Piano B per la Cina, #2: Datong Express

Come anticipato, abbiamo lasciato Pechino in autobus per dirigerci verso la seconda tappa del nostro viaggio: Datong. Non stupitevi se non l’avete mai sentita nominare, ha solo duemila anni di storia e meno di quattro milioni di abitanti, quello che in Cina si definisce un villaggio. D’altra parte, magari non l’avete mai sentita nominare perché non avete capito come si pronuncia. Pure noi abbiamo avuto qualche problema: inizialmente, a fronte dei miei goffi tentativi di descrivere la nostra destinazione, l’albergatore di Pechino mi ha spiegato con sufficienza che la dizione corretta era “Tàt’un”. L’impiegata della stazione dei bus me l’ha poi corretta in “Dàton”, mentre il tassista nasalizzava molto optando per “Tàt’onn”. Da lì in poi, ogni persona incontrata durante il viaggio l’ha pronunciata in modo diverso: l’unico punto su cui tutto il miliardo e mezzo di cinesi da me interpellato era concorde era che io sbagliavo comunque pronuncia. Tra di noi, infidi diavoli bianchi, ci siamo sempre accontentati di un banale “Datong-pronunciato-come-si-scrive“, con tanto di blasfema “G” finale.

Abbiamo scelto l’autobus come mezzo di locomozione perché, sulla carta, pareva più veloce del treno. In realtà il bus ha accumulato oltre due ore di ritardo, compresa una curiosa sosta di quaranta minuti in una stazione di servizio alla periferia di Pechino durante la quale l’autista ha cercato infruttuosamente di caricare nel vano bagagli uno scooter. Abbiamo quindi viaggiato più di sei ore sulle strade della Cina settentrionale, il che ci ha dato per lo meno l’opportunità di vedere da vicino alcuni aspetti del paesaggio che di sicuro su un comodo treno ci sarebbero sfuggiti: la Grande Muraglia in alcuni dei suoi tratti più spettacolari, una bambina che vomitava, i villaggi di campagna ormai in stato di abbandono, una bambina che vomitava, pagode, pale eoliche, vaste distese di pannelli solari, casupole diroccate costruite con terra e paglia ed una bambina che vomitava. La bambina che vomitava, come potete immaginare, era seduta proprio accanto a noi e ci ha allietato per tutto il viaggio con conati ed effluvi, complici gli scossoni della strada, gli ammortizzatori dell’autobus da sostituire ed i genitori che continuavano a farla bere alimentando di conseguenza il disagio.

(Ovviamente non era Bustina, noi l’abbiamo tenuta a secco per tutto il viaggio preferendo il rischio di disidratazione ai reflussi gastrici)

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Le leggi della fisica non valgono in Cina

Una volta arrivati a Datong, siamo stati subito catturati da un solerte tassista che ha cercato di stipare tutte le nostre valigie nel portabagagli, accontentandosi alla fine di lasciarle sporgere pericolosamente ed accompagnarci con il portellone spalancato al nostro hotel, che distava una quindicina di chilometri. Noi eravamo terrorizzati all’idea che le valigie cadessero fuori e si  sfracellassero sulla carreggiata, ma francamente eravamo anche troppo divertiti per fermarlo. L’hotel in questione, poi, era una specie di piccolo monastero, assolutamente delizioso dal punto di vista estetico ma molto spartano. Tanto per cominciare, non trovavano la nostra prenotazione, non parlavano nessuna lingua europea e non sembravano intenzionati a darci un posto per dormire se non al doppio del prezzo pattuito. Solo la mediazione del tassista, dotato del l’onnipresente app di traduzione, ci ha permesso di far valere le nostre ragioni. Inoltre, le nostre stanze avevano cinque letti, ma mentre quattro di questi avevano il solito durissimo materasso cinese, l’ultimo era dotato solo una tavola di legno coperta da un materassino di cinque centimetri. Indovinate chi ha scelto eroicamente di dormire su questo letto morbido come il granito? Proprio il vostro acciaccato narratore, esatto. Infine, bagni e docce erano in comune con gli altri ospiti ed i ristoranti nei dintorni chiudevano verso le sette di sera, mettendo a rischio anche le nostre possibilità di alimentazione.

Il lato positivo di questo alloggio, oltre ad avere un grazioso cortile dove chiacchierare con gli altri ospiti ed essere in assoluto il più bello per stile architettonico ed atmosfera dove ci sia capitato di dormire , era che si trovava a due passi dalla principale attrattiva turistica di Datong: le grotte di Yungang. Si tratta di un complesso di grotte scavate nel fianco di una collina, rinomate per le gigantesche sculture religiose buddhiste risalenti a circa millecinquecento anni fa, decisamente spettacolari. Dormendo così vicini, siamo riusciti a visitarle prima che arrivassero tutte le orde di turisti, perché è una destinazione molto popolare in Cina. Turisti stranieri, invece, se ne vedono pochi… pertanto, oltre ad essere costantemente fissati dagli altri visitatori, ci è capitato pure che qualcuno ci fermasse chiedendo di fare una foto assieme, come se facessimo parte delle attrazioni turistiche della zona. Sappiamo che questa è un’esperienza piuttosto comune per gli stranieri in Cina, ma nei viaggi precedenti ci era capitato molto raramente. A Datong, invece, è successo almeno cinque volte nel corso della giornata ed in particolare si rivolgevano a me, ritenendo forse più discreto importunare l’unico maschio della compagnia, non sapendo che in questo modo alimentavano pericolosamente il mio narcisismo. Davvero, ci sono rimasto un po’ male quando hanno smesso.

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Il secondo Buddha più grande che io abbia mai visto

Nel pomeriggio, sazi di Buddha giganti, siamo andati a visitare rapidamente il centro della città di Datong. Qualche anno fa, un sindaco visionario ha pensato di radere al suolo parte della città per ricostruirla in stile antico, con tanto di mura cittadine, torri, templi, strade e piazze ad integrazione dei pochi edifici realmente antichi superstiti. Non stiamo parlando di un piccolo parco, ma di un’area di almeno un chilometro quadrato, forse più, per non parlare del ben più ampio perimetro delle nuove mura antiche. Dato che Datong è una città a tradizione prevalentemente mineraria e legata all’industria del carbone, immagino che lo scopo fosse quello di avviare una riconversione verso il settore del turismo sfruttando la fama delle grotte. Il risultato è un intero quartiere di palazzi antichi, ancora in costruzione. Il risultato è ovviamente più grottesco che affascinante, una sorta di gigantesca scenografia teatrale magari anche fedele all’originale, ma autentica come una giostra di Disneyland o come quel villaggio western sardo nei film di Sergio Leone. Immaginatevi se spianassero tutto il centro di Rimini per ricostruirlo in stile impero romano, ad esempio, con i colonnati, i templi e le terme. Immaginate i salti di gioia di chi ci abitava prima ed è stato presumibilmente ricollocato in un’altra parte della città.

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Questi antichi palazzi sono probabilmente più nuovi del mio smartphone

La nostra visita è comunque durata poco, perché volevamo tornare al nostro albergo per cenare assieme ai monaci che vi abitavano. Ci avevano detto che c’era questa possibilità e Bruna e Maura ci tenevano molto per ragioni estetico-religiose, ma naturalmente bisognava rientrare presto perché i monaci cenano ad orari improbabili. Una volta arrivati lì, però, non riuscivamo ad intenderci bene sul da farsi. Un monaco stava effettivamente cenando su una panchina in cortile, reggendo la ciotola con le mani. Ci siamo seduti anche noi e dopo qualche minuto la proprietaria del posto è arrivata con una ciotola di spaghetti in brodo per Bustina. Per noi quattro, niente. Eravamo un tantino confusi ed imbarazzati, fissavamo la nostra adorata pargola che sorbolava la cena tentando una  conversazione con la signora per capire se ci fosse o meno un posto a tavola disponibile anche per gli adulti. Dato che noi non parliamo cinese e lei non parlava nessuna lingua indoeuropea, più che di una conversazione si trattava, però, di un penoso gioco di sguardi e di un gesticolare alquanto fumoso, mentre i nostri stomaci reclamavano con violenza crescente. La signora di quando in quando spariva all’interno della mensa, alimentando le nostre speranze, ma tornava sempre a mani vuote, ripetendoci qualche parola inintelligibile a cui noi rispondevamo con savoir-faire e sorrisi di circostanza. Alla fine, dato che si avvicinava paurosamente anche l’ora di chiusura dei ristoranti, spinto dalla fame ho preso l’iniziativa di seguirla in cucina e lì ho capito quello che cercava di dirci da mezz’ora: prendetevi una ciotola e servitevi direttamente dalla pentola, che il servizio al tavolo non è previsto. Scommetto che non le siamo sembrati molto svegli. Alla fine, seduti sulla panchina con le ciotole fumanti, siamo quindi riusciti a cenare come i monaci ma senza i monaci, perché nel frattempo loro avevano già terminato.

La mattina dopo, molto presto, il nostro solerte tassista è passato a prenderci per riaccompagnarci alla stazione degli autobus. Sotto una pioggia sottile ci siamo lasciati alle spalle anche Datong per la terza tappa del nostro viaggio: il monte Wutai. Si tratta di uno dei più importanti luoghi sacri del buddhismo cinese, meta di venerazione e di pellegrinaggio; noi ci siamo andati prevalentemente perché essendo a duemila metri di altitudine ci aspettavamo giustamente che il clima fosse accettabile anche in pieno agosto.

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Il nostro ostello a Datong, un piccolo angolo di pace e bagni fetidi

Quello che non avevamo debitamente previsto era la possibilità che l’ente dei trasporti cinesi assumesse un sociopatico come autista di autobus. Con la faccia sempre vagamente annoiata di uno che per anni ha guidato camion carichi di napalm su e giù per l’Himalaya ed ora si trova costretto suo malgrado ad entrare in contatto con altri esseri umani, per 150 km di strade di montagna questo signore si è prodigato in pericolosi sorpassi in curva ed imprecava rumorosamente quando il traffico o le condizioni della strada non gli consentivano di farsi strada mettendo a rischio la nostra vita. Inoltre, provava gusto nel suonare con ostilità il clacson ad ogni mezzo di locomozione o creatura intralciasse, anche solo ipoteticamente, il nostro cammino: auto, moto, camion, biciclette, pedoni, persino un piccione che si stava attardando sulla carreggiata. Come ha commentato Bustina, doveva essere “molto fiero del proprio clacson”.

Fortunatamente ogni tanto si fermava e ci concedeva una breve sosta con grande sollievo di tutti i passeggeri: non perché fosse prevista dalla tabella di marcia, ma perché lui o il controllore volevano fumare una sigaretta. Un momento di relax, soprattutto per noi che non fumavamo. In una di queste pause ci siamo fermati nei pressi di un bagno pubblico, rappresentato in questo caso da un vecchio container sul lato della strada, aperto alle estremità e senza soffitto, rozzamente diviso in una metà femminile ed una maschile. Inutile dire che ci è passato immediatamente qualsiasi stimolo fisiologico, forse per sempre.

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Questa curva ricoperta di slogan inneggianti al socialismo reale avrebbe potuto essere l’ultimo panorama su cui gettavo il mio sguardo terreno

Dopo quattro ore di questo idillio, dopo avere attraversato strade sgangherate che si inerpicavano tra valli e dirupi, sparsi villaggi che trasudavano miseria e durezza, campi avari ed occasionali asini al pascolo, siamo finalmente arrivati al monte Wutai. Sani e salvi, contro ogni statistica. Ma questa, come si dice, è tutta un’altra storia.

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