Piano B per la Cina, #3: Piccoli Buddha crescono

Risolto temporaneamente il pressante problema economico, ci restavano due giorni per visitare Wutaishan, l’amena località dove eravamo giunti. Il nostro ostello si trovava nel principale centro abitato, un piccolo villaggio turistico circondato da cinque alti picchi boscosi, su ognuno dei quali è stato eretto un importante monastero buddhista. Raggiungerli tutti pare sia un’eccezionale sistema per abbattere il karma e fa miracoli anche per la cellulite, considerando il dislivello e la distanza da percorrere a piedi. Per chi non avesse il fisico per inerpicarsi, nel villaggio si trovano numerosi altri templi e monasteri, alcuni dei quali molto antichi, oltre ad alberghi, ristoranti e negozi che vendono soprattutto souvenir a tema religioso o strumenti per la preghiera. Una gigantesca pagoda bianca in stile tibetano domina il paesaggio. Il clima è fresco, e le strade erano affollate di monaci di ogni ordine e colore, pellegrini e semplici turisti.  Anche a causa dell’altitudine, spesso il pomeriggio scoppiava qualche temporale e le strade prive di tombini si trasformavano in fiumi di fango: i tombini, assieme alla grondaie, rappresentano quel genere di infrastruttura a cui la cultura cinese è rimasta stranamente impermeabile.

IMG_4929.JPG
L’ameno panorama di Wutaishan

Abbiamo dedicato la prima giornata in montagna a visitare alcuni dei templi più vicini, a cominciare dal tempio Luohou e dallo spettacolare Xiantong. Quest’ultimo è uno dei più antichi di Wutai e probabilmente dell’intera Cina, il che naturalmente significa che ha subito alterne fortune vedendo nei secoli diverse opere di ampliamento e ricostruzione. Una delle sue attrattive più caratteristiche è la pagoda dorata di epoca Ming, un piccolo gioiello luccicante posto su una terrazza da cui è possibile gettare uno sguardo sui tetti del villaggio e la valle che lo circonda.

L’ultimo giorno a Wutai ci siamo invece inerpicati su per i 1080 scalini che portano a Dailuoding, un altro dei templi che sovrastano la valle. Pare che una volta un imperatore sia venuto in pellegrinaggio a Wutai per visitare i monasteri sui cinque picchi, ma rimasto a corto di tempo e di fiato abbia dovuto fermarsi a due. Offeso nella sua celeste dignità e timoroso di una figuraccia alle cene del CAI, l’imperatore avrebbe ordinato ai monaci di risolvere il problema, mettendolo nella condizione di effettuare il pellegrinaggio senza inconvenienti di sorta. Al giorno d’oggi avrebbero senz’altro risolto con una circonvallazione in alta quota, ma all’epoca preferirono erigere un singolo tempio contenente una copia delle statue contenute nei monasteri principali, in modo da garantire a chi lo visitasse gli stessi benefici spirituali di chi effettua il pellegrinaggio completo dei cinque picchi. Una specie di bignami religioso, insomma. Può sembrare un affarone, ma per non farlo sembrare troppo semplice i monaci preferirono comunque porre il tempio su una ripida altura sovrastante la valle. Certo, oltre alla suddetta scalinata ora esistono anche un sentiero da percorrere a cavallo ed una comoda seggiovia, ma tenendoci molto alla cura della nostra anima noi abbiamo preferito la strada più ardua, sudando sette camicie tra banchetti che vendevano collanine o bibite e fedeli che ogni tre scalini si inginocchiavano a pregare, come da tradizione. Sospetto che anche l’imperatore abbia avuto da ridire, ma la storia non ha tramandato la sua reazione all’escamotage clericale.

IMG_0580
Una risibile porzione dei 1080 scalini

Bustina è stata molto orgogliosa di arrivare in cima per prima. A dimostrazione dei vantaggi spirituali della scarpinata, quel giorno ha ricevuto diversi regali da parte dei monaci che incrociavamo: uno si è tolto la sua collana, una specie di rosario, e gliel’ha regalato senza una spiegazione. Altri le hanno donato cracker, biscotti e noccioline. Uno un ventaglio, un altro una piccola pagoda di plastica. Tornati in paese, a sera, una signora le ha voluto regalare un braccialetto. Lei di fronte a quella cornucopia di regali ha commentato, contenta: “Ma pensano che sono venuta in Cina per aprire una Coop?”

Sul monte Wutai i turisti occidentali erano ancora meno numerosi che a Datong, ne avremo incrociati forse cinque o sei nel corso della nostra permanenza. Lontano dalla frenetica indifferenza delle metropoli, la presenza di nostra figlia assieme a quattro stranieri continuava a suscitare curiosità ed indiscrezione da parte dei passanti, che la interpellavano continuamente in cinese e non si arrendevano di fronte alla sua evidente incapacità di comprendere la lingua locale. La faccenda stressava un po’ tutti e tre, tanto che Bustina stessa ha imparato a tagliare corto rispondendo subito “Wu Yidalì ren!” che vorrebbe significare “Siamo tutti e cinque italiani”.

IMG_4946.JPG
Un altro pellegrino con evidenti problemi economici

Dopo qualche giorno e molti templi abbiamo lasciato Wutaishan con un altro bus, guidato da una persona normale su strade normali. A causa della distanza che ci separava dalla prossima tappa del viaggio abbiamo prima di tutto raggiunto Taiyuan, la capitale della regione, per una sosta intermedia. Abbiamo avuto una pessima impressione di Taiyuan durante il nostro primo viaggio per cui abbiamo deciso di passarci il minor tempo possibile, fatto salvo un altro infruttuoso tentativo di cambiare valuta. Per raggiungere la stazione dei treni Bruna ha voluto far provare alle nostre compagne di viaggio l’ebbrezza di una di quelle carriole a motore che si situano un paio di gradini sotto i taxi abusivi. Lei lo chiama “baracchino”: si tratta di una specie di vecchissima ape piaggio, con il cassone coperto e due panchinette in legno per sedersi, senza porte. In questo caso i bagagli erano appoggiati sul tettuccio e sobbalzavano pericolosamente ad ogni curva, come del resto facevamo noi. Il rumore del motore era assordante, tranne durante le discese quando l’autista metteva in folle per risparmiare carburante. Dalla stazione dei bus a quella del treno abbiamo fatto circa quindici chilometri con questo mezzo, Lorella e Maura erano a dir poco estasiate dall’esperienza!

Scesi dal “baracchino” siamo entrati in una di quelle lussuose nuove stazioni dei treni ad alta velocità che stanno comparendo in tutta la Cina, grandi come aeroporti e molto bene organizzate. In una mezz’oretta siamo arrivati a Pingyao. Io e Bruna l’avevamo già visitata durante il primo viaggio, ma l’abbiamo scelta per sostare una notte prima di ripartire. È una antica città molto caratteristica, piena di turisti e, ad aver tempo, di vecchie banche e palazzi da visitare, edifici pubblici e templi.

(A proposito, dopo Wutaishan penso di aver fatto il pieno di templi per il resto della mia vita e non voglio più vedere un monaco neanche in foto. Tanto con il karma sono a posto, no?)

IMG_0606.JPG
Templi, templi ovunque…

A Pingyao siamo riusciti a fare solo una passeggiata tra le vie affollate, perdendo ancora inutilmente tempo a cercare di cambiare valuta. Per fortuna avevamo già comprato i biglietti per il tratto di strada successivo ed eravamo pertanto sicuri di arrivare a Chenjiagou, la culla del Tai Chi…

Annunci

Piano B per la Cina, intervallo: Per un pugno di Yuan

[Sappiamo tutti come il denaro non dia la felicità, ma è anche generalmente noto come la mancanza di denaro possa causare parecchi fastidi. Apro quindi una breve digressione sul problema che ha maggiormente funestato il nostro viaggio in Cina, ovvero la frustrante ricerca di denaro contante. Niente templi, parchi e gigantesche statue di Buddha in questa puntata, ma solo banche e stolidi impiegati dallo sguardo assente.]

Come anticipavo nella scorsa puntata, il monte Wutai è uno dei luoghi più sacri del buddhismo cinese. Anche noi abbiamo iniziato le nostre avventure in questa montagna con un bel pellegrinaggio: per una svista, infatti, ci siamo dimenticati di cambiare i soldi prima di arrivarvi ed avevamo solo inutile valuta europea a disposizione. Nessun problema, comunque, fino a quel momento ci avevano sempre cambiato i soldi in qualsiasi filiale delle principali banche cinesi; come opzione di riserva avremmo potuto comunque prelevare da un bancomat utilizzando la carta di credito. Decidiamo pertanto di dividerci i compiti: io e Lorella ci accolliamo il compito di procacciare l’indispensabile valuta locale per il gruppo, mentre gli altri aspettano serenamente in hotel, anche per tranquillizzare l’albergatore ansioso di incassare. Purtroppo banche e bancomat ci erano stati indicati ad un paio di chilometri nominali dal nostro alloggio, ma dopo molte ore di autobus una passeggiata – peraltro in discesa – non ci dispiaceva.

IMG_0584.JPG
Vedete qualche banca in questa foto?

Primo imprevisto: i due chilometri nominali si rivelano essere almeno quattro chilometri effettivi, ad ogni richiesta di informazioni ci viene sempre ripetuto di proseguire, andare avanti ancora un poco. Camminiamo e camminiamo, fiduciosi. Una volta arrivati finalmente alla prima banca, una specie di piccola cassa rurale, decidiamo di passare oltre per rivolgerci ad una più grande, poco lontano: difficile che le banche troppo piccole forniscano questo tipo di servizio. Un impiegato della banca più grande, dopo aver visto i nostri passaporti, ci spiega a gesti di non poter cambiare gli euro e ci rimanda ad una terza banca ancora più grossa. Proseguiamo. Secondo imprevisto: alla banca più grossa ci informano, in un inglese strascicato, che nessuna banca sul monte Wutai è autorizzata a cambiare valuta agli stranieri. Insistiamo, non possiamo crederci, chiediamo spiegazioni. Si raduna un piccolo drappello di impiegati, armati di traduttore automatico ed inglese della seconda media, e scopriamo che per cambiare non avevamo altra scelta che raggiungere Taiyuan, la città più vicina, a centoventi chilometri di distanza. Per fortuna restava sempre l’opzione del bancomat. Terzo imprevisto: i bancomat non riconoscono o non sono abilitati per le nostre carte di credito, per una questione di codice Pin o di antipatia interetnica, non è chiaro. E ora prendete tutti quei favolosi Euro che avete in saccoccia e fatene quel che meglio credete. Proviamo una terza banca, qui l’impiegata evita persino il contatto visivo e fissa il vuoto con lo sguardo da triglia pur di non risponderci. Io comincio a sudare freddo, Lorella perde la pazienza e comincia a gettare stizzita le proprie carte di credito di fronte allo sportello dell’impiegata riuscendo solo ad attirare l’attenzione della guardia armata, la quale ci si avvicina moderatamente minacciosa. Usciamo e riprendiamo a vagabondare, tentando negli hotel, nelle agenzie di viaggio, nella piccolissima cassa rurale che avevamo precedentemente sdegnato: nessuno ci sa aiutare anche perché nessuno parla inglese. Immaginate la frustrazione di Lorella, che l’inglese lo insegna a scuola. Abbiamo perso il conto degli imprevisti e cominciamo sommessamente a disperare facendo e rifacendo il conto della nostra cassa comune: gli yuan che avevamo nel portafogli erano davvero troppo pochi, non ci sarebbero bastati per dormire, mangiare e prendere l’autobus per spostarci da quella amena località. Dopo un lungo girovagare, entriamo nella lobby di un resort di lusso e lì troviamo un turista sino-americano disposto finalmente a cambiarci un po’ di soldi, il minimo indispensabile per pagare l’hotel e tirare a campare fino al giorno successivo: il tutto al prezzo di una saccente paternale sul fatto che dovremmo essere più organizzati ed informarci meglio sui posti che decidiamo di visitare. Sconsolati, torniamo verso il nostro hotel pensando a come ottimizzare il magro capitale. Inutile sottolineare come i quattro chilometri di strada fossero ora in salita, peggiorando ulteriormente il nostro umore.

Fortunatamente, mentre io e Lorella arrancavamo disperati tra istituti di credito e prendevamo in seria considerazione l’ipotesi di dedicarci all’accattonaggio, Bruna e Maura avevano insistito nel cercare la comprensione del nostro albergatore. Grazie alla mediazione di una turista polacca, questi dopo molta resistenza aveva infine deciso di accettare il pagamento in Euro. Meglio valuta straniera che nessuna valuta, avrà pensato. Al nostro arrivo abbiamo quindi scoperto che in qualche modo avevamo abbastanza soldi per sopravvivere qualche giorno sul monte Wutai ed anche per andarcene, anche se ci era costato un pomeriggio di pena e sudore. Potevamo finalmente ricominciare a divertirci, come vi racconterò nella prossima puntata, ma avevamo comunque una liquidità limitata. Come abbiamo risolto?

Dopo Wutaishan abbiamo fatto una breve sosta a Taiyuan, una città decisamente più grande. Anche qui io e Lorella abbiamo cercato di cambiare euro in yuan scontrandoci ancora una volta con la stolida mancanza di collaborazione delle banche locali. Di solito funzionava così: appena entrati venivamo accolti da un’impiegata molto gentile che non capiva un’acca di inglese, vedeva gli Euro ed impallidiva. L’impiegata cominciava a fare di no con la mano, io cercavo di spiegare in un cinese raffazzonato di cosa avevamo bisogno, lei diventava pallida e chiedeva consiglio alle altre impiegate. In tre fissavano basite il nostro passaporto. Dopo dieci minuti arrivava quello studiato, che sapeva parlare un inglese da quinta elementare, e toccava rispiegargli tutto da capo. Nessuno ci sapeva dare nessuna indicazione, qualcuno cominciava a fare telefonate misteriose e a prendere appunti, ci chiedevano e richiedevano dove dovevamo andare, con che mezzo, da che stazione. Alla fine ci restituivano il passaporto e ci indirizzavano ad un’altra banca. Roba che uno dice: almeno ci avessero mandato a quel paese subito, avremmo ottenuto lo stesso risultato risparmiando mezz’ora. Stremati e senza aver concluso niente, ci siamo consultati con gli altri ed abbiamo deciso di proseguire comunque per non perdere un’altra mezza giornata di vacanza.

Il giorno dopo avevamo circa sei ore di sosta nella stazione dei treni veloci di Weinan, nello Shaanxi. A questo punto abbiamo deciso che il magico team Luca-Lorella non era sufficientemente persuasivo con gli impiegati bancari, perciò è subentrata Bruna che anche in questo tipo di situazioni sa sempre essere molto convincente. Abbiamo investito gli ultimi spicci in un taxi e ci siamo fatti scaricare in centro, dritti di fronte ad una delle banche principali della città. Ciononostante, prima di riuscire ad ottenere i sudati Yuan abbiamo dovuto girare un paio di filiali, minacciare velatamente di chiamare la polizia e cercare di impietosire in ogni modo le solerti impiegate. Siamo riusciti nel nostro intento solo grazie al buon cuore di un’altra cliente che ha infine cambiato la valuta a proprio nome per velocizzare l’operazione, anche perché stavamo tenendo in ostaggio l’unico sportello aperto e non avevamo nessuna intenzione di andarcene.

Da questa lezione del tutto imprevista, che ci ha fatto perdere preziose ore di vacanza, abbiamo nondimeno imparato molte cose di cui faremo tesoro durante i prossimi viaggi:

  1. Pensare di viaggiare in Cina solo con carte di credito (“Tanto poi prelevo dal bancomat”) è una buona idea solo se avete intenzione di non muovervi dalle metropoli principali o non vi imbarazza l’idea di travestirvi da monaci tibetani e dedicarvi all’accattonaggio. Serve contante da poter cambiare.
  2. Cambiate i soldi in una delle suddette metropoli principali, presso lo sportello di una delle banche più importanti (Bank of China, China Construction Bank), ovviamente muniti di passaporto e molta pazienza. Per quel che ne so hanno tutte un pessimo tasso di cambio.
  3. Seriamente, si possono prelevare Yuan dal bancomat, ma non dappertutto. Solo dove il bancomat decide che gli siete simpatici.
  4. Pagare con Wechat o Alipay è un’ottima opzione… se avete un conto corrente in una banca cinese. Altrimenti o trovate qualcuno che vi ricarica il borsellino di Wechat oppure niente.
  5. In molte banche ci sono caricabatterie per il cellulare a disposizione dei clienti, quindi se avete la batteria scarica potete sempre entrare in una banca ed inventarvi una pratica assurda da sbrigare. Nel tempo che sprecheranno a cercare inutilmente di aiutarvi il vostro telefono sarà perfettamente carico!
  6. In alcune banche ci sono anche occhiali da vista a disposizione dei clienti che devono compilare moduli o firmare assegni. Comodo.
  7. In sostanza, le banche cinesi sono posti molto belli per stringere amicizia con gli impiegati, ricaricare il telefono, scroccare il wifi e leggere. Meno per cambiare soldi.

Piano B per la Cina, #2: Datong Express

Come anticipato, abbiamo lasciato Pechino in autobus per dirigerci verso la seconda tappa del nostro viaggio: Datong. Non stupitevi se non l’avete mai sentita nominare, ha solo duemila anni di storia e meno di quattro milioni di abitanti, quello che in Cina si definisce un villaggio. D’altra parte, magari non l’avete mai sentita nominare perché non avete capito come si pronuncia. Pure noi abbiamo avuto qualche problema: inizialmente, a fronte dei miei goffi tentativi di descrivere la nostra destinazione, l’albergatore di Pechino mi ha spiegato con sufficienza che la dizione corretta era “Tàt’un”. L’impiegata della stazione dei bus me l’ha poi corretta in “Dàton”, mentre il tassista nasalizzava molto optando per “Tàt’onn”. Da lì in poi, ogni persona incontrata durante il viaggio l’ha pronunciata in modo diverso: l’unico punto su cui tutto il miliardo e mezzo di cinesi da me interpellato era concorde era che io sbagliavo comunque pronuncia. Tra di noi, infidi diavoli bianchi, ci siamo sempre accontentati di un banale “Datong-pronunciato-come-si-scrive“, con tanto di blasfema “G” finale.

Abbiamo scelto l’autobus come mezzo di locomozione perché, sulla carta, pareva più veloce del treno. In realtà il bus ha accumulato oltre due ore di ritardo, compresa una curiosa sosta di quaranta minuti in una stazione di servizio alla periferia di Pechino durante la quale l’autista ha cercato infruttuosamente di caricare nel vano bagagli uno scooter. Abbiamo quindi viaggiato più di sei ore sulle strade della Cina settentrionale, il che ci ha dato per lo meno l’opportunità di vedere da vicino alcuni aspetti del paesaggio che di sicuro su un comodo treno ci sarebbero sfuggiti: la Grande Muraglia in alcuni dei suoi tratti più spettacolari, una bambina che vomitava, i villaggi di campagna ormai in stato di abbandono, una bambina che vomitava, pagode, pale eoliche, vaste distese di pannelli solari, casupole diroccate costruite con terra e paglia ed una bambina che vomitava. La bambina che vomitava, come potete immaginare, era seduta proprio accanto a noi e ci ha allietato per tutto il viaggio con conati ed effluvi, complici gli scossoni della strada, gli ammortizzatori dell’autobus da sostituire ed i genitori che continuavano a farla bere alimentando di conseguenza il disagio.

(Ovviamente non era Bustina, noi l’abbiamo tenuta a secco per tutto il viaggio preferendo il rischio di disidratazione ai reflussi gastrici)

IMG_0388
Le leggi della fisica non valgono in Cina

Una volta arrivati a Datong, siamo stati subito catturati da un solerte tassista che ha cercato di stipare tutte le nostre valigie nel portabagagli, accontentandosi alla fine di lasciarle sporgere pericolosamente ed accompagnarci con il portellone spalancato al nostro hotel, che distava una quindicina di chilometri. Noi eravamo terrorizzati all’idea che le valigie cadessero fuori e si  sfracellassero sulla carreggiata, ma francamente eravamo anche troppo divertiti per fermarlo. L’hotel in questione, poi, era una specie di piccolo monastero, assolutamente delizioso dal punto di vista estetico ma molto spartano. Tanto per cominciare, non trovavano la nostra prenotazione, non parlavano nessuna lingua europea e non sembravano intenzionati a darci un posto per dormire se non al doppio del prezzo pattuito. Solo la mediazione del tassista, dotato del l’onnipresente app di traduzione, ci ha permesso di far valere le nostre ragioni. Inoltre, le nostre stanze avevano cinque letti, ma mentre quattro di questi avevano il solito durissimo materasso cinese, l’ultimo era dotato solo una tavola di legno coperta da un materassino di cinque centimetri. Indovinate chi ha scelto eroicamente di dormire su questo letto morbido come il granito? Proprio il vostro acciaccato narratore, esatto. Infine, bagni e docce erano in comune con gli altri ospiti ed i ristoranti nei dintorni chiudevano verso le sette di sera, mettendo a rischio anche le nostre possibilità di alimentazione.

Il lato positivo di questo alloggio, oltre ad avere un grazioso cortile dove chiacchierare con gli altri ospiti ed essere in assoluto il più bello per stile architettonico ed atmosfera dove ci sia capitato di dormire , era che si trovava a due passi dalla principale attrattiva turistica di Datong: le grotte di Yungang. Si tratta di un complesso di grotte scavate nel fianco di una collina, rinomate per le gigantesche sculture religiose buddhiste risalenti a circa millecinquecento anni fa, decisamente spettacolari. Dormendo così vicini, siamo riusciti a visitarle prima che arrivassero tutte le orde di turisti, perché è una destinazione molto popolare in Cina. Turisti stranieri, invece, se ne vedono pochi… pertanto, oltre ad essere costantemente fissati dagli altri visitatori, ci è capitato pure che qualcuno ci fermasse chiedendo di fare una foto assieme, come se facessimo parte delle attrazioni turistiche della zona. Sappiamo che questa è un’esperienza piuttosto comune per gli stranieri in Cina, ma nei viaggi precedenti ci era capitato molto raramente. A Datong, invece, è successo almeno cinque volte nel corso della giornata ed in particolare si rivolgevano a me, ritenendo forse più discreto importunare l’unico maschio della compagnia, non sapendo che in questo modo alimentavano pericolosamente il mio narcisismo. Davvero, ci sono rimasto un po’ male quando hanno smesso.

IMG_4812 copia.JPG
Il secondo Buddha più grande che io abbia mai visto

Nel pomeriggio, sazi di Buddha giganti, siamo andati a visitare rapidamente il centro della città di Datong. Qualche anno fa, un sindaco visionario ha pensato di radere al suolo parte della città per ricostruirla in stile antico, con tanto di mura cittadine, torri, templi, strade e piazze ad integrazione dei pochi edifici realmente antichi superstiti. Non stiamo parlando di un piccolo parco, ma di un’area di almeno un chilometro quadrato, forse più, per non parlare del ben più ampio perimetro delle nuove mura antiche. Dato che Datong è una città a tradizione prevalentemente mineraria e legata all’industria del carbone, immagino che lo scopo fosse quello di avviare una riconversione verso il settore del turismo sfruttando la fama delle grotte. Il risultato è un intero quartiere di palazzi antichi, ancora in costruzione. Il risultato è ovviamente più grottesco che affascinante, una sorta di gigantesca scenografia teatrale magari anche fedele all’originale, ma autentica come una giostra di Disneyland o come quel villaggio western sardo nei film di Sergio Leone. Immaginatevi se spianassero tutto il centro di Rimini per ricostruirlo in stile impero romano, ad esempio, con i colonnati, i templi e le terme. Immaginate i salti di gioia di chi ci abitava prima ed è stato presumibilmente ricollocato in un’altra parte della città.

IMG_0487.JPG
Questi antichi palazzi sono probabilmente più nuovi del mio smartphone

La nostra visita è comunque durata poco, perché volevamo tornare al nostro albergo per cenare assieme ai monaci che vi abitavano. Ci avevano detto che c’era questa possibilità e Bruna e Maura ci tenevano molto per ragioni estetico-religiose, ma naturalmente bisognava rientrare presto perché i monaci cenano ad orari improbabili. Una volta arrivati lì, però, non riuscivamo ad intenderci bene sul da farsi. Un monaco stava effettivamente cenando su una panchina in cortile, reggendo la ciotola con le mani. Ci siamo seduti anche noi e dopo qualche minuto la proprietaria del posto è arrivata con una ciotola di spaghetti in brodo per Bustina. Per noi quattro, niente. Eravamo un tantino confusi ed imbarazzati, fissavamo la nostra adorata pargola che sorbolava la cena tentando una  conversazione con la signora per capire se ci fosse o meno un posto a tavola disponibile anche per gli adulti. Dato che noi non parliamo cinese e lei non parlava nessuna lingua indoeuropea, più che di una conversazione si trattava, però, di un penoso gioco di sguardi e di un gesticolare alquanto fumoso, mentre i nostri stomaci reclamavano con violenza crescente. La signora di quando in quando spariva all’interno della mensa, alimentando le nostre speranze, ma tornava sempre a mani vuote, ripetendoci qualche parola inintelligibile a cui noi rispondevamo con savoir-faire e sorrisi di circostanza. Alla fine, dato che si avvicinava paurosamente anche l’ora di chiusura dei ristoranti, spinto dalla fame ho preso l’iniziativa di seguirla in cucina e lì ho capito quello che cercava di dirci da mezz’ora: prendetevi una ciotola e servitevi direttamente dalla pentola, che il servizio al tavolo non è previsto. Scommetto che non le siamo sembrati molto svegli. Alla fine, seduti sulla panchina con le ciotole fumanti, siamo quindi riusciti a cenare come i monaci ma senza i monaci, perché nel frattempo loro avevano già terminato.

La mattina dopo, molto presto, il nostro solerte tassista è passato a prenderci per riaccompagnarci alla stazione degli autobus. Sotto una pioggia sottile ci siamo lasciati alle spalle anche Datong per la terza tappa del nostro viaggio: il monte Wutai. Si tratta di uno dei più importanti luoghi sacri del buddhismo cinese, meta di venerazione e di pellegrinaggio; noi ci siamo andati prevalentemente perché essendo a duemila metri di altitudine ci aspettavamo giustamente che il clima fosse accettabile anche in pieno agosto.

IMG_4878
Il nostro ostello a Datong, un piccolo angolo di pace e bagni fetidi

Quello che non avevamo debitamente previsto era la possibilità che l’ente dei trasporti cinesi assumesse un sociopatico come autista di autobus. Con la faccia sempre vagamente annoiata di uno che per anni ha guidato camion carichi di napalm su e giù per l’Himalaya ed ora si trova costretto suo malgrado ad entrare in contatto con altri esseri umani, per 150 km di strade di montagna questo signore si è prodigato in pericolosi sorpassi in curva ed imprecava rumorosamente quando il traffico o le condizioni della strada non gli consentivano di farsi strada mettendo a rischio la nostra vita. Inoltre, provava gusto nel suonare con ostilità il clacson ad ogni mezzo di locomozione o creatura intralciasse, anche solo ipoteticamente, il nostro cammino: auto, moto, camion, biciclette, pedoni, persino un piccione che si stava attardando sulla carreggiata. Come ha commentato Bustina, doveva essere “molto fiero del proprio clacson”.

Fortunatamente ogni tanto si fermava e ci concedeva una breve sosta con grande sollievo di tutti i passeggeri: non perché fosse prevista dalla tabella di marcia, ma perché lui o il controllore volevano fumare una sigaretta. Un momento di relax, soprattutto per noi che non fumavamo. In una di queste pause ci siamo fermati nei pressi di un bagno pubblico, rappresentato in questo caso da un vecchio container sul lato della strada, aperto alle estremità e senza soffitto, rozzamente diviso in una metà femminile ed una maschile. Inutile dire che ci è passato immediatamente qualsiasi stimolo fisiologico, forse per sempre.

IMG_4884.JPG
Questa curva ricoperta di slogan inneggianti al socialismo reale avrebbe potuto essere l’ultimo panorama su cui gettavo il mio sguardo terreno

Dopo quattro ore di questo idillio, dopo avere attraversato strade sgangherate che si inerpicavano tra valli e dirupi, sparsi villaggi che trasudavano miseria e durezza, campi avari ed occasionali asini al pascolo, siamo finalmente arrivati al monte Wutai. Sani e salvi, contro ogni statistica. Ma questa, come si dice, è tutta un’altra storia.