Piano B per la Cina, #5: Il silenzio degli agnelli

Eccoci arrivati all’ultima tappa: con Xi’An si conclude il racconto del nostro quarto viaggio in Cina. I più attenti di voi ricorderanno che eravamo già stati in questa città nel corso del nostro secondo viaggio, dedicato alla procedura di esfiltrazione di Bustina dai confini cinesi. Dato però che in quella occasione la nostra esperienza turistica si era limitata alle due o tre principali attrazioni (l’esercito di terracotta, la grande pagoda dell’Oca Selvatica e le mura cittadine), abbiamo chiesto a Bustina se avesse qualche destinazione meno conosciuta da consigliarci, o almeno qualche ristorante economico. Con nostra grande delusione la piccola Xi’Anese di casa non ha saputo aiutarci: a quanto pare a due anni non la lasciavano andare molto in giro. Ci siamo quindi arrangiati come al solito.

A Xi’An Bruna ha eletto il baracchino come proprio mezzo di trasporto prediletto. Per chi si fosse distratto durante le puntate precedenti, il baracchino è una specie di motoretta dotata di tettuccio e posti a sedere per gli ospiti paganti, l’equivalente motorizzato del risciò. Le portiere laterali e le cinture di sicurezza sono generalmente assenti, in modo da poter assaporare più da vicino la vita della città e gli eventuali bagagli possono essere stipati sopra il tettuccio o sotto le gambe dei passeggeri. Non è un mezzo molto veloce, ma è piccolo ed agile, ideale per districarsi tre le strade trafficate senza dare troppo peso al noioso codice della strada, ammesso che in Cina ne esista uno. Il prezzo è contrattabile, ovvero si mostra all’autista l’indirizzo di destinazione, si ascolta la sua ladresca proposta e la si abbassa almeno del cinquanta per cento. Si può tranquillamente tener duro sul prezzo senza cedere troppo a compromessi, tanto se la trattativa non dovesse andare a buon fine non mancherà un altro baracchino poco più avanti. Bruna è spietata in questi affari. Viaggiando sui baracchini abbiamo attraversato il centro di Xi’An in lungo e in largo, mettendo a dura prova la salute delle nostre coronarie ma risparmiando preziosi centesimi di yuan.

Le possenti mura al neon di Xi’An

Di quando in quando, se la destinazione era troppo lontana o la pioggia faceva sparire i baracchini, prendevamo la metropolitana. Al momento Xi’An non possiede una rete di metropolitana vasta come quella di Pechino o Shanghai, ma si distingue per alcuni curiosi divieti puntigliosamente segnalati all’interno di ogni vagone. Ad esempio, è proibito bere o mangiare, sollecitare donazioni per qualsiasi causa, cantare, chiedere l’elemosina o espletare i propri bisogni corporali. Generalmente io non frequento posti dove ritengono necessario specificare che è vietato fare i bisogni in pubblico, perciò l’alternativa dei baracchini era enormemente apprezzata.

Il primo giorno di permanenza in questa città Lorella e Maura se ne sono andate da sole a visitare l’esercito di terracotta; al ritorno, per dare un po’ di pepe ad un’esperienza altrimenti troppo scontata sono riuscite a litigare con l’autista di un autobus privato che aveva cercato di truffarle, facendosi di conseguenza abbandonare lungo una statale e rischiando di diventare vittime del traffico di bianche dello Shaanxi. Ovviamente in questo caso il concetto di truffa va rapportato agli standard occidentali, perché credo che in Cina attirare i turisti stranieri su un autobus “veloce” che costa il triplo di quelli normali sia considerata una normale pratica commerciale. Ad ogni modo, le nostre compagne di viaggio non si sono fatte abbindolare e sono riuscite a fermare al volo uno degli autobus regolari e a tornare in città sane e salve.

Nel frattempo, noi tre Magnabosco-Piccinelli-Viendalmare siamo andati a fare un giretto per il quartiere islamico. Xi’An era il punto di partenza della Via della Seta e gli scambi commerciali con il mondo arabo erano ampi e vivaci. Il quartiere musulmano di Xi’An, eredità di questo fiorente passato, è un curioso dedalo di stradine, bancarelle e negozi   attraversato da torme di turisti, commercianti, motorini e “baracchini” a quattro ruote, dove i profumi delle spezie si mescolano agli aromi del cibo di strada: pizze ricoperte di semi di girasole, panini imbottiti, zampe di gallina, spiedini di ogni sorta, dolci, frutta, patate arrosto… Uno spettacolo caotico ed affascinante in qualsiasi momento dell’anno, con l’unica eccezione del giorno scelto per la nostra passeggiata: infatti era la Festa del Sacrificio, che viene celebrata in ogni famiglia musulmana di ogni quartiere musulmano del mondo con un pasto a base di pecora. Pecora uccisa recentemente ed in modo molto sanguinoso, spesso lungo la strada, per poi essere scuoiata e macellata in un effluvio di odori insopportabili. Ad ogni modo, a parte le scene da film dell’orrore e l’occasionale pozza di sangue da scavalcare, la nostra passeggiata è stata comunque piuttosto piacevole: abbiamo visitato un’antica moschea molto suggestiva e poi siamo fuggiti in un parco pubblico, dove tra i laghetti ricoperti di piante di loto abbiamo ritrovato la pace interiore. Qui Bustina ha provato l’ebbrezza di guidare una specie di ippopotamo meccanico, rischiando di andare a sbattere contro un albero e poi di ribaltarsi, ma divertendosi moltissimo.

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Montagne di spezie, perché le pecore morte non sono fotogeniche

 

Mentre vagavamo nei paraggi, abbiamo avuto anche il piacere di imbatterci in un curioso angolo di “vecchia Cina”: lungo una stradina laterale la nostra attenzione viene attratta da alcuni negozi che esponevano sul marciapiede gabbiette di legno molto piccole e strumenti dalla forma curiosa. Si trattava di venditori di grilli domestici, insetti verdi e decisamente grandi rispetto a quelli a cui siamo abituati dalle nostre parti, i quali sono molto apprezzati in Cina a causa del loro canto (ehm…) melodioso; alcuni li portano addirittura in giro nelle loro gabbiette per fargli prendere aria e godere della loro compagnia mentre passeggiano. Poco lontano abbiamo trovato invece spietati allevatori di grilli da combattimento, che dopo aver aizzato i propri atleti con dei sottili pennellini li costringevano a lottare tra loro all’interno di barattoli di latta. Nonostante fossi al corrente di queste antiche tradizioni, è la prima volta che mi capita di imbattermici di persona e questa circostanza mi ha entusiasmato, tanto che ho comprato una piccola ciotola di ceramica per grilli, nel caso mi venisse mai voglia di allevarne uno. Mi rendo conto che forse avrei dovuto provare maggiore compassione per questi innocui animali condannati ad una vita di prigionia o di violenza, ma in tutta onestà rispetto alle pecore incrociate poco prima mi è sembrato che se la spassassero alla grande.

Il secondo miglior negozio di grilli di Xi’An

Superato il trauma delle pecore brutalizzate sul marciapiede, abbiamo dedicato il giorno successivo a visitare la Torre del Tamburo e quella della Campana, due tra gli edifici storici più caratteristici della città, e a gironzolare nei dintorni. L’ultima mattina prima della partenza abbiamo invece approfittato della permanenza a Xi’An per fare una capatina in alcuni luoghi fondamentali per la storia della nostra famiglia: il Golden Flower hotel ed il parco Changle. Si tratta dell’albergo dove alloggiavamo quando abbiamo incontrato per la prima volta Bustina e della meta delle nostre prime passeggiate amorose famigliari. Siamo persino entrati nell’hotel, facendo finta di niente, per esplorare un po’ commossi la lobby ed i corridoi dove Bustina muoveva i suoi primi passettini in nostra compagnia. Il parco, poco lontano, si conferma ancora uno dei più belli che abbiamo visto in Cina, con i suoi scenari rilassanti e la gente intenta a suonare, cantare o praticare tai chi. Rivedere quei posti ha suscitato in noi emozioni molto forti, mentre Bustina fingeva di riconoscere il teatro delle sue prime scorribande e ci assecondava placidamente in attesa della pausa pranzo.

Con questa nota di felice nostalgia, seguita solo da un ultimo pranzo in uno dei deliziosi ristorantini della metropoli, un viaggio fino all’aeroporto ed una noiosa sfilza di coincidenze aeree, anche il nostro quarto viaggio in Cina è giunto alla fine. Forse è stato il viaggio con il maggior numero di spostamenti, sicuramente quello con la maggiore quantità di chilometri percorsi via terra: bus, treni ad alta velocità, taxi, baracchini… Molti baracchini. Abbiamo visto scenari incredibilmente diversi, dalla frenesia metropolitana di Pechino alle case di terra scavate sul dorso della collina dello Shanxi, dalle sterminate pianure coltivate alle centrali a carbone, dalle montagne sacre ai villaggi di campagna ormai abbandonati. Non abbiamo mangiato troppe cose strane, anche se i leggendari la mian lunghi due metri hanno messo un po’ in crisi la nostra dimestichezza con le bacchette. Ormai io e Bruna non viviamo più lo shock da lontano Oriente, ma questa volta la presenza di Lorella e Maura ha apportato al viaggio un punto di vista diverso, magari più fresco, spingendoci anche a cogliere aspetti che noi diamo per scontati e a rimettere in discussione le nostre interpretazioni di usi, costumi, affinità e differenze.

Per poi permetterci di appurare che il nostro punto di vista era il più corretto fin dal principio, ovviamente.

Tutti amano la Cina, no?

Ad ogni modo, la Cina continua a rivelarsi un Paese in rapido cambiamento ma allo stesso tempo legato alla propria storia ed alle proprie tradizioni millenarie, un mondo schizofrenico e forse spietato, ma dove trovi sempre qualche sconosciuto che per ragioni inspiegabili si fa in quattro per aiutarti, un posto con regole sociali ed abitudini talvolta brutalmente diverse dalle nostre e proprio per questo anche affascinanti e suggestive. Un Paese che, insomma, non ci siamo ancora stancati di visitare ed esplorare.

E se tutto questo non bastasse a convincervi ad amare la Cina, aggiungo pure che i mezzi della pulizia stradale annunciano il proprio passaggio sparando dagli altoparlanti un’adorabile musichetta tradizionale, con tanto di guqin e pipà.

(Pure alle sei di mattina, eh.)

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