelli a cui siamo abituati dalle nostre parti, i quali sono molto apprezzati in Cina a causa del loro canto (ehm…) melodioso; alcuni li portano addirittura in giro nelle loro gabbiette per fargli prendere aria e godere della loro compagnia mentre passeggiano. Poco lontano abbiamo trovato invece spietati allevatori di grilli da combattimento, che dopo aver aizzato i propri atleti con dei sottili pennellini li costringevano a lottare tra loro all’interno di barattoli di latta. Nonostante fossi al corrente di queste antiche tradizioni, è la prima volta che mi capita di imbattermici di persona e questa circostanza mi ha entusiasmato, tanto che ho comprato una piccola ciotola di ceramica per grilli, nel caso mi venisse mai voglia di allevarne uno. Mi rendo conto che forse avrei dovuto provare maggiore compassione per questi innocui animali condannati ad una vita di prigionia o di violenza, ma in tutta onestà rispetto alle pecore incrociate poco prima mi è sembrato che se la spassassero alla grande.

Il secondo miglior negozio di grilli di Xi’An

Superato il trauma delle pecore brutalizzate sul marciapiede, abbiamo dedicato il giorno successivo a visitare la Torre del Tamburo e quella della Campana, due tra gli edifici storici più caratteristici della città, e a gironzolare nei dintorni. L’ultima mattina prima della partenza abbiamo invece approfittato della permanenza a Xi’An per fare una capatina in alcuni luoghi fondamentali per la storia della nostra famiglia: il Golden Flower hotel ed il parco Changle. Si tratta dell’albergo dove alloggiavamo quando abbiamo incontrato per la prima volta Bustina e della meta delle nostre prime passeggiate amorose famigliari. Siamo persino entrati nell’hotel, facendo finta di niente, per esplorare un po’ commossi la lobby ed i corridoi dove Bustina muoveva i suoi primi passettini in nostra compagnia. Il parco, poco lontano, si conferma ancora uno dei più belli che abbiamo visto in Cina, con i suoi scenari rilassanti e la gente intenta a suonare, cantare o praticare tai chi. Rivedere quei posti ha suscitato in noi emozioni molto forti, mentre Bustina fingeva di riconoscere il teatro delle sue prime scorribande e ci assecondava placidamente in attesa della pausa pranzo.

Con questa nota di felice nostalgia, seguita solo da un ultimo pranzo in uno dei deliziosi ristorantini della metropoli, un viaggio fino all’aeroporto ed una noiosa sfilza di coincidenze aeree, anche il nostro quarto viaggio in Cina è giunto alla fine. Forse è stato il viaggio con il maggior numero di spostamenti, sicuramente quello con la maggiore quantità di chilometri percorsi via terra: bus, treni ad alta velocità, taxi, baracchini… Molti baracchini. Abbiamo visto scenari incredibilmente diversi, dalla frenesia metropolitana di Pechino alle case di terra scavate sul dorso della collina dello Shanxi, dalle sterminate pianure coltivate alle centrali a carbone, dalle montagne sacre ai villaggi di campagna ormai abbandonati. Non abbiamo mangiato troppe cose strane, anche se i leggendari la mian lunghi due metri hanno messo un po’ in crisi la nostra dimestichezza con le bacchette. Ormai io e Bruna non viviamo più lo shock da lontano Oriente, ma questa volta la presenza di Lorella e Maura ha apportato al viaggio un punto di vista diverso, magari più fresco, spingendoci anche a cogliere aspetti che noi diamo per scontati e a rimettere in discussione le nostre interpretazioni di usi, costumi, affinità e differenze.

Per poi permetterci di appurare che il nostro punto di vista era il più corretto fin dal principio, ovviamente.

Tutti amano la Cina, no?

Ad ogni modo, la Cina continua a rivelarsi un Paese in rapido cambiamento ma allo stesso tempo legato alla propria storia ed alle proprie tradizioni millenarie, un mondo schizofrenico e forse spietato, ma dove trovi sempre qualche sconosciuto che per ragioni inspiegabili si fa in quattro per aiutarti, un posto con regole sociali ed abitudini talvolta brutalmente diverse dalle nostre e proprio per questo anche affascinanti e suggestive. Un Paese che, insomma, non ci siamo ancora stancati di visitare ed esplorare.

E se tutto questo non bastasse a convincervi ad amare la Cina, aggiungo pure che i mezzi della pulizia stradale annunciano il proprio passaggio sparando dagli altoparlanti un’adorabile musichetta tradizionale, con tanto di guqin e pipà.

(Pure alle sei di mattina, eh.)

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Piano B per la Cina, #4: Trappola per gechi

Quand’è stata l’ultima volta che avete visto una libellula? A Chenjiagou, verso sera, si alzano in volo dai campi centinaia di libellule, ed il frinire delle cicale durante i pomeriggi di sole sovrasta le spiegazioni dei maestri di Tai Chi.

Chenjiagou è il villaggio nella campagna cinese dove è nato il Tai Chi Chuan, almeno quattro secoli fa. Dopo il nostro primo viaggio in Cina lo descrivevo come un paese di pastori, contadini e maestri di Tai Chi, un paesaggio rurale molto povero ma tranquillo, lontano dalla frenesia delle metropoli. La vita in questo villaggio pareva scorrere sostanzialmente immutata da tempi antichissimi, perciò non avrei mai immaginato che sarebbero stati sufficienti solo cinque anni per renderlo quasi irriconoscibile. La sera in cui siamo arrivati, dopo un tragitto assurdamente lungo sui treni ad alta velocità ed un tratto interminabile di strada a bordo di un’auto pregna di odore di benzina, siamo rimasti storditi dal cambiamento. Una nuova strada a sei corsie partiva dal ponte sul Fiume Giallo, aggirando gli altri centri abitati del circondario, e si fermava proprio di fronte alla nostra scuola di Tai Chi. Ciononostante, ci abbiamo messo un po’ per capire di essere davvero a destinazione, perché al posto della vecchia palestra e del grande piazzale polveroso che fronteggiava la scuola sorgeva una collina artificiale, rigogliosa di alberi ed arbusti. Non un’aiuola, non un parco… ma un’intera collina. Solo l’edificio del collegio ed il piccolo cimitero con le tombe di famiglia erano rimasti al loro posto, ma tutto quello che ricordavamo lì intorno era stato raso al suolo e ricostruito. Le sorprese sarebbero proseguite nei giorni seguenti, passeggiando per le strade di Chenjiagou: non più di terra battuta, buie e fiancheggiate da fossi, ma pavimentate in porfido, ben illuminate ed adornate con statue ed alberi. Ingenti investimenti economici hanno colpito il villaggio, destinato a diventare una delle mete del turismo sportivo e culturale cinesi. Ora vi si possono trovare ristoranti, bar e negozi in abbondanza, ci si può fermare a bere una birra o a mangiare uno spiedino all’aperto, magari seduti ai piedi di una torre un po’ inquietante ad ammirare filmati promozionali e di propaganda proiettati giorno e notte da uno schermo gigantesco. Poco lontano, edifici di recente costruzione sono pronti ad accogliere centinaia di ospiti, cinesi ed internazionali. Tutto è all’insegna del Tai Chi, tutto rigorosamente in stile “vecchia Cina” come già visto a Datong: il nuovo che imita l’antico. Non si vedono più passare pastori con una manciata di capre da portare al pascolo, ma motorini elettrici ed auto di lusso. Qualcuno ritiene che Chenjiagou stia seguendo la stessa strada di Shaolin e di mille altre località della Cina, sostituendo il brutto autentico con il bel falso, trasformando un passato ricco di significato e dignità in una stucchevole ricostruzione ad uso e consumo dei visitatori. Può anche darsi e un po’ mi dispiace, ma del resto non si può pretendere che gli abitanti del villaggio continuino a far la fame per soddisfare la nostra nostalgia di “autenticità”.

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La statua di Chen Wangting, inventore del Tai Chi e simbolo di Chenjiagou

Stanchi per il viaggio, storditi dalla puzza di benzina ed a malapena in grado di orientarci com’eravamo, il nostro arrivo al collegio non è stato certamente il momento migliore della vacanza. Oltre tutto, prima di poterci riposare ci siamo dovuti dedicare ad una lunghissima trattativa con le gentili, efficienti ma ahimè inspiegabilmente lente impiegate della segreteria per ottenere due camere dove soggiornare, possibilmente non troppo luride e spartane. Nonostante questo, alla fine erano comunque abbastanza spartane: letto, gabinetto, qualche mobile dove appoggiare le valigie ed un divano. Non avevamo in dotazione asciugamani, bollitore e neppure carta igienica, evidentemente considerata un bene superfluo e pertanto disponibile solo in vendita presso lo spaccio. Il nostro lieve disagio a proposito evidenzia anche le tipiche contraddizioni occidentali: avremmo preferito che le strade e le case del villaggio restassero sporche e polverose come da tradizione, ma allo stesso tempo che le nostre stanze fossero pulite, comode e confortevoli. Niente di grave, comunque, sapevamo di non doverci aspettare il lusso di un albergo, perciò sopportavamo serenamente i catini di plastica sotto ogni condizionatore, i rifiuti che tendevano ad accumularsi nei bidoni della spazzatura e persino di inciampare continuamente sugli scalini di altezza diseguale. L’unico aspetto un po’ delicato del nostro soggiorno è stato sopportare le occasionali visite di un animale misterioso, che approfittava della nostra assenza per intrufolarsi in camera in cerca di cibo. Una sera abbiamo commesso l’imprudenza di lasciare della frutta incustodita sopra al tavolo ed al nostro ritorno ce la siamo ritrovata platealmente rosicchiata. I segni dei morsi erano così netti e precisi che un bravo odontotecnico avrebbe potuto prendergli l’impronta dentale, ma ciononostante non riuscivamo a raggiungere un’opinione unanime sulla sua specie di appartenenza. Io, Bruna e Maura eravamo banalmente portati a dare la colpa ad un topo, ma secondo Lorella l’intruso doveva essere per forza un geco, perché oltre ai morsi non avevamo trovato altre tracce di invasione mentre è ben noto come i topi siano incontinenti. Noialtri non eravamo così informati sulle abitudini scatologiche dei roditori, per cui seppure con qualche perplessità le abbiamo dato retta. Per ripicca, la sera dopo abbiamo trovato altra frutta rosicchiata e piccole cacchine sparpagliate sulle lenzuola e per tutta la camera. Secondo Lorella, doveva trattarsi a quel punto di un geco molto astuto che voleva depistarci e confonderci le idee. Noi abbiamo preferito comunque chiedere delle lenzuola pulite ed una trappola per topi.

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Non so se si è capito, ma noi eravamo lì per fare Tai Chi

Topo o non topo, il collegio dove eravamo resta comunque una delle migliori scuole di Tai Chi di Chenjiagou, il che equivale a dire del mondo. Durante la nostra permanenza  erano ospitate almeno una cinquantina di persone delle quali solo tre, oltre a noi, erano stranieri. Si faceva colazione tutti assieme alle sette e trenta del mattino: un insipido brodo di riso, pane al vapore, verdure stufate e uova sode. Bustina si è scoperta golosa di uova sode, se non altro per mancanza di alternative. Dalle otto e trenta alle undici e trenta ci si allenava, poi si pranzava di nuovo nella sala comune: verdure stufate, riso o pasta in brodo. Seguiva una pausa fino alle tre e mezza del pomeriggio, poi altre tre ore di allenamento. Alle sei e trenta si cenava, pressappoco con lo stesso menù del pranzo. Per fortuna, questa volta non ci hanno deliziato con le teste di gallina che ci avevano servito cinque anni fa, dev’essere stato assunto uno chef più raffinato. Dopo cena si era liberi di fare quel che si voleva: continuare ad allenarsi, riposarsi o passeggiare per il paese, ma senza dimenticare che alle dieci chiudevano i cancelli per cui non si poteva far troppa baldoria.

Abbiamo saputo che presto verrà costruita anche una nuova palestra, ma per il momento l’allenamento si svolge in una specie di grande capannone per i conigli o sotto un pergolato. Mentre noi trascorrevamo le giornata ad allenarci, Bustina giocava lì fuori con gli altri bambini. All’aperto non correva molti rischi. Una mattina che ci eravamo tutti rifugiati in palestra perché stava piovigginando, però, le sono bastati pochi minuti per farsi male, schiacciandosi due dita con un attrezzo sportivo. All’improvviso la serenità dell’ambiente è stata interrotta dal suo pianto disperato perciò io e Bruna, non riuscendo a capire quanto fosse seria la ferita, ci siamo precipitati dal medico, accompagnati dalle segretarie del collegio su uno dei soliti baracchini a quattro ruote. La scena era terribile e memorabile: noi che attraversavamo il paese alla massima velocità consentita da quel mezzo di trasporto, con Bustina che si stringeva la mano sanguinante e tutto il villaggio che girava la testa a guardarci attirato dalle sua urla di dolore e spavento. Al dottore, poco impressionato da tutta quella confusione, è bastato mezzo sguardo per valutare che si trattava di una ferita superficiale e sbolognarla all’infermiera affinché la medicasse. L’infermiera, a sua volta, doveva essere una comparsa assunta per rassicurare i turisti o essersi diplomata all’accademia di macelleria, perché disinfettava e ripuliva la ferita con la delicatezza che io di solito riservo alla cura del pollo prima della cottura, strappando la pelle con una pinzetta anziché tagliarla con le forbicine come usano fare i corrotti medici dei Paesi occidentali. Bustina non l’ha presa bene, strillando come Maria Callas nel periodo migliore. Con la mano fasciata ed in braccio alla mamma, però, il dolore poco a poco le è passato, tanto che una volta tornata in palestra la piccola si è subito addormentata stremata.

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Una volta qui era tutta campagna.

A Chenjiagou abbiamo incontrato persone provenienti da tutta la Cina. Oltre a noi, come dicevo, c’erano solo un romano e due francesi. Lorella è stata molto felice di trovare qualcuno con cui poter parlare decorosamente  in una lingua europea, e questo credo rappresenti il primo caso in assoluto in cui qualcuno è felice di incontrare dei francesi. La gente a Chenjiagou è sempre molto amichevole, inizialmente ci trattavano tutti con una specie di timore reverenziale dovuto soprattutto alla barriera linguistica, ma pian piano si sono sciolti. I primi sono stati i bambini: con il loro inglese scolastico non hanno avuto paura di avvicinarsi e chiedere di dove eravamo. Quando gli ho fatto vedere l’Italia sulla piantina, ingrandendo progressivamente la mappa per fargli apprezzare la distanza dal loro villaggio, hanno sgranato gli occhi. Con gli adulti ci è voluto un po’ più tempo, ma anche il fratello di Cindy si trovava lì per allenarsi e ci è stato di valido supporto, è molto simpatico e si è subito affezionato a Bustina.

Gli allenamenti di Tai Chi sono sempre di altissimo livello, anche se abbiamo nutrito delle perplessità nei confronti dei nostri compagni di lezione. Forse siamo troppo permalosi, ma a volte abbiamo avuto il sospetto che alcuni degli altri allievi approfittassero del fatto che non capivamo la lingua per sfotterci un poco. Il sospetto era alimentato dal fatto che ci indicavano, dicevano qualcosa in cinese e ridevano a crepapelle. È pur vero che, proprio perché non capiamo la lingua e non siamo avvezzi al linguaggio non verbale dell’Estremo Oriente, forse non c’era nessun reale collegamento tra quello che dicevano, quello che indicavano (cioè noi) ed il fatto che ridessero, poteva essere una coincidenza. Poteva essere che stessero indicando qualcosa alle nostre spalle. Poteva essere che stessero (spesso) raccontando una vecchia barzelletta. Noi d’altra parte ci vendicavamo affibbiando ad ognuno di loro dei buffi soprannomi: il Ragionier Filini, Bruce Lee, il Butterato, il Riccio, Confucio 2 – la Vendetta… La nostra acerrima nemica però era la Tigre della Magnesia, una femme fatale di un metro e venti che pareva uscita da un film di Sandokan per schermi da pochi pollici. Ella continuava ad interrompere l’insegnante con domande palesemente stupide (pur essendo in cinese, intuivamo che potessero solo essere stupide), faceva gran mostra delle sue scarse forme con delle mossettine leziose tipo spogliarellista di Kuala Lumpur ed era sospettosamente ilare quando indicava nella nostra direzione. Abbiamo dedicato gli ultimi due giorni a commentare ad alta voce in italiano e ridere malvagiamente ad ogni sua azione, per ripicca alle sue presunte malefatte. Bruna risentiva in modo particolare della sua fastidiosa presenza, tanto che approfittando di una dimostrazione è arrivata a pochi centimetri dallo stamparle un catartico calcio in faccia, azione peraltro agevolata dal ridotto sviluppo verticale della vittima. Dalla diplomazia del Ping pong alla guerra fredda della seconda media il passo è breve.

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L’istruttore che mi ha sopportato per quattro giorni

Nonostante tutto, al momento dei saluti ci ha preso lo stesso una lieve tristezza. Noi purtroppo stavolta ci siamo fermati solo pochi giorni, ormai era iniziato il conto alla rovescia per la nostra ultima tappa in Cina prima del ritorno a casa. Gli allenamenti a Chenjiagou sono sempre un’esperienza indimenticabile e credo che la maggior parte dei cosiddetti Maestri che insegnano in Italia farebbero una figura ridicola se dovessero confrontarsi con un qualsiasi istruttore di questo collegio, persino con il Butterato o Ciccio Mono-Sopracciglio. Anche se l’aspetto esteriore del villaggio è cambiato, anche se si vedono meno pecore e più botteghe, questo posto ha ancora un fascino unico al mondo. Sono sicuro che se avessimo occasione di fermarci più a lungo ne trarrebbe enorme giovamento non solo il nostro Tai Chi, ma anche la conoscenza della lingua cinese e della cultura locale, ad eccezione ovviamente della cultura culinaria che da queste parti è vistosamente trascurata. La prossima volta, magari: in quell’occasione arriveremo muniti di asciugamani ed apposita trappola per gechi.

Piano B per la Cina, #3: Piccoli Buddha crescono

Risolto temporaneamente il pressante problema economico, ci restavano due giorni per visitare Wutaishan, l’amena località dove eravamo giunti. Il nostro ostello si trovava nel principale centro abitato, un piccolo villaggio turistico circondato da cinque alti picchi boscosi, su ognuno dei quali è stato eretto un importante monastero buddhista. Raggiungerli tutti pare sia un’eccezionale sistema per abbattere il karma e fa miracoli anche per la cellulite, considerando il dislivello e la distanza da percorrere a piedi. Per chi non avesse il fisico per inerpicarsi, nel villaggio si trovano numerosi altri templi e monasteri, alcuni dei quali molto antichi, oltre ad alberghi, ristoranti e negozi che vendono soprattutto souvenir a tema religioso o strumenti per la preghiera. Una gigantesca pagoda bianca in stile tibetano domina il paesaggio. Il clima è fresco, e le strade erano affollate di monaci di ogni ordine e colore, pellegrini e semplici turisti.  Anche a causa dell’altitudine, spesso il pomeriggio scoppiava qualche temporale e le strade prive di tombini si trasformavano in fiumi di fango: i tombini, assieme alla grondaie, rappresentano quel genere di infrastruttura a cui la cultura cinese è rimasta stranamente impermeabile.

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L’ameno panorama di Wutaishan

Abbiamo dedicato la prima giornata in montagna a visitare alcuni dei templi più vicini, a cominciare dal tempio Luohou e dallo spettacolare Xiantong. Quest’ultimo è uno dei più antichi di Wutai e probabilmente dell’intera Cina, il che naturalmente significa che ha subito alterne fortune vedendo nei secoli diverse opere di ampliamento e ricostruzione. Una delle sue attrattive più caratteristiche è la pagoda dorata di epoca Ming, un piccolo gioiello luccicante posto su una terrazza da cui è possibile gettare uno sguardo sui tetti del villaggio e la valle che lo circonda.

L’ultimo giorno a Wutai ci siamo invece inerpicati su per i 1080 scalini che portano a Dailuoding, un altro dei templi che sovrastano la valle. Pare che una volta un imperatore sia venuto in pellegrinaggio a Wutai per visitare i monasteri sui cinque picchi, ma rimasto a corto di tempo e di fiato abbia dovuto fermarsi a due. Offeso nella sua celeste dignità e timoroso di una figuraccia alle cene del CAI, l’imperatore avrebbe ordinato ai monaci di risolvere il problema, mettendolo nella condizione di effettuare il pellegrinaggio senza inconvenienti di sorta. Al giorno d’oggi avrebbero senz’altro risolto con una circonvallazione in alta quota, ma all’epoca preferirono erigere un singolo tempio contenente una copia delle statue contenute nei monasteri principali, in modo da garantire a chi lo visitasse gli stessi benefici spirituali di chi effettua il pellegrinaggio completo dei cinque picchi. Una specie di bignami religioso, insomma. Può sembrare un affarone, ma per non farlo sembrare troppo semplice i monaci preferirono comunque porre il tempio su una ripida altura sovrastante la valle. Certo, oltre alla suddetta scalinata ora esistono anche un sentiero da percorrere a cavallo ed una comoda seggiovia, ma tenendoci molto alla cura della nostra anima noi abbiamo preferito la strada più ardua, sudando sette camicie tra banchetti che vendevano collanine o bibite e fedeli che ogni tre scalini si inginocchiavano a pregare, come da tradizione. Sospetto che anche l’imperatore abbia avuto da ridire, ma la storia non ha tramandato la sua reazione all’escamotage clericale.

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Una risibile porzione dei 1080 scalini

Bustina è stata molto orgogliosa di arrivare in cima per prima. A dimostrazione dei vantaggi spirituali della scarpinata, quel giorno ha ricevuto diversi regali da parte dei monaci che incrociavamo: uno si è tolto la sua collana, una specie di rosario, e gliel’ha regalato senza una spiegazione. Altri le hanno donato cracker, biscotti e noccioline. Uno un ventaglio, un altro una piccola pagoda di plastica. Tornati in paese, a sera, una signora le ha voluto regalare un braccialetto. Lei di fronte a quella cornucopia di regali ha commentato, contenta: “Ma pensano che sono venuta in Cina per aprire una Coop?”

Sul monte Wutai i turisti occidentali erano ancora meno numerosi che a Datong, ne avremo incrociati forse cinque o sei nel corso della nostra permanenza. Lontano dalla frenetica indifferenza delle metropoli, la presenza di nostra figlia assieme a quattro stranieri continuava a suscitare curiosità ed indiscrezione da parte dei passanti, che la interpellavano continuamente in cinese e non si arrendevano di fronte alla sua evidente incapacità di comprendere la lingua locale. La faccenda stressava un po’ tutti e tre, tanto che Bustina stessa ha imparato a tagliare corto rispondendo subito “Wu Yidalì ren!” che vorrebbe significare “Siamo tutti e cinque italiani”.

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Un altro pellegrino con evidenti problemi economici

Dopo qualche giorno e molti templi abbiamo lasciato Wutaishan con un altro bus, guidato da una persona normale su strade normali. A causa della distanza che ci separava dalla prossima tappa del viaggio abbiamo prima di tutto raggiunto Taiyuan, la capitale della regione, per una sosta intermedia. Abbiamo avuto una pessima impressione di Taiyuan durante il nostro primo viaggio per cui abbiamo deciso di passarci il minor tempo possibile, fatto salvo un altro infruttuoso tentativo di cambiare valuta. Per raggiungere la stazione dei treni Bruna ha voluto far provare alle nostre compagne di viaggio l’ebbrezza di una di quelle carriole a motore che si situano un paio di gradini sotto i taxi abusivi. Lei lo chiama “baracchino”: si tratta di una specie di vecchissima ape piaggio, con il cassone coperto e due panchinette in legno per sedersi, senza porte. In questo caso i bagagli erano appoggiati sul tettuccio e sobbalzavano pericolosamente ad ogni curva, come del resto facevamo noi. Il rumore del motore era assordante, tranne durante le discese quando l’autista metteva in folle per risparmiare carburante. Dalla stazione dei bus a quella del treno abbiamo fatto circa quindici chilometri con questo mezzo, Lorella e Maura erano a dir poco estasiate dall’esperienza!

Scesi dal “baracchino” siamo entrati in una di quelle lussuose nuove stazioni dei treni ad alta velocità che stanno comparendo in tutta la Cina, grandi come aeroporti e molto bene organizzate. In una mezz’oretta siamo arrivati a Pingyao. Io e Bruna l’avevamo già visitata durante il primo viaggio, ma l’abbiamo scelta per sostare una notte prima di ripartire. È una antica città molto caratteristica, piena di turisti e, ad aver tempo, di vecchie banche e palazzi da visitare, edifici pubblici e templi.

(A proposito, dopo Wutaishan penso di aver fatto il pieno di templi per il resto della mia vita e non voglio più vedere un monaco neanche in foto. Tanto con il karma sono a posto, no?)

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Templi, templi ovunque…

A Pingyao siamo riusciti a fare solo una passeggiata tra le vie affollate, perdendo ancora inutilmente tempo a cercare di cambiare valuta. Per fortuna avevamo già comprato i biglietti per il tratto di strada successivo ed eravamo pertanto sicuri di arrivare a Chenjiagou, la culla del Tai Chi…

Piano B per la Cina, intervallo: Per un pugno di Yuan

[Sappiamo tutti come il denaro non dia la felicità, ma è anche generalmente noto come la mancanza di denaro possa causare parecchi fastidi. Apro quindi una breve digressione sul problema che ha maggiormente funestato il nostro viaggio in Cina, ovvero la frustrante ricerca di denaro contante. Niente templi, parchi e gigantesche statue di Buddha in questa puntata, ma solo banche e stolidi impiegati dallo sguardo assente.]

Come anticipavo nella scorsa puntata, il monte Wutai è uno dei luoghi più sacri del buddhismo cinese. Anche noi abbiamo iniziato le nostre avventure in questa montagna con un bel pellegrinaggio: per una svista, infatti, ci siamo dimenticati di cambiare i soldi prima di arrivarvi ed avevamo solo inutile valuta europea a disposizione. Nessun problema, comunque, fino a quel momento ci avevano sempre cambiato i soldi in qualsiasi filiale delle principali banche cinesi; come opzione di riserva avremmo potuto comunque prelevare da un bancomat utilizzando la carta di credito. Decidiamo pertanto di dividerci i compiti: io e Lorella ci accolliamo il compito di procacciare l’indispensabile valuta locale per il gruppo, mentre gli altri aspettano serenamente in hotel, anche per tranquillizzare l’albergatore ansioso di incassare. Purtroppo banche e bancomat ci erano stati indicati ad un paio di chilometri nominali dal nostro alloggio, ma dopo molte ore di autobus una passeggiata – peraltro in discesa – non ci dispiaceva.

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Vedete qualche banca in questa foto?

Primo imprevisto: i due chilometri nominali si rivelano essere almeno quattro chilometri effettivi, ad ogni richiesta di informazioni ci viene sempre ripetuto di proseguire, andare avanti ancora un poco. Camminiamo e camminiamo, fiduciosi. Una volta arrivati finalmente alla prima banca, una specie di piccola cassa rurale, decidiamo di passare oltre per rivolgerci ad una più grande, poco lontano: difficile che le banche troppo piccole forniscano questo tipo di servizio. Un impiegato della banca più grande, dopo aver visto i nostri passaporti, ci spiega a gesti di non poter cambiare gli euro e ci rimanda ad una terza banca ancora più grossa. Proseguiamo. Secondo imprevisto: alla banca più grossa ci informano, in un inglese strascicato, che nessuna banca sul monte Wutai è autorizzata a cambiare valuta agli stranieri. Insistiamo, non possiamo crederci, chiediamo spiegazioni. Si raduna un piccolo drappello di impiegati, armati di traduttore automatico ed inglese della seconda media, e scopriamo che per cambiare non avevamo altra scelta che raggiungere Taiyuan, la città più vicina, a centoventi chilometri di distanza. Per fortuna restava sempre l’opzione del bancomat. Terzo imprevisto: i bancomat non riconoscono o non sono abilitati per le nostre carte di credito, per una questione di codice Pin o di antipatia interetnica, non è chiaro. E ora prendete tutti quei favolosi Euro che avete in saccoccia e fatene quel che meglio credete. Proviamo una terza banca, qui l’impiegata evita persino il contatto visivo e fissa il vuoto con lo sguardo da triglia pur di non risponderci. Io comincio a sudare freddo, Lorella perde la pazienza e comincia a gettare stizzita le proprie carte di credito di fronte allo sportello dell’impiegata riuscendo solo ad attirare l’attenzione della guardia armata, la quale ci si avvicina moderatamente minacciosa. Usciamo e riprendiamo a vagabondare, tentando negli hotel, nelle agenzie di viaggio, nella piccolissima cassa rurale che avevamo precedentemente sdegnato: nessuno ci sa aiutare anche perché nessuno parla inglese. Immaginate la frustrazione di Lorella, che l’inglese lo insegna a scuola. Abbiamo perso il conto degli imprevisti e cominciamo sommessamente a disperare facendo e rifacendo il conto della nostra cassa comune: gli yuan che avevamo nel portafogli erano davvero troppo pochi, non ci sarebbero bastati per dormire, mangiare e prendere l’autobus per spostarci da quella amena località. Dopo un lungo girovagare, entriamo nella lobby di un resort di lusso e lì troviamo un turista sino-americano disposto finalmente a cambiarci un po’ di soldi, il minimo indispensabile per pagare l’hotel e tirare a campare fino al giorno successivo: il tutto al prezzo di una saccente paternale sul fatto che dovremmo essere più organizzati ed informarci meglio sui posti che decidiamo di visitare. Sconsolati, torniamo verso il nostro hotel pensando a come ottimizzare il magro capitale. Inutile sottolineare come i quattro chilometri di strada fossero ora in salita, peggiorando ulteriormente il nostro umore.

Fortunatamente, mentre io e Lorella arrancavamo disperati tra istituti di credito e prendevamo in seria considerazione l’ipotesi di dedicarci all’accattonaggio, Bruna e Maura avevano insistito nel cercare la comprensione del nostro albergatore. Grazie alla mediazione di una turista polacca, questi dopo molta resistenza aveva infine deciso di accettare il pagamento in Euro. Meglio valuta straniera che nessuna valuta, avrà pensato. Al nostro arrivo abbiamo quindi scoperto che in qualche modo avevamo abbastanza soldi per sopravvivere qualche giorno sul monte Wutai ed anche per andarcene, anche se ci era costato un pomeriggio di pena e sudore. Potevamo finalmente ricominciare a divertirci, come vi racconterò nella prossima puntata, ma avevamo comunque una liquidità limitata. Come abbiamo risolto?

Dopo Wutaishan abbiamo fatto una breve sosta a Taiyuan, una città decisamente più grande. Anche qui io e Lorella abbiamo cercato di cambiare euro in yuan scontrandoci ancora una volta con la stolida mancanza di collaborazione delle banche locali. Di solito funzionava così: appena entrati venivamo accolti da un’impiegata molto gentile che non capiva un’acca di inglese, vedeva gli Euro ed impallidiva. L’impiegata cominciava a fare di no con la mano, io cercavo di spiegare in un cinese raffazzonato di cosa avevamo bisogno, lei diventava pallida e chiedeva consiglio alle altre impiegate. In tre fissavano basite il nostro passaporto. Dopo dieci minuti arrivava quello studiato, che sapeva parlare un inglese da quinta elementare, e toccava rispiegargli tutto da capo. Nessuno ci sapeva dare nessuna indicazione, qualcuno cominciava a fare telefonate misteriose e a prendere appunti, ci chiedevano e richiedevano dove dovevamo andare, con che mezzo, da che stazione. Alla fine ci restituivano il passaporto e ci indirizzavano ad un’altra banca. Roba che uno dice: almeno ci avessero mandato a quel paese subito, avremmo ottenuto lo stesso risultato risparmiando mezz’ora. Stremati e senza aver concluso niente, ci siamo consultati con gli altri ed abbiamo deciso di proseguire comunque per non perdere un’altra mezza giornata di vacanza.

Il giorno dopo avevamo circa sei ore di sosta nella stazione dei treni veloci di Weinan, nello Shaanxi. A questo punto abbiamo deciso che il magico team Luca-Lorella non era sufficientemente persuasivo con gli impiegati bancari, perciò è subentrata Bruna che anche in questo tipo di situazioni sa sempre essere molto convincente. Abbiamo investito gli ultimi spicci in un taxi e ci siamo fatti scaricare in centro, dritti di fronte ad una delle banche principali della città. Ciononostante, prima di riuscire ad ottenere i sudati Yuan abbiamo dovuto girare un paio di filiali, minacciare velatamente di chiamare la polizia e cercare di impietosire in ogni modo le solerti impiegate. Siamo riusciti nel nostro intento solo grazie al buon cuore di un’altra cliente che ha infine cambiato la valuta a proprio nome per velocizzare l’operazione, anche perché stavamo tenendo in ostaggio l’unico sportello aperto e non avevamo nessuna intenzione di andarcene.

Da questa lezione del tutto imprevista, che ci ha fatto perdere preziose ore di vacanza, abbiamo nondimeno imparato molte cose di cui faremo tesoro durante i prossimi viaggi:

  1. Pensare di viaggiare in Cina solo con carte di credito (“Tanto poi prelevo dal bancomat”) è una buona idea solo se avete intenzione di non muovervi dalle metropoli principali o non vi imbarazza l’idea di travestirvi da monaci tibetani e dedicarvi all’accattonaggio. Serve contante da poter cambiare.
  2. Cambiate i soldi in una delle suddette metropoli principali, presso lo sportello di una delle banche più importanti (Bank of China, China Construction Bank), ovviamente muniti di passaporto e molta pazienza. Per quel che ne so hanno tutte un pessimo tasso di cambio.
  3. Seriamente, si possono prelevare Yuan dal bancomat, ma non dappertutto. Solo dove il bancomat decide che gli siete simpatici.
  4. Pagare con Wechat o Alipay è un’ottima opzione… se avete un conto corrente in una banca cinese. Altrimenti o trovate qualcuno che vi ricarica il borsellino di Wechat oppure niente.
  5. In molte banche ci sono caricabatterie per il cellulare a disposizione dei clienti, quindi se avete la batteria scarica potete sempre entrare in una banca ed inventarvi una pratica assurda da sbrigare. Nel tempo che sprecheranno a cercare inutilmente di aiutarvi il vostro telefono sarà perfettamente carico!
  6. In alcune banche ci sono anche occhiali da vista a disposizione dei clienti che devono compilare moduli o firmare assegni. Comodo.
  7. In sostanza, le banche cinesi sono posti molto belli per stringere amicizia con gli impiegati, ricaricare il telefono, scroccare il wifi e leggere. Meno per cambiare soldi.

Piano B per la Cina, #2: Datong Express

Come anticipato, abbiamo lasciato Pechino in autobus per dirigerci verso la seconda tappa del nostro viaggio: Datong. Non stupitevi se non l’avete mai sentita nominare, ha solo duemila anni di storia e meno di quattro milioni di abitanti, quello che in Cina si definisce un villaggio. D’altra parte, magari non l’avete mai sentita nominare perché non avete capito come si pronuncia. Pure noi abbiamo avuto qualche problema: inizialmente, a fronte dei miei goffi tentativi di descrivere la nostra destinazione, l’albergatore di Pechino mi ha spiegato con sufficienza che la dizione corretta era “Tàt’un”. L’impiegata della stazione dei bus me l’ha poi corretta in “Dàton”, mentre il tassista nasalizzava molto optando per “Tàt’onn”. Da lì in poi, ogni persona incontrata durante il viaggio l’ha pronunciata in modo diverso: l’unico punto su cui tutto il miliardo e mezzo di cinesi da me interpellato era concorde era che io sbagliavo comunque pronuncia. Tra di noi, infidi diavoli bianchi, ci siamo sempre accontentati di un banale “Datong-pronunciato-come-si-scrive“, con tanto di blasfema “G” finale.

Abbiamo scelto l’autobus come mezzo di locomozione perché, sulla carta, pareva più veloce del treno. In realtà il bus ha accumulato oltre due ore di ritardo, compresa una curiosa sosta di quaranta minuti in una stazione di servizio alla periferia di Pechino durante la quale l’autista ha cercato infruttuosamente di caricare nel vano bagagli uno scooter. Abbiamo quindi viaggiato più di sei ore sulle strade della Cina settentrionale, il che ci ha dato per lo meno l’opportunità di vedere da vicino alcuni aspetti del paesaggio che di sicuro su un comodo treno ci sarebbero sfuggiti: la Grande Muraglia in alcuni dei suoi tratti più spettacolari, una bambina che vomitava, i villaggi di campagna ormai in stato di abbandono, una bambina che vomitava, pagode, pale eoliche, vaste distese di pannelli solari, casupole diroccate costruite con terra e paglia ed una bambina che vomitava. La bambina che vomitava, come potete immaginare, era seduta proprio accanto a noi e ci ha allietato per tutto il viaggio con conati ed effluvi, complici gli scossoni della strada, gli ammortizzatori dell’autobus da sostituire ed i genitori che continuavano a farla bere alimentando di conseguenza il disagio.

(Ovviamente non era Bustina, noi l’abbiamo tenuta a secco per tutto il viaggio preferendo il rischio di disidratazione ai reflussi gastrici)

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Le leggi della fisica non valgono in Cina

Una volta arrivati a Datong, siamo stati subito catturati da un solerte tassista che ha cercato di stipare tutte le nostre valigie nel portabagagli, accontentandosi alla fine di lasciarle sporgere pericolosamente ed accompagnarci con il portellone spalancato al nostro hotel, che distava una quindicina di chilometri. Noi eravamo terrorizzati all’idea che le valigie cadessero fuori e si  sfracellassero sulla carreggiata, ma francamente eravamo anche troppo divertiti per fermarlo. L’hotel in questione, poi, era una specie di piccolo monastero, assolutamente delizioso dal punto di vista estetico ma molto spartano. Tanto per cominciare, non trovavano la nostra prenotazione, non parlavano nessuna lingua europea e non sembravano intenzionati a darci un posto per dormire se non al doppio del prezzo pattuito. Solo la mediazione del tassista, dotato del l’onnipresente app di traduzione, ci ha permesso di far valere le nostre ragioni. Inoltre, le nostre stanze avevano cinque letti, ma mentre quattro di questi avevano il solito durissimo materasso cinese, l’ultimo era dotato solo una tavola di legno coperta da un materassino di cinque centimetri. Indovinate chi ha scelto eroicamente di dormire su questo letto morbido come il granito? Proprio il vostro acciaccato narratore, esatto. Infine, bagni e docce erano in comune con gli altri ospiti ed i ristoranti nei dintorni chiudevano verso le sette di sera, mettendo a rischio anche le nostre possibilità di alimentazione.

Il lato positivo di questo alloggio, oltre ad avere un grazioso cortile dove chiacchierare con gli altri ospiti ed essere in assoluto il più bello per stile architettonico ed atmosfera dove ci sia capitato di dormire , era che si trovava a due passi dalla principale attrattiva turistica di Datong: le grotte di Yungang. Si tratta di un complesso di grotte scavate nel fianco di una collina, rinomate per le gigantesche sculture religiose buddhiste risalenti a circa millecinquecento anni fa, decisamente spettacolari. Dormendo così vicini, siamo riusciti a visitarle prima che arrivassero tutte le orde di turisti, perché è una destinazione molto popolare in Cina. Turisti stranieri, invece, se ne vedono pochi… pertanto, oltre ad essere costantemente fissati dagli altri visitatori, ci è capitato pure che qualcuno ci fermasse chiedendo di fare una foto assieme, come se facessimo parte delle attrazioni turistiche della zona. Sappiamo che questa è un’esperienza piuttosto comune per gli stranieri in Cina, ma nei viaggi precedenti ci era capitato molto raramente. A Datong, invece, è successo almeno cinque volte nel corso della giornata ed in particolare si rivolgevano a me, ritenendo forse più discreto importunare l’unico maschio della compagnia, non sapendo che in questo modo alimentavano pericolosamente il mio narcisismo. Davvero, ci sono rimasto un po’ male quando hanno smesso.

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Il secondo Buddha più grande che io abbia mai visto

Nel pomeriggio, sazi di Buddha giganti, siamo andati a visitare rapidamente il centro della città di Datong. Qualche anno fa, un sindaco visionario ha pensato di radere al suolo parte della città per ricostruirla in stile antico, con tanto di mura cittadine, torri, templi, strade e piazze ad integrazione dei pochi edifici realmente antichi superstiti. Non stiamo parlando di un piccolo parco, ma di un’area di almeno un chilometro quadrato, forse più, per non parlare del ben più ampio perimetro delle nuove mura antiche. Dato che Datong è una città a tradizione prevalentemente mineraria e legata all’industria del carbone, immagino che lo scopo fosse quello di avviare una riconversione verso il settore del turismo sfruttando la fama delle grotte. Il risultato è un intero quartiere di palazzi antichi, ancora in costruzione. Il risultato è ovviamente più grottesco che affascinante, una sorta di gigantesca scenografia teatrale magari anche fedele all’originale, ma autentica come una giostra di Disneyland o come quel villaggio western sardo nei film di Sergio Leone. Immaginatevi se spianassero tutto il centro di Rimini per ricostruirlo in stile impero romano, ad esempio, con i colonnati, i templi e le terme. Immaginate i salti di gioia di chi ci abitava prima ed è stato presumibilmente ricollocato in un’altra parte della città.

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Questi antichi palazzi sono probabilmente più nuovi del mio smartphone

La nostra visita è comunque durata poco, perché volevamo tornare al nostro albergo per cenare assieme ai monaci che vi abitavano. Ci avevano detto che c’era questa possibilità e Bruna e Maura ci tenevano molto per ragioni estetico-religiose, ma naturalmente bisognava rientrare presto perché i monaci cenano ad orari improbabili. Una volta arrivati lì, però, non riuscivamo ad intenderci bene sul da farsi. Un monaco stava effettivamente cenando su una panchina in cortile, reggendo la ciotola con le mani. Ci siamo seduti anche noi e dopo qualche minuto la proprietaria del posto è arrivata con una ciotola di spaghetti in brodo per Bustina. Per noi quattro, niente. Eravamo un tantino confusi ed imbarazzati, fissavamo la nostra adorata pargola che sorbolava la cena tentando una  conversazione con la signora per capire se ci fosse o meno un posto a tavola disponibile anche per gli adulti. Dato che noi non parliamo cinese e lei non parlava nessuna lingua indoeuropea, più che di una conversazione si trattava, però, di un penoso gioco di sguardi e di un gesticolare alquanto fumoso, mentre i nostri stomaci reclamavano con violenza crescente. La signora di quando in quando spariva all’interno della mensa, alimentando le nostre speranze, ma tornava sempre a mani vuote, ripetendoci qualche parola inintelligibile a cui noi rispondevamo con savoir-faire e sorrisi di circostanza. Alla fine, dato che si avvicinava paurosamente anche l’ora di chiusura dei ristoranti, spinto dalla fame ho preso l’iniziativa di seguirla in cucina e lì ho capito quello che cercava di dirci da mezz’ora: prendetevi una ciotola e servitevi direttamente dalla pentola, che il servizio al tavolo non è previsto. Scommetto che non le siamo sembrati molto svegli. Alla fine, seduti sulla panchina con le ciotole fumanti, siamo quindi riusciti a cenare come i monaci ma senza i monaci, perché nel frattempo loro avevano già terminato.

La mattina dopo, molto presto, il nostro solerte tassista è passato a prenderci per riaccompagnarci alla stazione degli autobus. Sotto una pioggia sottile ci siamo lasciati alle spalle anche Datong per la terza tappa del nostro viaggio: il monte Wutai. Si tratta di uno dei più importanti luoghi sacri del buddhismo cinese, meta di venerazione e di pellegrinaggio; noi ci siamo andati prevalentemente perché essendo a duemila metri di altitudine ci aspettavamo giustamente che il clima fosse accettabile anche in pieno agosto.

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Il nostro ostello a Datong, un piccolo angolo di pace e bagni fetidi

Quello che non avevamo debitamente previsto era la possibilità che l’ente dei trasporti cinesi assumesse un sociopatico come autista di autobus. Con la faccia sempre vagamente annoiata di uno che per anni ha guidato camion carichi di napalm su e giù per l’Himalaya ed ora si trova costretto suo malgrado ad entrare in contatto con altri esseri umani, per 150 km di strade di montagna questo signore si è prodigato in pericolosi sorpassi in curva ed imprecava rumorosamente quando il traffico o le condizioni della strada non gli consentivano di farsi strada mettendo a rischio la nostra vita. Inoltre, provava gusto nel suonare con ostilità il clacson ad ogni mezzo di locomozione o creatura intralciasse, anche solo ipoteticamente, il nostro cammino: auto, moto, camion, biciclette, pedoni, persino un piccione che si stava attardando sulla carreggiata. Come ha commentato Bustina, doveva essere “molto fiero del proprio clacson”.

Fortunatamente ogni tanto si fermava e ci concedeva una breve sosta con grande sollievo di tutti i passeggeri: non perché fosse prevista dalla tabella di marcia, ma perché lui o il controllore volevano fumare una sigaretta. Un momento di relax, soprattutto per noi che non fumavamo. In una di queste pause ci siamo fermati nei pressi di un bagno pubblico, rappresentato in questo caso da un vecchio container sul lato della strada, aperto alle estremità e senza soffitto, rozzamente diviso in una metà femminile ed una maschile. Inutile dire che ci è passato immediatamente qualsiasi stimolo fisiologico, forse per sempre.

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Questa curva ricoperta di slogan inneggianti al socialismo reale avrebbe potuto essere l’ultimo panorama su cui gettavo il mio sguardo terreno

Dopo quattro ore di questo idillio, dopo avere attraversato strade sgangherate che si inerpicavano tra valli e dirupi, sparsi villaggi che trasudavano miseria e durezza, campi avari ed occasionali asini al pascolo, siamo finalmente arrivati al monte Wutai. Sani e salvi, contro ogni statistica. Ma questa, come si dice, è tutta un’altra storia.

Piano B per la Cina, #1: Noi, i ragazzi dello zoo di Pechino

[Premessa: fedeli al motto “Usciamo di casa solo per andare in Cina”, siamo tornati di nuovo nella terra di mezzo. Questa volta non siamo andati da soli: hanno viaggiato con noi Lorella e Maura, due allieve dei corsi di Taijiquan di Bruna e conoscenti di vecchia data, alla loro prima esperienza da quelle parti. In pratica, aggiungiamo alla storia un paio di personaggi, come le serie tv a corto di idee. Nel nostro caso però sono sicuro che queste due simpatiche figure aliene forniranno spunti interessanti alle nostre avventure in terra d’Oriente.

Avevamo pianificato insieme, con mesi di anticipo, un itinerario che andasse a toccare Pechino e le principali capitali imperiali, oltre a trascorrere alcuni giorni a praticare di nuovo il Tai Chi nel leggendario villaggio di Chenjiagou. Vivendo però nel terrore di incontrare di nuovo il caldo asfissiante del primo viaggio, con temperature oltre i quaranta gradi, avevamo anche previsto un piano alternativo di massima che limitasse il più possibile le tappe lungo il bacino del Fiume Giallo, sostituendole con destinazioni più settentrionali o d’alta quota. Alla fine, viste le previsioni del tempo, abbiamo optato proprio per questo Piano B…

Come già in passato, questi racconti sono la trascrizione più o meno fedele delle mail che inviavo in Italia a parenti ed amici per rassicurarli sul fatto che fossimo ancora vivi. Non pretendono di essere un trattato geopolitico, trasudano pregiudizi ed etnocentrismo e sono, nel solco della tradizione scavato da Marco Polo, ricchi soprattutto di esagerazioni, bugie, omissioni e tanto amore per la Cina.]

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Non potete immaginare quanto sia stressante questa megalopoli

Il viaggio di andata non ha riservato sorprese: seguendo un copione ormai ben collaudato, abbiamo trascorso lunghe ore schiacciati nella zona economica di un volo intercontinentale, cercando disperatamente e perlopiù infruttuosamente di dormire qualche mezz’ora. Sedili scomodi, spazi ristretti, minuscoli schermi su cui guardare qualche vecchio film per passare il tempo, cibo orribile. A questo proposito, so che sareste anche voi molto curiosi di leggere finalmente la descrizione di un viaggio in prima classe, tanto per cambiare, perciò con molta umiltà vi ricordo per l’ennesima volta che per il prossimo viaggio sono anche disposto ad accettare una colletta da amici e parenti. Per amore della letteratura, ovviamente.

Bustina come sempre è stata molto brava, ora è molto più consapevole dell’ultima volta di ciò che la circonda, è emozionata all’idea di andare in Cina ed in particolare di tornare nella sua città natale di Xi’An, ultima meta del nostro itinerario.

Quest’anno il jet lag è stato particolarmente impietoso ed ha lasciato quasi tutti spossati. I primi giorni a Pechino ha fatto molto, molto, molto caldo, poi un paio di temporali notturni hanno finalmente reso le temperature solo calde. Il cielo era quasi sempre di un grigio afoso, ma l’ultimo giorno ci ha riservato qualche inaspettata spruzzatina di azzurro. Abbiamo alloggiato tutti e cinque in un monolocale vicino ad una stazione della metropolitana: bagno, cucinino, due letti matrimoniali ed un divano, piuttosto pulito. In generale il livello della pulizia della città sembra aumentato, in cinque giorni nessuno ci ha mai scaracchiato sul piede ed i bagni pubblici sono tutti dotati di porta. Come dico sempre, Pechino è una città quasi europea per i nostri standard.

Il soggiorno a Pechino è trascorso velocemente, noi indaffarati a riprendere un po’ di forze ed a visitare alcune mete poco turistiche, mentre Lorella e Maura si dedicavano ad alcune delle mete più rinomate. Dopo il parco Beihai con la sua gigantesca stupa bianca ed il tempio delle Cinque Pagode, Bustina ci ha persino trascinati tutti a visitare il famigerato zoo di Pechino, perché voleva vedere “i panda vivi”. Effettivamente i panda c’erano ed erano abbastanza vivi: tre esemplari depressi e svogliati che dormicchiavano sottovetro e rosicchiavano foglie di bambù dietro i vetri luridi che li separavano dai visitatori. A parte loro, tra gabbie arrugginite e spazi inospitali, lo zoo era in una condizione tale da suscitare più compassione che ammirazione. Bustina non ha colto le nostre perplessità e si è comunque divertita, noi abbiamo potuto ammirare delle splendide tigri ed un paio di animali misteriosi che non avevamo mai neppure sentito nominare.

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Il panda vivo, suo malgrado

Finalmente abbiamo visitato anche la Città Proibita, il “Vecchio Palazzo” come lo chiamano da queste parti. Per l’occasione è venuta a trovarci Cindy, un’amica conosciuta cinque anni fa nel corso del nostro primo viaggio, la quale si è offerta gentilmente di farci da guida. La sua presenza è stata decisamente opportuna: per limitare il numero di visitatori giornalieri a 80.000 persone, i biglietti per la Città Proibita si possono acquistare quasi esclusivamente online e solo da parte di cittadini cinesi o tramite agenzia. Grazie a Cindy siamo riusciti ad accaparrarci alcuni degli ultimi ingressi disponibili. La nostra amica è stata molto cortese anche se un po’ pressante: ci teneva molto a farci vedere il più possibile nel minor tempo, pertanto la visita è stata in verità un po’ frettolosa. Serberò comunque per sempre nel mio cuore l’imperiale maestosità del “Let’s go now” ed il sontuoso splendore del “Carry on, there are a lot of thing to see!” Mi è sembrato anche di vedere qualche grazioso scorcio architettonico, sbirciando oltre le ottantamila teste di turisti come noi.

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Probabilmente era più tranquilla quando era veramente proibita

Anche al momento del commiato da Cindy, dopo mezza giornata di corse e spintoni assortiti per poter dare un’occhiata nelle sale imperiali, si sono palesate alcune differenze culturali tra noi ed il popolo cinese: lei ci ha dovuto lasciare al ristorante per prendere il treno e tornare a casa, assicurandoci però che la fermata della metro era “not far”. Una volta terminato fiduciosi il pasto, abbiamo scoperto di essere invece ad un milione di chilometri dalla stazione più vicina e questo ci ha suscitato qualche perplessità, prima di realizzare che ovviamente i cinesi non misurano le distanze come noi. Ad esempio, mi risulta che il nome originale della Grande Muraglia fosse “Il muretto lungo da qui a not far“. Ad ogni modo, Cindy è stata deliziosamente gentile e si è fatta oltre quattro ore di treno per venirci a trovare e passare una giornata con noi, io francamente non so se lo farei neppure per andare a riscuotere da un debitore, perciò le siamo eternamente grati per la simpatia e l’aiuto che ci ha dedicato.

Pechino rimane ai miei occhi una città meravigliosa, con i suoi hutong malridotti ed i grattacieli, i suoi antichi templi e gli ampi parchi, l’onnipresente polizia e la capillare metropolitana, senza scordare gli onnipresenti e capillari controlli della polizia prima di accedere alla stessa metropolitana, agli antichi templi ed agli ampi parchi. O a qualunque altro posto. Lorella e Maura sono rimaste un po’ perplesse e a volte infastidite da questa abitudine delle forze dell’ordine cinesi di controllare noi ed i nostri bagagli all’ingresso ed all’uscita di ogni luogo pubblico, io ho cercato di coglierne gli aspetti positivi. Per esempio, immaginando che mi stessero facendo un delicato massaggio rilassante su tutto il corpo non era neanche male.

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Questo è il modello originale del Toblerone

I pechinesi sono uno strano misto di sofisticati cittadini metropolitani e campagnoli inurbati, passano le ore con gli occhi fissi sul telefono a guardare serie tv in costume, si scaccolano serenamente in metropolitana anche per una buona mezz’ora e fumano ovunque, con particolare gusto dove è vietato. A me fanno impazzire i piccoli dettagli innocui: ad esempio, perché premono il pulsante per chiudere le porte dell’ascensore dopo aver selezionato il piano? Pensano che in questo modo l’ascensore parta più velocemente? O che possa partire con le porte aperte? La maledetta barriera linguistica che ci separa ci ha impedito di risolvere il mistero. A tavola fanno un sacco di confusione, ordinano molta più roba da mangiare di quello che intendono consumare e lasciano il tavolo pieno di avanzi, gettando invece per terra cartacce, pacchetti vuoti di sigarette e mozziconi. La scena più triste l’ha vista per fortuna solo Bruna: un signore che recuperava mezza anguria rosicchiata dal bidone della spazzatura e se la mangiava avidamente, dopo averla spaccata sul bordo del bidone come fosse stato un ovetto fresco. A parte questo signore, però, in generale a Pechino come in tutta la Cina si mangia piuttosto bene: non conoscendo il cinese, basta scegliere un ristorante dotato di menu con le foto, indicarle al cameriere e poi scoprire che miracoli è in grado di fare il fotoritocco nell’arte culinaria cinese. Oppure spiegare pazientemente che cosa si desidera mangiare, aiutandosi con i dizionari, le app di traduzione, la famigerata gestualità europea ed aspettare che il cameriere prenda nota e confermi di aver capito tutto. Sorpresa: non aveva capito niente. Altra sorpresa: quello che ti arriva nel piatto. Ad ogni modo, tutto molto buono.

A Pechino si può cenare al ristorante fino a molto tardi, i supermercati sono aperti almeno fino a mezzanotte mentre musei, templi e persino i parchi pubblici chiudono tra le tre e le quattro e mezza del pomeriggio, costringendoci a furiosi tour de force ed occasionalmente a sostituire il pasto con biscotti e l’equivalente cinese dei cracker. Le banche chiudono in genere alle cinque, per cambiare valuta serve il passaporto e si perde un quarto d’ora ma almeno mentre si aspetta si può ricaricare il cellulare nelle apposite postazioni. Persino Bustina non diceva più che la Cina assomiglia a Schio, era molto interessata a tutto quello che vedeva, chiedeva informazioni e cercava di attaccare bottone con tutti i bambini, tanto che si è finalmente sforzata di imparare qualche parolina di cinese. In compenso, lei continuava a suscitare la curiosità indiscreta di molti passanti: se è vero che la discrezione è una virtù decisamente trascurata al di là della Grande Muraglia e tutti ci fissavano piuttosto insistentemente, alla stazione del bus di Pechino una signora particolarmente fastidiosa aveva persino iniziato a richiamare tutti i viaggiatori in partenza accompagnandoli ad ammirare la nostra meravigliosa bambina, rischiando di prendere da Bruna oltre alle male parole anche uno sganassone.

Da quella stessa stazione, dopo aver vagabondato anche per il tempio di Confucio ed il grazioso tempio dell’Origine del Dharma, siamo infine partiti per la tappa successiva del nostro quarto viaggio in Cina. Ma questo, ovviamente, è argomento della prossima puntata.

La Voce della Cina, n. 5

Nonostante sia stato accompagnato da una fastidiosa pioggerellina, il nostro soggiorno a Shanghai si è rivelato piuttosto piacevole anche se molto stancante. Questa metropoli è veramente incredibile, estenuante e ricca di contraddizioni.

Bruna è stata finalmente in grado di uscire, seppure con una certa moderazione. Abbiamo dunque dedicato gli ultimi giorni in Cina a fare qualche giretto, visitare alcuni templi e giardini, salutare il Buddha di giada ed acquistare qualche souvenir a buon mercato… L’atmosfera mi è sembrata molto diversa dalle altre città in cui siamo stati: non c’erano risciò, raramente si vedevano girare per la strada persone con termos per il tè da cinque litri ed i giovani si vestivano alla moda staccando raramente gli occhi dal cellulare, proprio come i debosciati di casa nostra. Sembra quasi una grande metropoli occidentale in cui per caso si siano ritrovati a vivere tredici milioni di cinesi.

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Un piccolo angolo di pace nel cuore della megalopoli

Un giorno, cercando il tempio di Confucio, abbiamo fatto una passeggiata per la vecchia “città cinese” di Shanghai. La città cinese ha ricevuto questo nome paradossale per essere distinta dalle concessioni o zone franche, ben più ricche e sviluppate, che gli stranieri avevano estorto con la forza al governo cinese dopo le guerre dell’oppio; per approfondimenti, vedasi la mia collana di volumi sulla guerra dell’oppio, disponibile solo sotto prescrizione medica. Abbiamo camminato tra vicoli stretti e case così malandate che solo le migliori potevano fregiarsi dell’aggettivo “fatiscente”, cercando di evitare bacinelle e bidoni di plastica che venivano lasciati sul marciapiede per raccogliere l’acqua piovana e soprattutto le signore che lavavano i vasi da notte agli angoli delle strade. Sbirciando dentro gli androni, si intravedevano i segni di una miseria antica dove il famoso sogno cinese stenta ad arrivare. Sullo sfondo, però, oltre le ragnatele di cavi elettrici si stagliavano i grattacieli più alti del mondo, lungo le strade sfrecciavano macchine di lusso e nei negozi si vendevano smartphone, giocattoli giapponesi ed animali domestici per uso non alimentare… per cui c’era veramente di che grattarsi la testa. Povertà e lusso, eredità storica e modernità, tutto insieme aggrovigliato nello stesso vicolo.

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La città vecchia di Shanghai, ancora in fase di costruzione

Nel vecchio tempio di Confucio lì vicino, che oggi più che altro ospita magnifiche collezioni di calligrafie ed è snobbato dalle moltitudini di turisti, abbiamo potuto apprezzare al contrario un’oasi di tranquillità tra gli ampi cortili ed il piccolo giardino. Qualche altro minuto a piedi e siamo incappati invece nella cosiddetta “vecchia Shanghai”, un quartiere ricostruito secondo lo stile architettonico di epoca imperiale con tutto il rigore storico di Gardaland… ad uso e consumo proprio dei turisti, ovviamente, che infatti vi ritrovano quasi esattamente la Cina che hanno visto al cinema o nelle serie pseudo-storiche in tv, con tutti i vantaggi di essere a pochi passi dalla fermata di una delle sedici linee della metropolitana e con la suggestione dell’altissima Shanghai Tower che spuntava in lontananza come un tentacolo di Cthulhu. Nei paraggi, gentili signore ci agganciavano per tentarci con orologi di marca decisamente falsi mentre passavamo tra le centinaia di negozi che vendevano ogni sorta di cianfrusaglie; del resto, ogni porta di Shanghai che si apre sulla strada è una bottega, dai giganteschi mall a più piani fino alle officine meccaniche che occupano appena mezzo metro quadrato… ed infatti aggiustano motociclette sul marciapiede, dotandosi di ombrellone quando piove.

Nel nostro girovagare, sfiniti dalla fame, un giorno abbiamo ceduto all’idea di pranzare in un ristorante italiano all’interno di un centro commerciale. Il menù meriterebbe un capitolo a parte di questa narrazione, a causa delle interessanti deviazioni artistiche dal concetto di cucina italiana. Senza farla tanto lunga vi dico solo che per non rischiare abbiamo scelto una delle pizze più semplici, con pomodoro, peperoni, olive, seppie ed ananas… proprio come da antica ricetta napoletana! D’altra parte, in centro a Shanghai i nostri amati “baracchini” con cibo semplice a buon mercato tendevano a scarseggiare, sostituiti da inquietanti “all you can eat” di dubbia qualità e non tanto economici.

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I migliori dolci della tradizione italiana

Abbiamo concluso la vacanza con una passeggiata sul Bund, il lungofiume costeggiato da imponenti edifici coloniali inglesi dal quale si può godere di una spettacolare visuale sulla skyline dei modernissimi grattacieli, vero e proprio simbolo della Shanghai contemporanea… per lo meno a quanto risulta dalle guide turistiche. In realtà, a causa della nebbia, siamo riusciti appena ad intravedere qualche profilo dei palazzi più vicini, per cui ce ne siamo tornati a casa con l’impressione che Shanghai sia tutto sommato una città piuttosto bassina. Sarà anche per questo che Bustina, interrogata per l’ultima volta sulla metropolitana verso l’aeroporto, ha confermato di non aver proprio notato differenze significative tra Schio e le città che abbiamo visitato in Cina. Alla fine mi sa che siamo noi i provinciali, lei è già cittadina del mondo.

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L’inconfondibile panorama di… Cinisello Balsamo?