Piano B per la Cina, intervallo: Per un pugno di Yuan

[Sappiamo tutti come il denaro non dia la felicità, ma è anche generalmente noto come la mancanza di denaro possa causare parecchi fastidi. Apro quindi una breve digressione sul problema che ha maggiormente funestato il nostro viaggio in Cina, ovvero la frustrante ricerca di denaro contante. Niente templi, parchi e gigantesche statue di Buddha in questa puntata, ma solo banche e stolidi impiegati dallo sguardo assente.]

Come anticipavo nella scorsa puntata, il monte Wutai è uno dei luoghi più sacri del buddhismo cinese. Anche noi abbiamo iniziato le nostre avventure in questa montagna con un bel pellegrinaggio: per una svista, infatti, ci siamo dimenticati di cambiare i soldi prima di arrivarvi ed avevamo solo inutile valuta europea a disposizione. Nessun problema, comunque, fino a quel momento ci avevano sempre cambiato i soldi in qualsiasi filiale delle principali banche cinesi; come opzione di riserva avremmo potuto comunque prelevare da un bancomat utilizzando la carta di credito. Decidiamo pertanto di dividerci i compiti: io e Lorella ci accolliamo il compito di procacciare l’indispensabile valuta locale per il gruppo, mentre gli altri aspettano serenamente in hotel, anche per tranquillizzare l’albergatore ansioso di incassare. Purtroppo banche e bancomat ci erano stati indicati ad un paio di chilometri nominali dal nostro alloggio, ma dopo molte ore di autobus una passeggiata – peraltro in discesa – non ci dispiaceva.

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Vedete qualche banca in questa foto?

Primo imprevisto: i due chilometri nominali si rivelano essere almeno quattro chilometri effettivi, ad ogni richiesta di informazioni ci viene sempre ripetuto di proseguire, andare avanti ancora un poco. Camminiamo e camminiamo, fiduciosi. Una volta arrivati finalmente alla prima banca, una specie di piccola cassa rurale, decidiamo di passare oltre per rivolgerci ad una più grande, poco lontano: difficile che le banche troppo piccole forniscano questo tipo di servizio. Un impiegato della banca più grande, dopo aver visto i nostri passaporti, ci spiega a gesti di non poter cambiare gli euro e ci rimanda ad una terza banca ancora più grossa. Proseguiamo. Secondo imprevisto: alla banca più grossa ci informano, in un inglese strascicato, che nessuna banca sul monte Wutai è autorizzata a cambiare valuta agli stranieri. Insistiamo, non possiamo crederci, chiediamo spiegazioni. Si raduna un piccolo drappello di impiegati, armati di traduttore automatico ed inglese della seconda media, e scopriamo che per cambiare non avevamo altra scelta che raggiungere Taiyuan, la città più vicina, a centoventi chilometri di distanza. Per fortuna restava sempre l’opzione del bancomat. Terzo imprevisto: i bancomat non riconoscono o non sono abilitati per le nostre carte di credito, per una questione di codice Pin o di antipatia interetnica, non è chiaro. E ora prendete tutti quei favolosi Euro che avete in saccoccia e fatene quel che meglio credete. Proviamo una terza banca, qui l’impiegata evita persino il contatto visivo e fissa il vuoto con lo sguardo da triglia pur di non risponderci. Io comincio a sudare freddo, Lorella perde la pazienza e comincia a gettare stizzita le proprie carte di credito di fronte allo sportello dell’impiegata riuscendo solo ad attirare l’attenzione della guardia armata, la quale ci si avvicina moderatamente minacciosa. Usciamo e riprendiamo a vagabondare, tentando negli hotel, nelle agenzie di viaggio, nella piccolissima cassa rurale che avevamo precedentemente sdegnato: nessuno ci sa aiutare anche perché nessuno parla inglese. Immaginate la frustrazione di Lorella, che l’inglese lo insegna a scuola. Abbiamo perso il conto degli imprevisti e cominciamo sommessamente a disperare facendo e rifacendo il conto della nostra cassa comune: gli yuan che avevamo nel portafogli erano davvero troppo pochi, non ci sarebbero bastati per dormire, mangiare e prendere l’autobus per spostarci da quella amena località. Dopo un lungo girovagare, entriamo nella lobby di un resort di lusso e lì troviamo un turista sino-americano disposto finalmente a cambiarci un po’ di soldi, il minimo indispensabile per pagare l’hotel e tirare a campare fino al giorno successivo: il tutto al prezzo di una saccente paternale sul fatto che dovremmo essere più organizzati ed informarci meglio sui posti che decidiamo di visitare. Sconsolati, torniamo verso il nostro hotel pensando a come ottimizzare il magro capitale. Inutile sottolineare come i quattro chilometri di strada fossero ora in salita, peggiorando ulteriormente il nostro umore.

Fortunatamente, mentre io e Lorella arrancavamo disperati tra istituti di credito e prendevamo in seria considerazione l’ipotesi di dedicarci all’accattonaggio, Bruna e Maura avevano insistito nel cercare la comprensione del nostro albergatore. Grazie alla mediazione di una turista polacca, questi dopo molta resistenza aveva infine deciso di accettare il pagamento in Euro. Meglio valuta straniera che nessuna valuta, avrà pensato. Al nostro arrivo abbiamo quindi scoperto che in qualche modo avevamo abbastanza soldi per sopravvivere qualche giorno sul monte Wutai ed anche per andarcene, anche se ci era costato un pomeriggio di pena e sudore. Potevamo finalmente ricominciare a divertirci, come vi racconterò nella prossima puntata, ma avevamo comunque una liquidità limitata. Come abbiamo risolto?

Dopo Wutaishan abbiamo fatto una breve sosta a Taiyuan, una città decisamente più grande. Anche qui io e Lorella abbiamo cercato di cambiare euro in yuan scontrandoci ancora una volta con la stolida mancanza di collaborazione delle banche locali. Di solito funzionava così: appena entrati venivamo accolti da un’impiegata molto gentile che non capiva un’acca di inglese, vedeva gli Euro ed impallidiva. L’impiegata cominciava a fare di no con la mano, io cercavo di spiegare in un cinese raffazzonato di cosa avevamo bisogno, lei diventava pallida e chiedeva consiglio alle altre impiegate. In tre fissavano basite il nostro passaporto. Dopo dieci minuti arrivava quello studiato, che sapeva parlare un inglese da quinta elementare, e toccava rispiegargli tutto da capo. Nessuno ci sapeva dare nessuna indicazione, qualcuno cominciava a fare telefonate misteriose e a prendere appunti, ci chiedevano e richiedevano dove dovevamo andare, con che mezzo, da che stazione. Alla fine ci restituivano il passaporto e ci indirizzavano ad un’altra banca. Roba che uno dice: almeno ci avessero mandato a quel paese subito, avremmo ottenuto lo stesso risultato risparmiando mezz’ora. Stremati e senza aver concluso niente, ci siamo consultati con gli altri ed abbiamo deciso di proseguire comunque per non perdere un’altra mezza giornata di vacanza.

Il giorno dopo avevamo circa sei ore di sosta nella stazione dei treni veloci di Weinan, nello Shaanxi. A questo punto abbiamo deciso che il magico team Luca-Lorella non era sufficientemente persuasivo con gli impiegati bancari, perciò è subentrata Bruna che anche in questo tipo di situazioni sa sempre essere molto convincente. Abbiamo investito gli ultimi spicci in un taxi e ci siamo fatti scaricare in centro, dritti di fronte ad una delle banche principali della città. Ciononostante, prima di riuscire ad ottenere i sudati Yuan abbiamo dovuto girare un paio di filiali, minacciare velatamente di chiamare la polizia e cercare di impietosire in ogni modo le solerti impiegate. Siamo riusciti nel nostro intento solo grazie al buon cuore di un’altra cliente che ha infine cambiato la valuta a proprio nome per velocizzare l’operazione, anche perché stavamo tenendo in ostaggio l’unico sportello aperto e non avevamo nessuna intenzione di andarcene.

Da questa lezione del tutto imprevista, che ci ha fatto perdere preziose ore di vacanza, abbiamo nondimeno imparato molte cose di cui faremo tesoro durante i prossimi viaggi:

  1. Pensare di viaggiare in Cina solo con carte di credito (“Tanto poi prelevo dal bancomat”) è una buona idea solo se avete intenzione di non muovervi dalle metropoli principali o non vi imbarazza l’idea di travestirvi da monaci tibetani e dedicarvi all’accattonaggio. Serve contante da poter cambiare.
  2. Cambiate i soldi in una delle suddette metropoli principali, presso lo sportello di una delle banche più importanti (Bank of China, China Construction Bank), ovviamente muniti di passaporto e molta pazienza. Per quel che ne so hanno tutte un pessimo tasso di cambio.
  3. Seriamente, si possono prelevare Yuan dal bancomat, ma non dappertutto. Solo dove il bancomat decide che gli siete simpatici.
  4. Pagare con Wechat o Alipay è un’ottima opzione… se avete un conto corrente in una banca cinese. Altrimenti o trovate qualcuno che vi ricarica il borsellino di Wechat oppure niente.
  5. In molte banche ci sono caricabatterie per il cellulare a disposizione dei clienti, quindi se avete la batteria scarica potete sempre entrare in una banca ed inventarvi una pratica assurda da sbrigare. Nel tempo che sprecheranno a cercare inutilmente di aiutarvi il vostro telefono sarà perfettamente carico!
  6. In alcune banche ci sono anche occhiali da vista a disposizione dei clienti che devono compilare moduli o firmare assegni. Comodo.
  7. In sostanza, le banche cinesi sono posti molto belli per stringere amicizia con gli impiegati, ricaricare il telefono, scroccare il wifi e leggere. Meno per cambiare soldi.
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