Piano B per la Cina, #1: Noi, i ragazzi dello zoo di Pechino

[Premessa: fedeli al motto “Usciamo di casa solo per andare in Cina”, siamo tornati di nuovo nella terra di mezzo. Questa volta non siamo andati da soli: hanno viaggiato con noi Lorella e Maura, due allieve dei corsi di Taijiquan di Bruna e conoscenti di vecchia data, alla loro prima esperienza da quelle parti. In pratica, aggiungiamo alla storia un paio di personaggi, come le serie tv a corto di idee. Nel nostro caso però sono sicuro che queste due simpatiche figure aliene forniranno spunti interessanti alle nostre avventure in terra d’Oriente.

Avevamo pianificato insieme, con mesi di anticipo, un itinerario che andasse a toccare Pechino e le principali capitali imperiali, oltre a trascorrere alcuni giorni a praticare di nuovo il Tai Chi nel leggendario villaggio di Chenjiagou. Vivendo però nel terrore di incontrare di nuovo il caldo asfissiante del primo viaggio, con temperature oltre i quaranta gradi, avevamo anche previsto un piano alternativo di massima che limitasse il più possibile le tappe lungo il bacino del Fiume Giallo, sostituendole con destinazioni più settentrionali o d’alta quota. Alla fine, viste le previsioni del tempo, abbiamo optato proprio per questo Piano B…

Come già in passato, questi racconti sono la trascrizione più o meno fedele delle mail che inviavo in Italia a parenti ed amici per rassicurarli sul fatto che fossimo ancora vivi. Non pretendono di essere un trattato geopolitico, trasudano pregiudizi ed etnocentrismo e sono, nel solco della tradizione scavato da Marco Polo, ricchi soprattutto di esagerazioni, bugie, omissioni e tanto amore per la Cina.]

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Non potete immaginare quanto sia stressante questa megalopoli

Il viaggio di andata non ha riservato sorprese: seguendo un copione ormai ben collaudato, abbiamo trascorso lunghe ore schiacciati nella zona economica di un volo intercontinentale, cercando disperatamente e perlopiù infruttuosamente di dormire qualche mezz’ora. Sedili scomodi, spazi ristretti, minuscoli schermi su cui guardare qualche vecchio film per passare il tempo, cibo orribile. A questo proposito, so che sareste anche voi molto curiosi di leggere finalmente la descrizione di un viaggio in prima classe, tanto per cambiare, perciò con molta umiltà vi ricordo per l’ennesima volta che per il prossimo viaggio sono anche disposto ad accettare una colletta da amici e parenti. Per amore della letteratura, ovviamente.

Bustina come sempre è stata molto brava, ora è molto più consapevole dell’ultima volta di ciò che la circonda, è emozionata all’idea di andare in Cina ed in particolare di tornare nella sua città natale di Xi’An, ultima meta del nostro itinerario.

Quest’anno il jet lag è stato particolarmente impietoso ed ha lasciato quasi tutti spossati. I primi giorni a Pechino ha fatto molto, molto, molto caldo, poi un paio di temporali notturni hanno finalmente reso le temperature solo calde. Il cielo era quasi sempre di un grigio afoso, ma l’ultimo giorno ci ha riservato qualche inaspettata spruzzatina di azzurro. Abbiamo alloggiato tutti e cinque in un monolocale vicino ad una stazione della metropolitana: bagno, cucinino, due letti matrimoniali ed un divano, piuttosto pulito. In generale il livello della pulizia della città sembra aumentato, in cinque giorni nessuno ci ha mai scaracchiato sul piede ed i bagni pubblici sono tutti dotati di porta. Come dico sempre, Pechino è una città quasi europea per i nostri standard.

Il soggiorno a Pechino è trascorso velocemente, noi indaffarati a riprendere un po’ di forze ed a visitare alcune mete poco turistiche, mentre Lorella e Maura si dedicavano ad alcune delle mete più rinomate. Dopo il parco Beihai con la sua gigantesca stupa bianca ed il tempio delle Cinque Pagode, Bustina ci ha persino trascinati tutti a visitare il famigerato zoo di Pechino, perché voleva vedere “i panda vivi”. Effettivamente i panda c’erano ed erano abbastanza vivi: tre esemplari depressi e svogliati che dormicchiavano sottovetro e rosicchiavano foglie di bambù dietro i vetri luridi che li separavano dai visitatori. A parte loro, tra gabbie arrugginite e spazi inospitali, lo zoo era in una condizione tale da suscitare più compassione che ammirazione. Bustina non ha colto le nostre perplessità e si è comunque divertita, noi abbiamo potuto ammirare delle splendide tigri ed un paio di animali misteriosi che non avevamo mai neppure sentito nominare.

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Il panda vivo, suo malgrado

Finalmente abbiamo visitato anche la Città Proibita, il “Vecchio Palazzo” come lo chiamano da queste parti. Per l’occasione è venuta a trovarci Cindy, un’amica conosciuta cinque anni fa nel corso del nostro primo viaggio, la quale si è offerta gentilmente di farci da guida. La sua presenza è stata decisamente opportuna: per limitare il numero di visitatori giornalieri a 80.000 persone, i biglietti per la Città Proibita si possono acquistare quasi esclusivamente online e solo da parte di cittadini cinesi o tramite agenzia. Grazie a Cindy siamo riusciti ad accaparrarci alcuni degli ultimi ingressi disponibili. La nostra amica è stata molto cortese anche se un po’ pressante: ci teneva molto a farci vedere il più possibile nel minor tempo, pertanto la visita è stata in verità un po’ frettolosa. Serberò comunque per sempre nel mio cuore l’imperiale maestosità del “Let’s go now” ed il sontuoso splendore del “Carry on, there are a lot of thing to see!” Mi è sembrato anche di vedere qualche grazioso scorcio architettonico, sbirciando oltre le ottantamila teste di turisti come noi.

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Probabilmente era più tranquilla quando era veramente proibita

Anche al momento del commiato da Cindy, dopo mezza giornata di corse e spintoni assortiti per poter dare un’occhiata nelle sale imperiali, si sono palesate alcune differenze culturali tra noi ed il popolo cinese: lei ci ha dovuto lasciare al ristorante per prendere il treno e tornare a casa, assicurandoci però che la fermata della metro era “not far”. Una volta terminato fiduciosi il pasto, abbiamo scoperto di essere invece ad un milione di chilometri dalla stazione più vicina e questo ci ha suscitato qualche perplessità, prima di realizzare che ovviamente i cinesi non misurano le distanze come noi. Ad esempio, mi risulta che il nome originale della Grande Muraglia fosse “Il muretto lungo da qui a not far“. Ad ogni modo, Cindy è stata deliziosamente gentile e si è fatta oltre quattro ore di treno per venirci a trovare e passare una giornata con noi, io francamente non so se lo farei neppure per andare a riscuotere da un debitore, perciò le siamo eternamente grati per la simpatia e l’aiuto che ci ha dedicato.

Pechino rimane ai miei occhi una città meravigliosa, con i suoi hutong malridotti ed i grattacieli, i suoi antichi templi e gli ampi parchi, l’onnipresente polizia e la capillare metropolitana, senza scordare gli onnipresenti e capillari controlli della polizia prima di accedere alla stessa metropolitana, agli antichi templi ed agli ampi parchi. O a qualunque altro posto. Lorella e Maura sono rimaste un po’ perplesse e a volte infastidite da questa abitudine delle forze dell’ordine cinesi di controllare noi ed i nostri bagagli all’ingresso ed all’uscita di ogni luogo pubblico, io ho cercato di coglierne gli aspetti positivi. Per esempio, immaginando che mi stessero facendo un delicato massaggio rilassante su tutto il corpo non era neanche male.

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Questo è il modello originale del Toblerone

I pechinesi sono uno strano misto di sofisticati cittadini metropolitani e campagnoli inurbati, passano le ore con gli occhi fissi sul telefono a guardare serie tv in costume, si scaccolano serenamente in metropolitana anche per una buona mezz’ora e fumano ovunque, con particolare gusto dove è vietato. A me fanno impazzire i piccoli dettagli innocui: ad esempio, perché premono il pulsante per chiudere le porte dell’ascensore dopo aver selezionato il piano? Pensano che in questo modo l’ascensore parta più velocemente? O che possa partire con le porte aperte? La maledetta barriera linguistica che ci separa ci ha impedito di risolvere il mistero. A tavola fanno un sacco di confusione, ordinano molta più roba da mangiare di quello che intendono consumare e lasciano il tavolo pieno di avanzi, gettando invece per terra cartacce, pacchetti vuoti di sigarette e mozziconi. La scena più triste l’ha vista per fortuna solo Bruna: un signore che recuperava mezza anguria rosicchiata dal bidone della spazzatura e se la mangiava avidamente, dopo averla spaccata sul bordo del bidone come fosse stato un ovetto fresco. A parte questo signore, però, in generale a Pechino come in tutta la Cina si mangia piuttosto bene: non conoscendo il cinese, basta scegliere un ristorante dotato di menu con le foto, indicarle al cameriere e poi scoprire che miracoli è in grado di fare il fotoritocco nell’arte culinaria cinese. Oppure spiegare pazientemente che cosa si desidera mangiare, aiutandosi con i dizionari, le app di traduzione, la famigerata gestualità europea ed aspettare che il cameriere prenda nota e confermi di aver capito tutto. Sorpresa: non aveva capito niente. Altra sorpresa: quello che ti arriva nel piatto. Ad ogni modo, tutto molto buono.

A Pechino si può cenare al ristorante fino a molto tardi, i supermercati sono aperti almeno fino a mezzanotte mentre musei, templi e persino i parchi pubblici chiudono tra le tre e le quattro e mezza del pomeriggio, costringendoci a furiosi tour de force ed occasionalmente a sostituire il pasto con biscotti e l’equivalente cinese dei cracker. Le banche chiudono in genere alle cinque, per cambiare valuta serve il passaporto e si perde un quarto d’ora ma almeno mentre si aspetta si può ricaricare il cellulare nelle apposite postazioni. Persino Bustina non diceva più che la Cina assomiglia a Schio, era molto interessata a tutto quello che vedeva, chiedeva informazioni e cercava di attaccare bottone con tutti i bambini, tanto che si è finalmente sforzata di imparare qualche parolina di cinese. In compenso, lei continuava a suscitare la curiosità indiscreta di molti passanti: se è vero che la discrezione è una virtù decisamente trascurata al di là della Grande Muraglia e tutti ci fissavano piuttosto insistentemente, alla stazione del bus di Pechino una signora particolarmente fastidiosa aveva persino iniziato a richiamare tutti i viaggiatori in partenza accompagnandoli ad ammirare la nostra meravigliosa bambina, rischiando di prendere da Bruna oltre alle male parole anche uno sganassone.

Da quella stessa stazione, dopo aver vagabondato anche per il tempio di Confucio ed il grazioso tempio dell’Origine del Dharma, siamo infine partiti per la tappa successiva del nostro quarto viaggio in Cina. Ma questo, ovviamente, è argomento della prossima puntata.

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