La Voce della Cina, n. 4

Non sono stato del tutto onesto quando ho detto che non vi avrei tediato con foto ed aneddoti di Suzhou, perché devo ammettere che mentre Bruna se ne stava per forza di cose rinchiusa in ostello io e Bustina almeno qualche giretto ce lo siamo fatti.

La maggior parte delle volte, come già accennato, mi limitavo a rapide escursioni nel vicolo di fronte, la mia personale Diagon Alley. Si trattava in genere di solitarie sortite gastronomiche, ma con il migliorare della salute di Bruna ho iniziato ad includere delle piccole deviazioni a scopo culturale ed a farmi accompagnare dalla nostra piccola Guardia Rossa. Un giorno, ad esempio, io e Bustina siamo andati a visitare un piccolo tempio buddhista all’inizio della strada, che a differenza della maggior parte di quelli che abbiamo visto in queste lande non era solo una trappola per turisti ma un vero luogo di preghiera con poche pretese artistiche e molto frequentato dalla gente dei dintorni. Le dimensioni del tempio sono modeste anche perché uno dei cortili deve essere stato adibito ad officina o altre applicazioni patriottiche qualche decennio fa ed ora risulta piuttosto malandato, ma nel complesso si tratta di un luogo carino e pacifico. Poco più avanti lungo la stessa via siamo andati a visitare i ruderi di un altro tempio sovrastatati da due alte pagode gemelle, dove Bustina si è divertita a praticare Tai Chi con un signore del luogo. Queste erano in realtà le uniche due attrazioni di Diagon Alley, ma per me sono state altrettanto interessanti le frequenti visite dal fruttivendolo, dalla signora che cuoceva le focaccine di sesamo alla piastra ed al piccolo negozio di casalinghi, oltre a tutte le meraviglie che potevo solo sbriciare frettolosamente dalle vetrine: mobili di antiquariato, carta e pennelli per la calligrafia, vasche di vetro piene di grossi granchi di fiume che aspettavano frementi il proprio destino… Inoltre, l’ultima sera Bruna mi ha convinto ad andare a farmi fare un massaggio ai piedi in una bottega che le avevo descritto ed è stata un’altra esperienza surreale: un tizio dall’aria equivoca mi ha fatto prima di tutto immergere i piedi in una tinozza di tè bollente, poi ha preso una lama molto affilata e mi ha eseguito una pedicure con minuzia da cesellatore ed infine mi ha fatto un lungo massaggio rilassante, tutto questo senza che neanche per un momento mi venisse in mente Pulp Fiction. Sulle poltroncine a fianco a me attendevano pazientemente manager appena usciti dal lavoro e signore dall’aria contadina.

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Le pagode gemelle di Diagon Alley

Mi sono un po’ affezionato a questa strada relativamente tranquilla, che terminava all’intersezione di uno dei mille canali di questa città antica.

Una mattina, incoraggiati da Bruna, io e la mia piccola compagna di esplorazioni siamo andati a visitare almeno uno dei molti giardini che rendono Suzhou rinomata nel mondo. La scelta è caduta su il Giardino dell’Umile Amministratore, il quale avrà pure amministrato umilmente ma certo non ha lesinato nella cura del giardino, che è tutto un meraviglioso susseguirsi di canali, ponticelli, pagode, bonsai… Da ogni angolo si ha una prospettiva diversa e più suggestiva delle precedenti, ogni sguardo si posa su un incantevole paesaggio da acquerello. Non oso pensare come possa essere in primavera, con le piante verdi ed il loto fiorito. Forse amministrava umilmente perché non gli erano rimasti più fondi, dopo il conto del giardiniere.

Con un libro ed un po’ meno turisti, sarebbe il luogo ideale dove trascorrere una giornata di completo rilassamento. O anche una settimana, se è per quello. Invece io al posto del libro avevo con me Bustina la quale, ben lungi dall’essere affascinata dalla studiata armonia del posto, voleva solo giocare a “io sono il gattino e tu sei papà gatto” ed essere presa in braccio ed essere messa a terra e andare in bagno e mangiare un gelato e tornare a casa e camminare sui muretti e andare a salutare tutti quelli che stavano mangiando qualcosa sperando di scroccare una caramella e nonostante tutto questo io sono riuscito a rilassarmi lo stesso, pensate che posto magico!

Al ritorno oltretutto io e Busta abbiamo di nuovo preso il risciò, che si era fatto tardi, non c’erano taxi e ormai siamo del tutto avvezzi a sfruttare la forza motore umana a nostro vantaggio.

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Non il clima più allegro per visitare un giardino, probabilmente

Ho chiesto nuovamente a Bustina, al termine della gita, se avesse finalmente colto qualche differenza tra la Cina e Schio. Ancora una volta, risposta negativa. Anzi, di quando in quando ci chiedeva conferma di essere davvero in Cina… e questo nonostante tutti le rivolgano in continuazione la parola in cinese (presumibilmente chiedendole se l’abbiamo rapita).

Nel frattempo, Bruna spiava dalla finestra le avventure quotidiane degli abitanti del cortile retrostante l’ostello: la visita del portalettere, un ragazzo che ciondolava senza meta apparente, una signora che si sporgeva per cogliere un fiore dal ramo. Tipo Hitchcock, in salsa di soia.

Questo, più o meno, tutto quello che abbiamo scoperto di Suzhou: la gente deve avere una predilezione per gli spaghetti in brodo visto che li propongono l’ottanta percento dei ristoranti, le banche sono aperte anche a capodanno ed è impossibile attraversare la strada, anche perché pure qui tutti girano su silenziose e letali motorette elettriche. Per difendere il guidatore dal freddo, le motorette sono equipaggiate con un capotto anteriore fissato al parabrezza; di notte le parcheggiano in genere sul marciapiede, a ricaricare la batteria con prolunghe attaccate chissà dove. Stando alla mia guida turistica restavano un altro milione di cose da vedere a Suzhou, ma sarà per la prossima volta.

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Motorino col cappotto, comodo ed elegante

 

Una mattina, finalmente, Bruna ha potuto lasciare le sue prigioni ed ha fatto una rapida passeggiata per Diagon Alley, prima che lasciassimo questa meravigliosa città ancora in gran parte inesplorata. Dopo un’ultima mangiata di ravioli abbiamo raccolto i bagagli e sotto una fastidiosa pioggerellina  ci siamo trasferiti a Shanghai per l’ultima tappa del nostro viaggio.

[continua…]

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La Voce della Cina, n.3

Dopo le emozioni di Shanghai e Xitang, eccoci giunti ad un capitolo un po’ mesto e poco avventuroso del nostro viaggio.

Risciò a parte, il viaggio tra Xitang e Suzhou è stato monotono e non troppo lungo. Un tragitto in autobus attraverso una campagna pesantemente urbanizzata, in cui l’unica nota di colore era data dalle onnipresenti bandiere cinesi sui tetti delle case. Al nostro arrivo, però, l’amara sorpresa: il nostro ostello era in parziale ristrutturazione, con trapani in azione, mobili in assemblaggio ovunque ed imballaggi sparsi sul pavimento.  Poco male, non fosse stato che nella nostra camera non funzionava neppure il riscaldamento. Questa faccenda delle camere gelide è un karma che Bruna deve pagare per aver ripetutamente sostenuto di preferire un viaggio in inverno perché il freddo è più facile da sopportare del caldo estivo. Ad ogni modo, le tre ragazze che gestiscono l’ostello erano già consapevoli che il riscaldamento era guasto, ma non se ne preoccupavano perché avevano molte cose da fare e comunque sarebbe stato riparato il giorno seguente… una notte al freddo non fa male a nessuno ma fortifica anima e corpo, si dice in Cina. O lo dicono loro, in Cina. Bruna però era di diverso avviso, e le ha gentilmente sollecitate a far arrivare subito il tecnico il quale si è magicamente materializzato nel giro di mezz’ora, salvo poi passare quattro ore a trafficare con i colleghi attorno alla nostra camera con la rapidità e la solerzia di un impiegato della Cassa del Mezzogiorno negli anni Ottanta. Nel frattempo, noi siamo stati dimenticati nella sala comune, al gelo, per almeno un paio d’ore prima che dietro nostra insistenza ci permettessero di sostare in una sala dormitorio riscaldata.

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Il regno di Bruna a Suzhou

Come risultato della stanchezza del viaggio e di questa temporanea ibernazione, Bruna si è beccata una brutta influenza. L’ultimo giorno dell’anno 2016 lo si è quindi trascorso a letto a dormire, dopo aver consumato in camera un frugale cenone a base di ravioli in brodo. Allo stesso modo, mentre la febbre saliva e scendeva e saliva e scendeva, abbiamo passato i giorni seguenti con una routine davvero poco entusiasmante: Bruna prigioniera in una camera di una dozzina di metri quadri ed io in missione nei dintorni in cerca di cibo, medicinali e fazzoletti di carta. Bustina a volte mi accompagnava, a volte rimaneva a fare compagnia alla mamma inferma. Della splendida Suzhou non ho visto pertanto che un paio di vicoli attorno all’albergo, peraltro molto suggestivi, pieni di botteghette che non chiudono mai, templi, pagode, sale massaggi, ristoranti ed altre meraviglie che meriterebbero di essere apprezzate meglio. È evidente che il destino vuole impedirci di visitare questa città, visto che già durante il primo viaggio abbiamo dovuto eliminarla dal nostro programma a causa di criticità contingenti. Ovviamente non possiamo fare altro che maledire la sfortuna ed adattarci alle circostanze, mentre parenti e amici possono se non altro tirare un sospiro di sollievo per le centinaia di foto che NON saranno costretti a guardare ed centinaia di buffi aneddoti che NON dovranno sentire.

[continua con centinaia di foto e buffi aneddoti…]

La Voce della Cina, n.2

Proseguiamo con la cronaca delle nostre vicende in terra cinese.

Xitang, come dicevamo, è un grazioso e caratteristico villaggio nella regione del delta dello Yangtze, meta privilegiata delle gite fuori porta della meglio gioventù Shanghaiese. La parte più vecchia e caratteristica della città, dov’era situato il nostro alloggio, si snoda attorno ad alcuni suggestivi canali fiancheggiati da vicoli, stradine e porticati: tutte qualità che hanno valso al villaggio il nomignolo di “Venezia dell’Est” esattamente come altre 142 città cinesi.

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Altra particolarità di Xitang e di molte altre località turistiche cinesi sono i cancelli che consentono l’accesso alla città vecchia solo ai turisti muniti di regolare biglietto di ingresso, con tanto di rilevatore di impronte digitali ed almeno due servizievoli casellanti per ogni ingresso. I gestori del nostro albergo ci avevano però assicurato un accesso scontato ed attratti dalla possibilità di risparmiare preziosi centesimi di yuan avevamo quindi concordato con loro un appuntamento presso la stazione dei bus al nostro arrivo. Sfortunatamente, a Shanghai abbiamo perso per un soffio l’autobus previsto ed abbiamo dovuto aspettare il successivo, arrivando a Xitang con un paio d’ore di ritardo. Come prevedibile, alla stazione non ci aspettava più nessuno, ma senza preoccupazione alcuna ci siamo incamminati a piedi, con Bustina a cavalcioni della valigia più grande; arrivati al casello, tuttavia, per evitare di pagare il biglietto a prezzo intero ci siamo impelagati in una difficile conversazione per spiegare il malinteso alle cordialissime guardie, le quali si sono premurate di contattare l’albergo per noi. Subito i nostri ospiti si sono precipitati ad accoglierci, spiegando con una certa apprensione che non vedendoci arrivare si erano preoccupati moltissimo. Dopo averci aspettato parecchio tempo in stazione ed aver tentato di contattarci in ogni modo avevano già messo in allerta i servizi di trasporto pubblico di Shanghai e della provincia, mentre noi lontani dalla copertura wifi dell’albergo semplicemente non potevamo ricevere mail. Per fortuna non erano passate neppure tre ore, quindi ci siamo risparmiati le perlustrazioni a tappeto dell’esercito, lo speciale di Chi l’ha visto e l’allarme della Farnesina.

La nostra camera, abbarbicata in cima ad una ripida scala, era piuttosto caruccia, un po’ leziosa ma soprattutto molto fredda. Per qualche motivo a Xitang si usa tenere sempre aperte le finestre delle camere anche in pieno inverno, ed i nostri ospiti non sono stati da meno. Pur affascinati da questa usanza noi abbiamo subito acceso il riscaldamento al massimo, ma forse a causa delle pareti spesse come il cartone sembrava comunque di stare in una cella frigorifero. Dopo aver smaltito un altro po’ di jet lag a letto, ce ne siamo allora andati a spasso per questo paesino di case affacciate sui canali, lanterne rosse appese ovunque a riflettersi sull’acqua, ponticelli di pietra e tanti, tantissimi negozietti per i turisti che vendono tutti la solita accozzaglia di souvenir made in China. A questo proposito, vi informo che l’accessorio più trendy di questo inverno a Xitang è una tiara di graziosi fiori di plastica da infilarsi tra i capelli, una via di mezzo tra la Primavera di Botticelli e la Cicciolina dei tempi d’oro.

Anche il giorno seguente, mentre la nostra camera lentamente iniziava a sghiacciarsi, lo abbiamo trascorso a vagabondare tra vicoli strettissimi ed incantevoli portici coperti lungo il fiume, visitando piccoli templi, giardini e palazzi storici aperti al pubblico. Niente di grande, maestoso ed imperiale come a Pechino o in altre città, ma tutto molto curioso e soprattutto rilassante.

Solo dal punto di vista gastronomico Xitang si è rivelata un pochino deludente: non mancavano bancarelle e bettoline dedite alla ristorazione degli affamati, ma in genere la qualità non era eccezionale e tutto aveva di fondo sapore di cumino. Peraltro la specialità locale apparentemente sono le zampe: zampa di gallina, zampa di maiale, zampa di animale non meglio identificato. Noi purtroppo ci siamo fatti un punto di non mangiare troppe zampe, in generale. Si possono trovare inoltre varie specie di pesce, alcune delle quali decisamente interdette alla pesca nella vecchia Europa, i soliti spiedini di scorpioni e bacherozzi ed una cosa che sembra patata, ha l’aspetto della patata ma a detta del ristoratore non è assolutamente una patata, perciò non vogliamo assolutamente sapere cosa sia.

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Abbiamo provato di nuovo a chiedere a Bustina se preferisse Xitang o Schio, ma lei continua a sostenere che non vede nessuna differenza particolare.

Questa mattina, quando finalmente la nostra camera stava giungendo ad una temperatura umanamente accettabile, abbiamo fatto i bagagli e ce ne siamo andati. Prima di correre a riaprire le finestre, i nostri squisiti ospiti ci hanno stavolta pagato un passaggio in risciò fino alla stazione per evitare che rischiassimo di smarrirci ancora. Abbiamo così potuto provare per la prima volta questo famigerato mezzo di trasporto a pedali, simbolo decadente dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e devo dire che ci è sembrato piuttosto comodo. Ci ha inoltre permesso di non perdere il nostro autobus per Suzhou, ridente metropoli cinese nonché “Venezia dell’Est n. 143” di cui vi parleremo nei prossimi resoconti delle nostre avventure.

[continua…]