Piano B per la Cina, #4: Trappola per gechi

Quand’è stata l’ultima volta che avete visto una libellula? A Chenjiagou, verso sera, si alzano in volo dai campi centinaia di libellule, ed il frinire delle cicale durante i pomeriggi di sole sovrasta le spiegazioni dei maestri di Tai Chi.

Chenjiagou è il villaggio nella campagna cinese dove è nato il Tai Chi Chuan, almeno quattro secoli fa. Dopo il nostro primo viaggio in Cina lo descrivevo come un paese di pastori, contadini e maestri di Tai Chi, un paesaggio rurale molto povero ma tranquillo, lontano dalla frenesia delle metropoli. La vita in questo villaggio pareva scorrere sostanzialmente immutata da tempi antichissimi, perciò non avrei mai immaginato che sarebbero stati sufficienti solo cinque anni per renderlo quasi irriconoscibile. La sera in cui siamo arrivati, dopo un tragitto assurdamente lungo sui treni ad alta velocità ed un tratto interminabile di strada a bordo di un’auto pregna di odore di benzina, siamo rimasti storditi dal cambiamento. Una nuova strada a sei corsie partiva dal ponte sul Fiume Giallo, aggirando gli altri centri abitati del circondario, e si fermava proprio di fronte alla nostra scuola di Tai Chi. Ciononostante, ci abbiamo messo un po’ per capire di essere davvero a destinazione, perché al posto della vecchia palestra e del grande piazzale polveroso che fronteggiava la scuola sorgeva una collina artificiale, rigogliosa di alberi ed arbusti. Non un’aiuola, non un parco… ma un’intera collina. Solo l’edificio del collegio ed il piccolo cimitero con le tombe di famiglia erano rimasti al loro posto, ma tutto quello che ricordavamo lì intorno era stato raso al suolo e ricostruito. Le sorprese sarebbero proseguite nei giorni seguenti, passeggiando per le strade di Chenjiagou: non più di terra battuta, buie e fiancheggiate da fossi, ma pavimentate in porfido, ben illuminate ed adornate con statue ed alberi. Ingenti investimenti economici hanno colpito il villaggio, destinato a diventare una delle mete del turismo sportivo e culturale cinesi. Ora vi si possono trovare ristoranti, bar e negozi in abbondanza, ci si può fermare a bere una birra o a mangiare uno spiedino all’aperto, magari seduti ai piedi di una torre un po’ inquietante ad ammirare filmati promozionali e di propaganda proiettati giorno e notte da uno schermo gigantesco. Poco lontano, edifici di recente costruzione sono pronti ad accogliere centinaia di ospiti, cinesi ed internazionali. Tutto è all’insegna del Tai Chi, tutto rigorosamente in stile “vecchia Cina” come già visto a Datong: il nuovo che imita l’antico. Non si vedono più passare pastori con una manciata di capre da portare al pascolo, ma motorini elettrici ed auto di lusso. Qualcuno ritiene che Chenjiagou stia seguendo la stessa strada di Shaolin e di mille altre località della Cina, sostituendo il brutto autentico con il bel falso, trasformando un passato ricco di significato e dignità in una stucchevole ricostruzione ad uso e consumo dei visitatori. Può anche darsi e un po’ mi dispiace, ma del resto non si può pretendere che gli abitanti del villaggio continuino a far la fame per soddisfare la nostra nostalgia di “autenticità”.

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La statua di Chen Wangting, inventore del Tai Chi e simbolo di Chenjiagou

Stanchi per il viaggio, storditi dalla puzza di benzina ed a malapena in grado di orientarci com’eravamo, il nostro arrivo al collegio non è stato certamente il momento migliore della vacanza. Oltre tutto, prima di poterci riposare ci siamo dovuti dedicare ad una lunghissima trattativa con le gentili, efficienti ma ahimè inspiegabilmente lente impiegate della segreteria per ottenere due camere dove soggiornare, possibilmente non troppo luride e spartane. Nonostante questo, alla fine erano comunque abbastanza spartane: letto, gabinetto, qualche mobile dove appoggiare le valigie ed un divano. Non avevamo in dotazione asciugamani, bollitore e neppure carta igienica, evidentemente considerata un bene superfluo e pertanto disponibile solo in vendita presso lo spaccio. Il nostro lieve disagio a proposito evidenzia anche le tipiche contraddizioni occidentali: avremmo preferito che le strade e le case del villaggio restassero sporche e polverose come da tradizione, ma allo stesso tempo che le nostre stanze fossero pulite, comode e confortevoli. Niente di grave, comunque, sapevamo di non doverci aspettare il lusso di un albergo, perciò sopportavamo serenamente i catini di plastica sotto ogni condizionatore, i rifiuti che tendevano ad accumularsi nei bidoni della spazzatura e persino di inciampare continuamente sugli scalini di altezza diseguale. L’unico aspetto un po’ delicato del nostro soggiorno è stato sopportare le occasionali visite di un animale misterioso, che approfittava della nostra assenza per intrufolarsi in camera in cerca di cibo. Una sera abbiamo commesso l’imprudenza di lasciare della frutta incustodita sopra al tavolo ed al nostro ritorno ce la siamo ritrovata platealmente rosicchiata. I segni dei morsi erano così netti e precisi che un bravo odontotecnico avrebbe potuto prendergli l’impronta dentale, ma ciononostante non riuscivamo a raggiungere un’opinione unanime sulla sua specie di appartenenza. Io, Bruna e Maura eravamo banalmente portati a dare la colpa ad un topo, ma secondo Lorella l’intruso doveva essere per forza un geco, perché oltre ai morsi non avevamo trovato altre tracce di invasione mentre è ben noto come i topi siano incontinenti. Noialtri non eravamo così informati sulle abitudini scatologiche dei roditori, per cui seppure con qualche perplessità le abbiamo dato retta. Per ripicca, la sera dopo abbiamo trovato altra frutta rosicchiata e piccole cacchine sparpagliate sulle lenzuola e per tutta la camera. Secondo Lorella, doveva trattarsi a quel punto di un geco molto astuto che voleva depistarci e confonderci le idee. Noi abbiamo preferito comunque chiedere delle lenzuola pulite ed una trappola per topi.

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Non so se si è capito, ma noi eravamo lì per fare Tai Chi

Topo o non topo, il collegio dove eravamo resta comunque una delle migliori scuole di Tai Chi di Chenjiagou, il che equivale a dire del mondo. Durante la nostra permanenza  erano ospitate almeno una cinquantina di persone delle quali solo tre, oltre a noi, erano stranieri. Si faceva colazione tutti assieme alle sette e trenta del mattino: un insipido brodo di riso, pane al vapore, verdure stufate e uova sode. Bustina si è scoperta golosa di uova sode, se non altro per mancanza di alternative. Dalle otto e trenta alle undici e trenta ci si allenava, poi si pranzava di nuovo nella sala comune: verdure stufate, riso o pasta in brodo. Seguiva una pausa fino alle tre e mezza del pomeriggio, poi altre tre ore di allenamento. Alle sei e trenta si cenava, pressappoco con lo stesso menù del pranzo. Per fortuna, questa volta non ci hanno deliziato con le teste di gallina che ci avevano servito cinque anni fa, dev’essere stato assunto uno chef più raffinato. Dopo cena si era liberi di fare quel che si voleva: continuare ad allenarsi, riposarsi o passeggiare per il paese, ma senza dimenticare che alle dieci chiudevano i cancelli per cui non si poteva far troppa baldoria.

Abbiamo saputo che presto verrà costruita anche una nuova palestra, ma per il momento l’allenamento si svolge in una specie di grande capannone per i conigli o sotto un pergolato. Mentre noi trascorrevamo le giornata ad allenarci, Bustina giocava lì fuori con gli altri bambini. All’aperto non correva molti rischi. Una mattina che ci eravamo tutti rifugiati in palestra perché stava piovigginando, però, le sono bastati pochi minuti per farsi male, schiacciandosi due dita con un attrezzo sportivo. All’improvviso la serenità dell’ambiente è stata interrotta dal suo pianto disperato perciò io e Bruna, non riuscendo a capire quanto fosse seria la ferita, ci siamo precipitati dal medico, accompagnati dalle segretarie del collegio su uno dei soliti baracchini a quattro ruote. La scena era terribile e memorabile: noi che attraversavamo il paese alla massima velocità consentita da quel mezzo di trasporto, con Bustina che si stringeva la mano sanguinante e tutto il villaggio che girava la testa a guardarci attirato dalle sua urla di dolore e spavento. Al dottore, poco impressionato da tutta quella confusione, è bastato mezzo sguardo per valutare che si trattava di una ferita superficiale e sbolognarla all’infermiera affinché la medicasse. L’infermiera, a sua volta, doveva essere una comparsa assunta per rassicurare i turisti o essersi diplomata all’accademia di macelleria, perché disinfettava e ripuliva la ferita con la delicatezza che io di solito riservo alla cura del pollo prima della cottura, strappando la pelle con una pinzetta anziché tagliarla con le forbicine come usano fare i corrotti medici dei Paesi occidentali. Bustina non l’ha presa bene, strillando come Maria Callas nel periodo migliore. Con la mano fasciata ed in braccio alla mamma, però, il dolore poco a poco le è passato, tanto che una volta tornata in palestra la piccola si è subito addormentata stremata.

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Una volta qui era tutta campagna.

A Chenjiagou abbiamo incontrato persone provenienti da tutta la Cina. Oltre a noi, come dicevo, c’erano solo un romano e due francesi. Lorella è stata molto felice di trovare qualcuno con cui poter parlare decorosamente  in una lingua europea, e questo credo rappresenti il primo caso in assoluto in cui qualcuno è felice di incontrare dei francesi. La gente a Chenjiagou è sempre molto amichevole, inizialmente ci trattavano tutti con una specie di timore reverenziale dovuto soprattutto alla barriera linguistica, ma pian piano si sono sciolti. I primi sono stati i bambini: con il loro inglese scolastico non hanno avuto paura di avvicinarsi e chiedere di dove eravamo. Quando gli ho fatto vedere l’Italia sulla piantina, ingrandendo progressivamente la mappa per fargli apprezzare la distanza dal loro villaggio, hanno sgranato gli occhi. Con gli adulti ci è voluto un po’ più tempo, ma anche il fratello di Cindy si trovava lì per allenarsi e ci è stato di valido supporto, è molto simpatico e si è subito affezionato a Bustina.

Gli allenamenti di Tai Chi sono sempre di altissimo livello, anche se abbiamo nutrito delle perplessità nei confronti dei nostri compagni di lezione. Forse siamo troppo permalosi, ma a volte abbiamo avuto il sospetto che alcuni degli altri allievi approfittassero del fatto che non capivamo la lingua per sfotterci un poco. Il sospetto era alimentato dal fatto che ci indicavano, dicevano qualcosa in cinese e ridevano a crepapelle. È pur vero che, proprio perché non capiamo la lingua e non siamo avvezzi al linguaggio non verbale dell’Estremo Oriente, forse non c’era nessun reale collegamento tra quello che dicevano, quello che indicavano (cioè noi) ed il fatto che ridessero, poteva essere una coincidenza. Poteva essere che stessero indicando qualcosa alle nostre spalle. Poteva essere che stessero (spesso) raccontando una vecchia barzelletta. Noi d’altra parte ci vendicavamo affibbiando ad ognuno di loro dei buffi soprannomi: il Ragionier Filini, Bruce Lee, il Butterato, il Riccio, Confucio 2 – la Vendetta… La nostra acerrima nemica però era la Tigre della Magnesia, una femme fatale di un metro e venti che pareva uscita da un film di Sandokan per schermi da pochi pollici. Ella continuava ad interrompere l’insegnante con domande palesemente stupide (pur essendo in cinese, intuivamo che potessero solo essere stupide), faceva gran mostra delle sue scarse forme con delle mossettine leziose tipo spogliarellista di Kuala Lumpur ed era sospettosamente ilare quando indicava nella nostra direzione. Abbiamo dedicato gli ultimi due giorni a commentare ad alta voce in italiano e ridere malvagiamente ad ogni sua azione, per ripicca alle sue presunte malefatte. Bruna risentiva in modo particolare della sua fastidiosa presenza, tanto che approfittando di una dimostrazione è arrivata a pochi centimetri dallo stamparle un catartico calcio in faccia, azione peraltro agevolata dal ridotto sviluppo verticale della vittima. Dalla diplomazia del Ping pong alla guerra fredda della seconda media il passo è breve.

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L’istruttore che mi ha sopportato per quattro giorni

Nonostante tutto, al momento dei saluti ci ha preso lo stesso una lieve tristezza. Noi purtroppo stavolta ci siamo fermati solo pochi giorni, ormai era iniziato il conto alla rovescia per la nostra ultima tappa in Cina prima del ritorno a casa. Gli allenamenti a Chenjiagou sono sempre un’esperienza indimenticabile e credo che la maggior parte dei cosiddetti Maestri che insegnano in Italia farebbero una figura ridicola se dovessero confrontarsi con un qualsiasi istruttore di questo collegio, persino con il Butterato o Ciccio Mono-Sopracciglio. Anche se l’aspetto esteriore del villaggio è cambiato, anche se si vedono meno pecore e più botteghe, questo posto ha ancora un fascino unico al mondo. Sono sicuro che se avessimo occasione di fermarci più a lungo ne trarrebbe enorme giovamento non solo il nostro Tai Chi, ma anche la conoscenza della lingua cinese e della cultura locale, ad eccezione ovviamente della cultura culinaria che da queste parti è vistosamente trascurata. La prossima volta, magari: in quell’occasione arriveremo muniti di asciugamani ed apposita trappola per gechi.

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