Piano B per la Cina, #3: Piccoli Buddha crescono

Risolto temporaneamente il pressante problema economico, ci restavano due giorni per visitare Wutaishan, l’amena località dove eravamo giunti. Il nostro ostello si trovava nel principale centro abitato, un piccolo villaggio turistico circondato da cinque alti picchi boscosi, su ognuno dei quali è stato eretto un importante monastero buddhista. Raggiungerli tutti pare sia un’eccezionale sistema per abbattere il karma e fa miracoli anche per la cellulite, considerando il dislivello e la distanza da percorrere a piedi. Per chi non avesse il fisico per inerpicarsi, nel villaggio si trovano numerosi altri templi e monasteri, alcuni dei quali molto antichi, oltre ad alberghi, ristoranti e negozi che vendono soprattutto souvenir a tema religioso o strumenti per la preghiera. Una gigantesca pagoda bianca in stile tibetano domina il paesaggio. Il clima è fresco, e le strade erano affollate di monaci di ogni ordine e colore, pellegrini e semplici turisti.  Anche a causa dell’altitudine, spesso il pomeriggio scoppiava qualche temporale e le strade prive di tombini si trasformavano in fiumi di fango: i tombini, assieme alla grondaie, rappresentano quel genere di infrastruttura a cui la cultura cinese è rimasta stranamente impermeabile.

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L’ameno panorama di Wutaishan

Abbiamo dedicato la prima giornata in montagna a visitare alcuni dei templi più vicini, a cominciare dal tempio Luohou e dallo spettacolare Xiantong. Quest’ultimo è uno dei più antichi di Wutai e probabilmente dell’intera Cina, il che naturalmente significa che ha subito alterne fortune vedendo nei secoli diverse opere di ampliamento e ricostruzione. Una delle sue attrattive più caratteristiche è la pagoda dorata di epoca Ming, un piccolo gioiello luccicante posto su una terrazza da cui è possibile gettare uno sguardo sui tetti del villaggio e la valle che lo circonda.

L’ultimo giorno a Wutai ci siamo invece inerpicati su per i 1080 scalini che portano a Dailuoding, un altro dei templi che sovrastano la valle. Pare che una volta un imperatore sia venuto in pellegrinaggio a Wutai per visitare i monasteri sui cinque picchi, ma rimasto a corto di tempo e di fiato abbia dovuto fermarsi a due. Offeso nella sua celeste dignità e timoroso di una figuraccia alle cene del CAI, l’imperatore avrebbe ordinato ai monaci di risolvere il problema, mettendolo nella condizione di effettuare il pellegrinaggio senza inconvenienti di sorta. Al giorno d’oggi avrebbero senz’altro risolto con una circonvallazione in alta quota, ma all’epoca preferirono erigere un singolo tempio contenente una copia delle statue contenute nei monasteri principali, in modo da garantire a chi lo visitasse gli stessi benefici spirituali di chi effettua il pellegrinaggio completo dei cinque picchi. Una specie di bignami religioso, insomma. Può sembrare un affarone, ma per non farlo sembrare troppo semplice i monaci preferirono comunque porre il tempio su una ripida altura sovrastante la valle. Certo, oltre alla suddetta scalinata ora esistono anche un sentiero da percorrere a cavallo ed una comoda seggiovia, ma tenendoci molto alla cura della nostra anima noi abbiamo preferito la strada più ardua, sudando sette camicie tra banchetti che vendevano collanine o bibite e fedeli che ogni tre scalini si inginocchiavano a pregare, come da tradizione. Sospetto che anche l’imperatore abbia avuto da ridire, ma la storia non ha tramandato la sua reazione all’escamotage clericale.

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Una risibile porzione dei 1080 scalini

Bustina è stata molto orgogliosa di arrivare in cima per prima. A dimostrazione dei vantaggi spirituali della scarpinata, quel giorno ha ricevuto diversi regali da parte dei monaci che incrociavamo: uno si è tolto la sua collana, una specie di rosario, e gliel’ha regalato senza una spiegazione. Altri le hanno donato cracker, biscotti e noccioline. Uno un ventaglio, un altro una piccola pagoda di plastica. Tornati in paese, a sera, una signora le ha voluto regalare un braccialetto. Lei di fronte a quella cornucopia di regali ha commentato, contenta: “Ma pensano che sono venuta in Cina per aprire una Coop?”

Sul monte Wutai i turisti occidentali erano ancora meno numerosi che a Datong, ne avremo incrociati forse cinque o sei nel corso della nostra permanenza. Lontano dalla frenetica indifferenza delle metropoli, la presenza di nostra figlia assieme a quattro stranieri continuava a suscitare curiosità ed indiscrezione da parte dei passanti, che la interpellavano continuamente in cinese e non si arrendevano di fronte alla sua evidente incapacità di comprendere la lingua locale. La faccenda stressava un po’ tutti e tre, tanto che Bustina stessa ha imparato a tagliare corto rispondendo subito “Wu Yidalì ren!” che vorrebbe significare “Siamo tutti e cinque italiani”.

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Un altro pellegrino con evidenti problemi economici

Dopo qualche giorno e molti templi abbiamo lasciato Wutaishan con un altro bus, guidato da una persona normale su strade normali. A causa della distanza che ci separava dalla prossima tappa del viaggio abbiamo prima di tutto raggiunto Taiyuan, la capitale della regione, per una sosta intermedia. Abbiamo avuto una pessima impressione di Taiyuan durante il nostro primo viaggio per cui abbiamo deciso di passarci il minor tempo possibile, fatto salvo un altro infruttuoso tentativo di cambiare valuta. Per raggiungere la stazione dei treni Bruna ha voluto far provare alle nostre compagne di viaggio l’ebbrezza di una di quelle carriole a motore che si situano un paio di gradini sotto i taxi abusivi. Lei lo chiama “baracchino”: si tratta di una specie di vecchissima ape piaggio, con il cassone coperto e due panchinette in legno per sedersi, senza porte. In questo caso i bagagli erano appoggiati sul tettuccio e sobbalzavano pericolosamente ad ogni curva, come del resto facevamo noi. Il rumore del motore era assordante, tranne durante le discese quando l’autista metteva in folle per risparmiare carburante. Dalla stazione dei bus a quella del treno abbiamo fatto circa quindici chilometri con questo mezzo, Lorella e Maura erano a dir poco estasiate dall’esperienza!

Scesi dal “baracchino” siamo entrati in una di quelle lussuose nuove stazioni dei treni ad alta velocità che stanno comparendo in tutta la Cina, grandi come aeroporti e molto bene organizzate. In una mezz’oretta siamo arrivati a Pingyao. Io e Bruna l’avevamo già visitata durante il primo viaggio, ma l’abbiamo scelta per sostare una notte prima di ripartire. È una antica città molto caratteristica, piena di turisti e, ad aver tempo, di vecchie banche e palazzi da visitare, edifici pubblici e templi.

(A proposito, dopo Wutaishan penso di aver fatto il pieno di templi per il resto della mia vita e non voglio più vedere un monaco neanche in foto. Tanto con il karma sono a posto, no?)

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Templi, templi ovunque…

A Pingyao siamo riusciti a fare solo una passeggiata tra le vie affollate, perdendo ancora inutilmente tempo a cercare di cambiare valuta. Per fortuna avevamo già comprato i biglietti per il tratto di strada successivo ed eravamo pertanto sicuri di arrivare a Chenjiagou, la culla del Tai Chi…

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