La vita quotidiana ai tempi del coronavirus #2

Prosegue la quarantena nella nostra felice prigione domestica. La quarantena mi sta entrando in testa: solo a vedere in televisione le immagini di gente seduta tranquillamente al bar mi fa venire l’ansia, anche se è la scena di un telefilm degli anni Novanta. Questa settimana sono uscito solo per andare a recuperare il computer al lavoro, dato che finalmente sono entrato in modalità smart working. Sono tra i fortunati.

Lavorare da casa funziona così: faccio tutto quello che faccio di solito, ma senza vedere in faccia i miei colleghi. Peccato, perché i miei colleghi sono piuttosto graziosi. Il mio dress code magari lascia un po’ a desiderare, ma questo vale anche per il resto dell’anno. Rispettando tassativamente le istruzioni sulla sicurezza che ci hanno consegnato, mi sono creato un’isola di lavoro in mansarda, ho collegato cavi e cavetti e fin dalla prima mattina alle 8 in punto ero operativo. Alle 8.05 della stessa mattina il gatto ha vomitato sul pavimento ed ho dovuto fare una micropausa per pulire, ma a parte questo è andato tutto liscio. Spesso il gatto mi sale sulle ginocchia per spiare quello che faccio, ma non avendomi voluto firmare il GDPR devo farlo scendere; verso mezzogiorno, quando il sole entra dalla finestra e scalda il lato destro della scrivania, si accoccola invece sul tappetino del mouse. La situazione attuale non la turba: lei è in clausura da quindici anni. Nessuno parla di gatti nelle istruzioni sul telelavoro. Nonostante il felino e l’occasionale capatina di Bustina a vedere come sto devo ammettere che in questa condizione di ritiro monacale non si lavora poi così male. Risparmio molto sui tempi di trasporto, anche se mi manca un po’ inveire contro gli altri automobilisti: in pausa pranzo ho aperto la finestra ed ho lanciato quattro insulti alle poche auto di passaggio, giusto per scaricare la tensione.

A quanto pare, anche la parentesi del lavoro da casa potrebbe essere già finita. Aspettiamo sviluppi. Già mi mancano le uscite con gli amici, le serate al bar o al cinema, gli abbracci con i parenti: in pratica, mi manca tutto quello che non facevo neanche prima.

In questi giorni mi viene spesso in mente una poesia di Du Fu, dell’epoca Tang, tremendamente adatta al momento che stiamo passando tutti. So che è molto nota ma la riporto nel caso qualcuno non ce l’abbia ben presente:

 

國破山河在,城春草木深。

感時花濺淚,恨別鳥驚心。

峰火連三月,家書抵萬金。

白頭搔更短,渾欲不勝簪。

 

Il paese è in rovina, monti e fiumi resistono.

In città a primavera erbe e alberi sono fitti,

nel momento della commozione bagno di lacrime i fiori.

Odio gli addii e gli uccelli mi spauriscono il cuore.

I fuochi delle sentinelle durano da tre mesi,

le lettere da casa arrivano a valere diecimila pezzi d’oro.

Sul mio capo bianco sempre più rado al tatto,

i capelli quasi non trattengono più lo spillone.

 

A parte questo, la vita va avanti ricca di emozioni. Ieri, ad esempio, ho trapiantato un cactus. Bello, eh? Mi sono anche punto. La vida loca, proprio. Resistiamo.

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