La Voce della Cina, n. 5

Nonostante sia stato accompagnato da una fastidiosa pioggerellina, il nostro soggiorno a Shanghai si è rivelato piuttosto piacevole anche se molto stancante. Questa metropoli è veramente incredibile, estenuante e ricca di contraddizioni.

Bruna è stata finalmente in grado di uscire, seppure con una certa moderazione. Abbiamo dunque dedicato gli ultimi giorni in Cina a fare qualche giretto, visitare alcuni templi e giardini, salutare il Buddha di giada ed acquistare qualche souvenir a buon mercato… L’atmosfera mi è sembrata molto diversa dalle altre città in cui siamo stati: non c’erano risciò, raramente si vedevano girare per la strada persone con termos per il tè da cinque litri ed i giovani si vestivano alla moda staccando raramente gli occhi dal cellulare, proprio come i debosciati di casa nostra. Sembra quasi una grande metropoli occidentale in cui per caso si siano ritrovati a vivere tredici milioni di cinesi.

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Un piccolo angolo di pace nel cuore della megalopoli

Un giorno, cercando il tempio di Confucio, abbiamo fatto una passeggiata per la vecchia “città cinese” di Shanghai. La città cinese ha ricevuto questo nome paradossale per essere distinta dalle concessioni o zone franche, ben più ricche e sviluppate, che gli stranieri avevano estorto con la forza al governo cinese dopo le guerre dell’oppio; per approfondimenti, vedasi la mia collana di volumi sulla guerra dell’oppio, disponibile solo sotto prescrizione medica. Abbiamo camminato tra vicoli stretti e case così malandate che solo le migliori potevano fregiarsi dell’aggettivo “fatiscente”, cercando di evitare bacinelle e bidoni di plastica che venivano lasciati sul marciapiede per raccogliere l’acqua piovana e soprattutto le signore che lavavano i vasi da notte agli angoli delle strade. Sbirciando dentro gli androni, si intravedevano i segni di una miseria antica dove il famoso sogno cinese stenta ad arrivare. Sullo sfondo, però, oltre le ragnatele di cavi elettrici si stagliavano i grattacieli più alti del mondo, lungo le strade sfrecciavano macchine di lusso e nei negozi si vendevano smartphone, giocattoli giapponesi ed animali domestici per uso non alimentare… per cui c’era veramente di che grattarsi la testa. Povertà e lusso, eredità storica e modernità, tutto insieme aggrovigliato nello stesso vicolo.

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La città vecchia di Shanghai, ancora in fase di costruzione

Nel vecchio tempio di Confucio lì vicino, che oggi più che altro ospita magnifiche collezioni di calligrafie ed è snobbato dalle moltitudini di turisti, abbiamo potuto apprezzare al contrario un’oasi di tranquillità tra gli ampi cortili ed il piccolo giardino. Qualche altro minuto a piedi e siamo incappati invece nella cosiddetta “vecchia Shanghai”, un quartiere ricostruito secondo lo stile architettonico di epoca imperiale con tutto il rigore storico di Gardaland… ad uso e consumo proprio dei turisti, ovviamente, che infatti vi ritrovano quasi esattamente la Cina che hanno visto al cinema o nelle serie pseudo-storiche in tv, con tutti i vantaggi di essere a pochi passi dalla fermata di una delle sedici linee della metropolitana e con la suggestione dell’altissima Shanghai Tower che spuntava in lontananza come un tentacolo di Cthulhu. Nei paraggi, gentili signore ci agganciavano per tentarci con orologi di marca decisamente falsi mentre passavamo tra le centinaia di negozi che vendevano ogni sorta di cianfrusaglie; del resto, ogni porta di Shanghai che si apre sulla strada è una bottega, dai giganteschi mall a più piani fino alle officine meccaniche che occupano appena mezzo metro quadrato… ed infatti aggiustano motociclette sul marciapiede, dotandosi di ombrellone quando piove.

Nel nostro girovagare, sfiniti dalla fame, un giorno abbiamo ceduto all’idea di pranzare in un ristorante italiano all’interno di un centro commerciale. Il menù meriterebbe un capitolo a parte di questa narrazione, a causa delle interessanti deviazioni artistiche dal concetto di cucina italiana. Senza farla tanto lunga vi dico solo che per non rischiare abbiamo scelto una delle pizze più semplici, con pomodoro, peperoni, olive, seppie ed ananas… proprio come da antica ricetta napoletana! D’altra parte, in centro a Shanghai i nostri amati “baracchini” con cibo semplice a buon mercato tendevano a scarseggiare, sostituiti da inquietanti “all you can eat” di dubbia qualità e non tanto economici.

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I migliori dolci della tradizione italiana

Abbiamo concluso la vacanza con una passeggiata sul Bund, il lungofiume costeggiato da imponenti edifici coloniali inglesi dal quale si può godere di una spettacolare visuale sulla skyline dei modernissimi grattacieli, vero e proprio simbolo della Shanghai contemporanea… per lo meno a quanto risulta dalle guide turistiche. In realtà, a causa della nebbia, siamo riusciti appena ad intravedere qualche profilo dei palazzi più vicini, per cui ce ne siamo tornati a casa con l’impressione che Shanghai sia tutto sommato una città piuttosto bassina. Sarà anche per questo che Bustina, interrogata per l’ultima volta sulla metropolitana verso l’aeroporto, ha confermato di non aver proprio notato differenze significative tra Schio e le città che abbiamo visitato in Cina. Alla fine mi sa che siamo noi i provinciali, lei è già cittadina del mondo.

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L’inconfondibile panorama di… Cinisello Balsamo?
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La Voce della Cina, n. 4

Non sono stato del tutto onesto quando ho detto che non vi avrei tediato con foto ed aneddoti di Suzhou, perché devo ammettere che mentre Bruna se ne stava per forza di cose rinchiusa in ostello io e Bustina almeno qualche giretto ce lo siamo fatti.

La maggior parte delle volte, come già accennato, mi limitavo a rapide escursioni nel vicolo di fronte, la mia personale Diagon Alley. Si trattava in genere di solitarie sortite gastronomiche, ma con il migliorare della salute di Bruna ho iniziato ad includere delle piccole deviazioni a scopo culturale ed a farmi accompagnare dalla nostra piccola Guardia Rossa. Un giorno, ad esempio, io e Bustina siamo andati a visitare un piccolo tempio buddhista all’inizio della strada, che a differenza della maggior parte di quelli che abbiamo visto in queste lande non era solo una trappola per turisti ma un vero luogo di preghiera con poche pretese artistiche e molto frequentato dalla gente dei dintorni. Le dimensioni del tempio sono modeste anche perché uno dei cortili deve essere stato adibito ad officina o altre applicazioni patriottiche qualche decennio fa ed ora risulta piuttosto malandato, ma nel complesso si tratta di un luogo carino e pacifico. Poco più avanti lungo la stessa via siamo andati a visitare i ruderi di un altro tempio sovrastatati da due alte pagode gemelle, dove Bustina si è divertita a praticare Tai Chi con un signore del luogo. Queste erano in realtà le uniche due attrazioni di Diagon Alley, ma per me sono state altrettanto interessanti le frequenti visite dal fruttivendolo, dalla signora che cuoceva le focaccine di sesamo alla piastra ed al piccolo negozio di casalinghi, oltre a tutte le meraviglie che potevo solo sbriciare frettolosamente dalle vetrine: mobili di antiquariato, carta e pennelli per la calligrafia, vasche di vetro piene di grossi granchi di fiume che aspettavano frementi il proprio destino… Inoltre, l’ultima sera Bruna mi ha convinto ad andare a farmi fare un massaggio ai piedi in una bottega che le avevo descritto ed è stata un’altra esperienza surreale: un tizio dall’aria equivoca mi ha fatto prima di tutto immergere i piedi in una tinozza di tè bollente, poi ha preso una lama molto affilata e mi ha eseguito una pedicure con minuzia da cesellatore ed infine mi ha fatto un lungo massaggio rilassante, tutto questo senza che neanche per un momento mi venisse in mente Pulp Fiction. Sulle poltroncine a fianco a me attendevano pazientemente manager appena usciti dal lavoro e signore dall’aria contadina.

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Le pagode gemelle di Diagon Alley

Mi sono un po’ affezionato a questa strada relativamente tranquilla, che terminava all’intersezione di uno dei mille canali di questa città antica.

Una mattina, incoraggiati da Bruna, io e la mia piccola compagna di esplorazioni siamo andati a visitare almeno uno dei molti giardini che rendono Suzhou rinomata nel mondo. La scelta è caduta su il Giardino dell’Umile Amministratore, il quale avrà pure amministrato umilmente ma certo non ha lesinato nella cura del giardino, che è tutto un meraviglioso susseguirsi di canali, ponticelli, pagode, bonsai… Da ogni angolo si ha una prospettiva diversa e più suggestiva delle precedenti, ogni sguardo si posa su un incantevole paesaggio da acquerello. Non oso pensare come possa essere in primavera, con le piante verdi ed il loto fiorito. Forse amministrava umilmente perché non gli erano rimasti più fondi, dopo il conto del giardiniere.

Con un libro ed un po’ meno turisti, sarebbe il luogo ideale dove trascorrere una giornata di completo rilassamento. O anche una settimana, se è per quello. Invece io al posto del libro avevo con me Bustina la quale, ben lungi dall’essere affascinata dalla studiata armonia del posto, voleva solo giocare a “io sono il gattino e tu sei papà gatto” ed essere presa in braccio ed essere messa a terra e andare in bagno e mangiare un gelato e tornare a casa e camminare sui muretti e andare a salutare tutti quelli che stavano mangiando qualcosa sperando di scroccare una caramella e nonostante tutto questo io sono riuscito a rilassarmi lo stesso, pensate che posto magico!

Al ritorno oltretutto io e Busta abbiamo di nuovo preso il risciò, che si era fatto tardi, non c’erano taxi e ormai siamo del tutto avvezzi a sfruttare la forza motore umana a nostro vantaggio.

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Non il clima più allegro per visitare un giardino, probabilmente

Ho chiesto nuovamente a Bustina, al termine della gita, se avesse finalmente colto qualche differenza tra la Cina e Schio. Ancora una volta, risposta negativa. Anzi, di quando in quando ci chiedeva conferma di essere davvero in Cina… e questo nonostante tutti le rivolgano in continuazione la parola in cinese (presumibilmente chiedendole se l’abbiamo rapita).

Nel frattempo, Bruna spiava dalla finestra le avventure quotidiane degli abitanti del cortile retrostante l’ostello: la visita del portalettere, un ragazzo che ciondolava senza meta apparente, una signora che si sporgeva per cogliere un fiore dal ramo. Tipo Hitchcock, in salsa di soia.

Questo, più o meno, tutto quello che abbiamo scoperto di Suzhou: la gente deve avere una predilezione per gli spaghetti in brodo visto che li propongono l’ottanta percento dei ristoranti, le banche sono aperte anche a capodanno ed è impossibile attraversare la strada, anche perché pure qui tutti girano su silenziose e letali motorette elettriche. Per difendere il guidatore dal freddo, le motorette sono equipaggiate con un capotto anteriore fissato al parabrezza; di notte le parcheggiano in genere sul marciapiede, a ricaricare la batteria con prolunghe attaccate chissà dove. Stando alla mia guida turistica restavano un altro milione di cose da vedere a Suzhou, ma sarà per la prossima volta.

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Motorino col cappotto, comodo ed elegante

 

Una mattina, finalmente, Bruna ha potuto lasciare le sue prigioni ed ha fatto una rapida passeggiata per Diagon Alley, prima che lasciassimo questa meravigliosa città ancora in gran parte inesplorata. Dopo un’ultima mangiata di ravioli abbiamo raccolto i bagagli e sotto una fastidiosa pioggerellina  ci siamo trasferiti a Shanghai per l’ultima tappa del nostro viaggio.

[continua…]

La Voce della Cina, n.3

Dopo le emozioni di Shanghai e Xitang, eccoci giunti ad un capitolo un po’ mesto e poco avventuroso del nostro viaggio.

Risciò a parte, il viaggio tra Xitang e Suzhou è stato monotono e non troppo lungo. Un tragitto in autobus attraverso una campagna pesantemente urbanizzata, in cui l’unica nota di colore era data dalle onnipresenti bandiere cinesi sui tetti delle case. Al nostro arrivo, però, l’amara sorpresa: il nostro ostello era in parziale ristrutturazione, con trapani in azione, mobili in assemblaggio ovunque ed imballaggi sparsi sul pavimento.  Poco male, non fosse stato che nella nostra camera non funzionava neppure il riscaldamento. Questa faccenda delle camere gelide è un karma che Bruna deve pagare per aver ripetutamente sostenuto di preferire un viaggio in inverno perché il freddo è più facile da sopportare del caldo estivo. Ad ogni modo, le tre ragazze che gestiscono l’ostello erano già consapevoli che il riscaldamento era guasto, ma non se ne preoccupavano perché avevano molte cose da fare e comunque sarebbe stato riparato il giorno seguente… una notte al freddo non fa male a nessuno ma fortifica anima e corpo, si dice in Cina. O lo dicono loro, in Cina. Bruna però era di diverso avviso, e le ha gentilmente sollecitate a far arrivare subito il tecnico il quale si è magicamente materializzato nel giro di mezz’ora, salvo poi passare quattro ore a trafficare con i colleghi attorno alla nostra camera con la rapidità e la solerzia di un impiegato della Cassa del Mezzogiorno negli anni Ottanta. Nel frattempo, noi siamo stati dimenticati nella sala comune, al gelo, per almeno un paio d’ore prima che dietro nostra insistenza ci permettessero di sostare in una sala dormitorio riscaldata.

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Il regno di Bruna a Suzhou

Come risultato della stanchezza del viaggio e di questa temporanea ibernazione, Bruna si è beccata una brutta influenza. L’ultimo giorno dell’anno 2016 lo si è quindi trascorso a letto a dormire, dopo aver consumato in camera un frugale cenone a base di ravioli in brodo. Allo stesso modo, mentre la febbre saliva e scendeva e saliva e scendeva, abbiamo passato i giorni seguenti con una routine davvero poco entusiasmante: Bruna prigioniera in una camera di una dozzina di metri quadri ed io in missione nei dintorni in cerca di cibo, medicinali e fazzoletti di carta. Bustina a volte mi accompagnava, a volte rimaneva a fare compagnia alla mamma inferma. Della splendida Suzhou non ho visto pertanto che un paio di vicoli attorno all’albergo, peraltro molto suggestivi, pieni di botteghette che non chiudono mai, templi, pagode, sale massaggi, ristoranti ed altre meraviglie che meriterebbero di essere apprezzate meglio. È evidente che il destino vuole impedirci di visitare questa città, visto che già durante il primo viaggio abbiamo dovuto eliminarla dal nostro programma a causa di criticità contingenti. Ovviamente non possiamo fare altro che maledire la sfortuna ed adattarci alle circostanze, mentre parenti e amici possono se non altro tirare un sospiro di sollievo per le centinaia di foto che NON saranno costretti a guardare ed centinaia di buffi aneddoti che NON dovranno sentire.

[continua con centinaia di foto e buffi aneddoti…]

La Voce della Cina, n.2

Proseguiamo con la cronaca delle nostre vicende in terra cinese.

Xitang, come dicevamo, è un grazioso e caratteristico villaggio nella regione del delta dello Yangtze, meta privilegiata delle gite fuori porta della meglio gioventù Shanghaiese. La parte più vecchia e caratteristica della città, dov’era situato il nostro alloggio, si snoda attorno ad alcuni suggestivi canali fiancheggiati da vicoli, stradine e porticati: tutte qualità che hanno valso al villaggio il nomignolo di “Venezia dell’Est” esattamente come altre 142 città cinesi.

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Altra particolarità di Xitang e di molte altre località turistiche cinesi sono i cancelli che consentono l’accesso alla città vecchia solo ai turisti muniti di regolare biglietto di ingresso, con tanto di rilevatore di impronte digitali ed almeno due servizievoli casellanti per ogni ingresso. I gestori del nostro albergo ci avevano però assicurato un accesso scontato ed attratti dalla possibilità di risparmiare preziosi centesimi di yuan avevamo quindi concordato con loro un appuntamento presso la stazione dei bus al nostro arrivo. Sfortunatamente, a Shanghai abbiamo perso per un soffio l’autobus previsto ed abbiamo dovuto aspettare il successivo, arrivando a Xitang con un paio d’ore di ritardo. Come prevedibile, alla stazione non ci aspettava più nessuno, ma senza preoccupazione alcuna ci siamo incamminati a piedi, con Bustina a cavalcioni della valigia più grande; arrivati al casello, tuttavia, per evitare di pagare il biglietto a prezzo intero ci siamo impelagati in una difficile conversazione per spiegare il malinteso alle cordialissime guardie, le quali si sono premurate di contattare l’albergo per noi. Subito i nostri ospiti si sono precipitati ad accoglierci, spiegando con una certa apprensione che non vedendoci arrivare si erano preoccupati moltissimo. Dopo averci aspettato parecchio tempo in stazione ed aver tentato di contattarci in ogni modo avevano già messo in allerta i servizi di trasporto pubblico di Shanghai e della provincia, mentre noi lontani dalla copertura wifi dell’albergo semplicemente non potevamo ricevere mail. Per fortuna non erano passate neppure tre ore, quindi ci siamo risparmiati le perlustrazioni a tappeto dell’esercito, lo speciale di Chi l’ha visto e l’allarme della Farnesina.

La nostra camera, abbarbicata in cima ad una ripida scala, era piuttosto caruccia, un po’ leziosa ma soprattutto molto fredda. Per qualche motivo a Xitang si usa tenere sempre aperte le finestre delle camere anche in pieno inverno, ed i nostri ospiti non sono stati da meno. Pur affascinati da questa usanza noi abbiamo subito acceso il riscaldamento al massimo, ma forse a causa delle pareti spesse come il cartone sembrava comunque di stare in una cella frigorifero. Dopo aver smaltito un altro po’ di jet lag a letto, ce ne siamo allora andati a spasso per questo paesino di case affacciate sui canali, lanterne rosse appese ovunque a riflettersi sull’acqua, ponticelli di pietra e tanti, tantissimi negozietti per i turisti che vendono tutti la solita accozzaglia di souvenir made in China. A questo proposito, vi informo che l’accessorio più trendy di questo inverno a Xitang è una tiara di graziosi fiori di plastica da infilarsi tra i capelli, una via di mezzo tra la Primavera di Botticelli e la Cicciolina dei tempi d’oro.

Anche il giorno seguente, mentre la nostra camera lentamente iniziava a sghiacciarsi, lo abbiamo trascorso a vagabondare tra vicoli strettissimi ed incantevoli portici coperti lungo il fiume, visitando piccoli templi, giardini e palazzi storici aperti al pubblico. Niente di grande, maestoso ed imperiale come a Pechino o in altre città, ma tutto molto curioso e soprattutto rilassante.

Solo dal punto di vista gastronomico Xitang si è rivelata un pochino deludente: non mancavano bancarelle e bettoline dedite alla ristorazione degli affamati, ma in genere la qualità non era eccezionale e tutto aveva di fondo sapore di cumino. Peraltro la specialità locale apparentemente sono le zampe: zampa di gallina, zampa di maiale, zampa di animale non meglio identificato. Noi purtroppo ci siamo fatti un punto di non mangiare troppe zampe, in generale. Si possono trovare inoltre varie specie di pesce, alcune delle quali decisamente interdette alla pesca nella vecchia Europa, i soliti spiedini di scorpioni e bacherozzi ed una cosa che sembra patata, ha l’aspetto della patata ma a detta del ristoratore non è assolutamente una patata, perciò non vogliamo assolutamente sapere cosa sia.

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Abbiamo provato di nuovo a chiedere a Bustina se preferisse Xitang o Schio, ma lei continua a sostenere che non vede nessuna differenza particolare.

Questa mattina, quando finalmente la nostra camera stava giungendo ad una temperatura umanamente accettabile, abbiamo fatto i bagagli e ce ne siamo andati. Prima di correre a riaprire le finestre, i nostri squisiti ospiti ci hanno stavolta pagato un passaggio in risciò fino alla stazione per evitare che rischiassimo di smarrirci ancora. Abbiamo così potuto provare per la prima volta questo famigerato mezzo di trasporto a pedali, simbolo decadente dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e devo dire che ci è sembrato piuttosto comodo. Ci ha inoltre permesso di non perdere il nostro autobus per Suzhou, ridente metropoli cinese nonché “Venezia dell’Est n. 143” di cui vi parleremo nei prossimi resoconti delle nostre avventure.

[continua…]

La Voce della Cina, n.1

[Preambolo: presi da crisi di astinenza da glutammato, sotto le feste siamo tornati in Cina ancora una volta. L’organizzazione è stata abbastanza rapida ed indolore, ormai è diventato più semplice trovare un volo intercontinentale che un regionale per Verona. La burocrazia mandarina questa volta non ci ha richiesto salti mortali, salvo una ridicola quantità di documenti per ottenere il visto di ingresso per Bustina. La piccola era eccitatissima all’idea di rivedere la Cina e francamente anche noi… Di seguito e nelle puntate seguenti il fedele resoconto del nostro viaggio, ricavato dalle mail spedite in patria più o meno in diretta.]

Il viaggio è stato lunghissimo. Come ogni volta, non siamo riusciti a dormire un accidente in aereo ma con l’aggravante che non ha dormito niente neanche Bustina. Noi, sentendo la responsabilità genitoriale di occuparci della sua salute, l’abbiamo torturata dodici ore per farla addormentare. Niente, non ha funzionato. Strano, normalmente la gente quando la torturi dorme.

Arrivati a Shanghai, tutto ci è sembrato abbastanza uguale alle altre metropoli cinesi – la metro con la gente incollata ai telefoni, gli odori di fritto e spezie fin dentro l’aeroporto, gli scatarri sul marciapiede – tranne che per due cose:  il treno a levitazione magnetica e il traffico. Il “maglev” ti porta dall’aeroporto fino quasi in centro in 7 minuti, arrivando ai 430 km/h. Par di decollare, è incredibile. Costa un po’ e alla fine non cambia molto perché poi bisogna lo stesso prendere la metro per arrivare a destinazione, ma volevamo provarlo almeno una volta. Quanto al traffico, fuori dalla metro ne abbiamo trovato incredibilmente poco e ce ne siamo molto stupiti vista la fama della città. Poi abbiamo realizzato di essere solo capitati in una zona pedonale.

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Sui treni cinesi è sempre presente il tachimetro, per mantenere i passeggeri al giusto livello di terrore

L’ostello è una specie di casermone tra altri casermoni, inzeppato di camere piccoline e buie, ma siamo così stanchi e assonnati che dormiremmo in un loculo al cimitero se ci stendessero una coperta. Non escludo che affittino anche quelli, poi, da queste parti. Siamo al terzo piano, al secondo c’è il mercato della carne e del pesce perciò si avverte un certo olezzo per le scale e spesso si sente in lontananza il ritmico tonfo del coltello sulla carne. I mobili hanno visto tempi migliori, la finestra dà su un corridoio ed in bagno un cartello chiede di gettare la carta igienica nel cestino per non intasare il water. Ma a parte questo, sembra un ottimo albergo. Bruna ha avuto la bella idea di stendersi dieci minuti a riposare la schiena ma senza dormire, altrimenti ci incasiniamo con il jet lag.

Dopo tre ore e mezza, finalmente con molta difficoltà sono riuscito a svegliare Bruna e Bustina. In qualche modo ci siamo trascinati fuori ad esplorare i dintorni. Abbiamo previsto di lasciare Shanghai domani per spostarci a Xitang e poi Suzhou, per tornare nella metropoli alcuni giorni prima della partenza. Considerando anche la stanchezza estrema non ci interessa fare turismo ma solo procacciarci il minimo vitale per la sopravvivenza: valuta e cibo. Quanto alla prima, nonostante il nostro aspetto derelitto e l’odore certamente importante (in ostello l’acqua calda c’è solo durante alcune ore della giornata, e non sono queste) siamo riusciti ad entrare in banca dove un cortese ma un po’ ansioso giovane impiegato ci ha cambiato qualche spiccio a prezzo di rapina. Siamo entrati poi in un negozio di alimentari, ma l’abbiamo giudicato troppo costoso per i nostri gusti e siamo allora passati alla “Ccoop”, presumibilmente una versione locale della Coop dove la seconda C sta ancora per Comunista. O anche Capitalista, in effetti. Ad ogni modo, lì i prezzi erano più moderati ed abbiamo potuto acquistare: uno yogurt per la colazione di domani, una bottiglia d’acqua, un pomelo ed un frutto del drago, che non è neanche chissà che buono da mangiare però è molto esotico. I negozi sono sempre strepitosi, con decine di tipi di frutta e soprattutto verdura che noi non conosciamo. Lasciato il bottino in albergo, abbiamo fatto con fatica un’ultima sortita in un baracchino a prendere qualche raviolo da mangiare in camera: ottimi, appena fatti a mano e molto saporiti. Insieme ai ravioli abbiamo comprato anche delle palline dolci che sicuramente hanno un nome, fatte di riso glutinoso – che è una specie di vinavil ma più appiccicoso – ripieno di una sostanza nera non meglio identificata. Sembravano un po’ delle seppie ed in effetti a morderli schizzavano in giro la sostanza nera proprio come le seppie, però erano dolci e senza tentacoli, quindi siamo abbastanza sicuri che non fossero seppie.

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La misteriosa seppia dolce cinese!

Per la strada e nei negozi, come ci aspettavamo, tutti guardano perplessi Bustina, poi squadrano noi, poi Bustina, poi di nuovo noi, e quando sentono che lei parla in italiano o realizzano che non capisce nulla delle frasi in cinese che le rivolgono, non sanno proprio come inquadrare la faccenda. Finora nessuno è diventato eccessivamente indiscreto, ma penso più a causa della barriera linguistica che per senso di discrezione.

Tornati in ostello verso le cinque e mezza del pomeriggio, noi cosiddetti adulti eravamo combattuti tra il crollare di nuovo a dormire e cercare di resistere per riassettare l’orologio biologico, mente Bustina come una pazza saltava sul letto e cantava e voleva giocare. In qualche modo abbiamo resistito fino alle sette e mezza, poi ci siamo messi a letto e la pargola è collassata nel giro di tre minuti, mentre noi siamo rimasti svegli a scrivere appunti e spedire aggiornamenti oltre la cortina di bambù.

Di Shanghai, in definitiva, abbiamo visto in tutto due strade attorno al nostro ostello, un paio di supermercati ed un baracchino dei ravioli. Abbiamo chiesto a Bustina se le piacesse la Cina, e le piace. Sostiene però che non ci sia molta differenza tra qui e Schio, e questo ci lascia perplessi. Ora, dopo un sonno ristoratore di tredici ore ed una colazione approssimativa, siamo in procinto di partire per Xitang, pittoresco villaggio di pescatori recentemente trasformato in ridente località turistica.

[continua…]

Le avventure di Bustina #6: turistas

Quest’estate la nostra fedele roulottinzia ci ha portato prima in Istria e poi in Alto Adige, entrambe regioni dove l’italiano è una seconda lingua e dove i fascisti hanno fatto parecchi danni (e dove no, mi chiederete voi?).

Rovigno si riconferma una bellissima città, almeno vista da lontano perché ormai le orde estive di turisti (gli altri) rendono impossibile avvicinarsi al centro: se ne stanno tutti lì con il naso per aria a fare foto con il telefono o si accalcano lungo le interminabili file di bancarelle a farsi rapinare per un souvenir. I migliori sono sempre i cinesi, che torneranno a casa con le borse piene di falsi oggetti di lusso rigorosamente Made in China. Da quelle parti ci siamo avventurati solo un paio di volte, una per andare in pescheria e l’altra per raggiungere una spiaggia che si trova sul lato opposto della penisola, sempre maledicendo gli zombi che ostruivano la carreggiata e con Bustina caricata sul seggiolino della bicicletta.

Ogni giorno ci svegliavamo, facevamo colazione con calma, la colazione sfumava nel pranzo e poi ad una qualche ora si andava in spiaggia, ogni giorno in un posto diverso. Vita da campeggio, insomma. Il genere di vita che un giorno, anche grazie al riscaldamento globale, faremo tutti, trecentosessantacinque giorni l’anno, e guardando indietro ci chiederemo perché diamine andassimo a lavorare. L’unico inconveniente era dover accompagnare più volte al giorno Bustina al bagno del campeggio, mentre in casa ha ormai acquisito la completa autogestione delle proprie faccende corporali. L’unico altro inconveniente era dato da una popolazione di zanzare pari a 34 esemplari per metro cubo d’aria, a causa delle quali Bruna ci vietava severamente di accendere qualsiasi luce dopo il tramonto del sole. Per una settimana abbiamo quindi dovuto scegliere tra cenare alle sei del pomeriggio come i nostri bisnonni o cenare completamente al buio, cercando di indovinare a tentoni il cibo nel piatto.

Quest’ultimo genere di problemi non si è fortunatamente ripetuto in Val Venosta, dove in Agosto le temperature scendono già al di sotto della soglia di sopravvivenza di qualsiasi animale sprovvisto di pelliccia e fortunatamente le zanzare non si sono ancora evolute fino a questo punto. Alcune notti pure noi dubitavamo di sopravvivere, in effetti, se non fosse stato per un paio di piumini che ci eravamo previdentemente portati appresso e per qualche spuntino ipercalorico. Di giorno, in compenso, il cielo generalmente azzurro ed il clima artico ci hanno permesso di godere di numerose escursioni e passeggiate nei dintorni, dove abbiamo potuto ammirare le meraviglie naturali quali l’Ortles, il lago di Resia, la Svizzera e lo speck. Più che altro lo speck.

Un giorno, da ignoranti, abbiamo pensato di fare un giro dalle parti di Livigno, il ben noto paradiso fiscale per poveracci al confine con la Svizzera. Purtroppo, benché il paesaggio rimanga senza dubbio incantevole, il proliferare di negozi pronti a venderti l’impossibile iva esclusa e la folla di scalmanati provenienti da ogni dove per accaparrarsi mercanzia a prezzi scontati hanno reso questo ameno paesino di montagna quanto di più simile all’inferno dantesco, se Dante avesse voluto lanciare un messaggio contro gli eccessi del consumismo sfrenato. Auto parcheggiate in ogni dove e cariche all’impossibile di tabacchi, liquori, vestiti, elettronica, sciamannati che entravano ed uscivano di corsa dalle botteghe alla ricerca dell’affare migliore, boutique con prezzi rigorosamente gonfiati al fine di poter poi applicare uno sconto farlocco… Noi ci siamo accontentati di una stecca di cioccolato, una bottiglia di porto ed una confezione di lamette da barba, tanto che persino la guardia doganale ci ha guardato con un certo stupore perché eravamo i primi a dichiarare di non avere nulla da dichiarare senza mettersi a ridere.

Nel frattempo, per tornare all’argomento di vostro maggiore interesse, Bustina sta iniziando ad esprimersi in modo molto più articolato. Di tutte le profezie di sventura che ci erano state fatte nei mesi scorsi (“Vedrete che smetterà di mangiare, smetterà di dormire, si ammalerà, vi darà fuoco al divano, vi ruberà l’auto, ecc. ecc.”), finora l’unica che si è avverata in effetti è quella che una volta iniziato a parlare, Bustina non sarebbe stata zitta un minuto. È proprio così. Ella parla, parla, parla e non si capisce quasi niente ma parla lo stesso. Talvolta canta: qualche motivetto di sua invenzione, la sigla di Heidi o Bohemian Rapsody dei Queen. Un piacere averla in auto, ormai non serve più accendere l’autoradio. Inoltre, Bustina sta già imparando ad andare in bicicletta senza le rotelline, capacità che suo padre ha acquisito intorno ai nove anni, ed a socializzare con gli altri bambini, capacità che suo padre sta ancora sviluppando. A parte questo, mangia ancora di tutto, dorme, non si ammala, non ha dato fuoco al divano e non sa guidare l’auto. Per il momento, eh.

Leggere Confucio in roulotte

Leggere Confucio in roulotte

Per questo recente ponte abbiamo deciso di rimettere in funzione la nostra vecchia roulotte, dopo quasi quattro anni di inattività. Per farlo sono stati necessari alcuni piccoli lavori di manutenzione e l’acquisto di una nuova auto dotata di gancio traino, visto che l’altra si trova ormai da qualche parte oltre gli Urali, probabilmente sotto forma di tanti piccoli pezzi di ricambio. Il mezzo scelto in sua sostituzione, una bestia nera di grossa cilindrata d’ora in poi definito Mammut, si sta rivelando perfettamente adeguato alla sua funzione di trainare a spasso la nostra casetta mobile.

Dopo aver consultato le previsioni meteo tutt’altro che incoraggianti, era opinione diffusa che sarebbe stato meglio rimanere a casa, sul divano, con la stufa accesa. All’ultimo momento abbiamo invece gettato il cuor oltre l’ostacolo e siamo partiti in direzione Est, ovvero verso una trattoria di Cittanova (YU) a noi particolarmente cara per ragioni affettive. Proviamo infatti un sentimento così profondo per il suo pesce alla griglia e per i calamari fritti che siamo spesso disposti a fare più di trecento chilometri ed affrontare i paventati nubifragi pur di riuscire a metterci i denti sopra.

Giovedì il tempo era effettivamente piuttosto umido: durante il viaggio di andata abbiamo incontrati otto acquazzoni, per lo più della durata di pochi minuti. Tanto per distrarci, abbiamo deciso di inserire una piccola deviazione nel nostro percorso e visitare le famose grotte di Postumia, dove io e Bustina non eravamo mai stati. Si è trattata di un’ottima idea, ne siamo rimasti entrambi affascinati e Bruna ha potuto verificare di quanto fossero cresciute le stalagmiti dalla sua ultima visita. Certo, restiamo un po’ perplessi sull’opportunità di appendere al soffitto delle grotte dei lampadari in vetro di Mutano, costruire un lunghissimo percorso pedonale in cemento ed illuminare ogni roccia come un presepe, ma chi siamo noi per anteporre il presunto bene della natura alla sicura redditività dei turisti?

Venerdì, dopo una notte trascorsa parcheggiati in riva al mare, siamo entrati nel nostro solito campeggio alle porte di Novigrad e ci siamo accampati. Siamo stati qui almeno una decina di volte negli ultimi anni ed abbiamo visto questo posto cambiare, passando da una specie di caravanserraglio economico con i bagni scolpiti nella roccia ad una sistemazione quasi fin troppo elegante, con la piscina di acqua salata in riva al mare ed il villaggio di casette prefabbricate lì dove una volta si stendeva solo la rossa prateria istriana. Mai però l’avevamo trovato vuoto come in questi giorni, complice la stagione e le orribili previsioni che però, almeno per il primo giorno, sono state smentite dai fatti.

In tutta la giornata non è caduta una singola goccia d’acqua né una nuvola si è osata frapporre tra noi ed il sole. Bustina, entusiasta della sua prima esperienza in roulotte, ha scorrazzato tutto il giorno con la sua biciclettina per il campeggio, ha imparato a camminare sugli scogli come un granchio ed ha tocciato i piedini nell’acqua ancora fresca. Noi ci stiamo gustando molto questa nuova dimensione della vacanza e siamo felici di utilizzare finalmente in tre questa roulotte che ha sempre avuto un lettino per lei, ancora prima che la pargola venisse al mondo. Approfittando dell’insperato sole, abbiamo persino rimandato la visita alla trattoria che pure era stato il motore principale del nostro viaggio.

Nella notte tra venerdì e sabato, finalmente, la tanto temuta pioggia. Ma niente di che, solo due goccioline per bagnare i vigneti e qualche nuvola che è rimasta a disturbare fino a metà mattina per poi lasciare nuovamente spazio al sole e al mare. Bustina si è divertita di nuovo a saltare da uno scoglio all’altro ed avrebbe voluto anche fare il bagno, ma si è dovuta scontrare con l’inesorabile applicazione del Codice Paliaga: è fatto assoluto divieto di toccare l’acqua di mare con qualsiasi parte del corpo entro tre ore dall’ultimo pasto ingerito, pena la morte (per ipotermia o collasso cardiocircolatorio). Considerate le abitudini alimentare di Bustina, a rigor di logica questo significa che non potrà fare il bagno fino ai 18 anni, almeno con sua madre nei paraggi.

A mezzogiorno ce ne siamo andati a mangiare il tanto sospirato pesce, buono come sempre per quanto scocci rilevare come dopo neanche una decina d’anni di frequentazione anche la nostra trattoria di fiducia abbia deciso di ritoccare leggermente i prezzi… Ma come si permettono?! Veramente scandaloso, di questo passo conviene investire in un  corso di pesca per Bustina così almeno il pesce fresco ce lo procura lei.

E così, dopo un altro pomeriggio dedicato a leggere all’ombra degli alberi, bighellonare sugli scogli e girare in bicicletta per il campeggio, si è conclusa la nostra prima uscita in roulotte della stagione e la prima in assoluto per Bustina, la vostra eroina letteraria preferita.