Il miliardo /8

Il miliardo /8

Com’è ben noto, l’esimio dott. Marco Polo il viaggio di ritorno l’ha preso un po’ largo, vagabondando allegramente per il Sud-Est asiatico e le isolette e l’India prima di decidersi a prendere il traghetto di ritorno per Venezia. Io e Bruna, vittime incolpevoli delle esigenze produttive del sistema capitalistico, ci siamo invece limitati a prendere un airfranz da Pechino a Parigi e da lì, dopo poche ore di comoda attesa, un altro aereo fino a Linate. I più attenti tra voi avranno notato che fino a questo punto il mio prolisso racconto non ha segnalato disavventure, nessun treno perso, nessuna rapina, nessun arresto per attività controrivoluzionarie. Poi siamo tornati in Italia, appunto.

Per prima cosa, l’aereo viaggia con un’oretta di ritardo. Pazienza, ormai siamo alla fine della storia, basta arrivare a Milano e sciropparsi tre ore d’auto per arrivare al Triste Borgo Natio e dormire. Poi però dobbiamo aspettare un’altra ora che il nastro sputi i nostri bagagli ammaccati ma pazienza, orami siamo a Milano e basta recuperare l’auto dal parcheggio e sciropparci queste tre ore di viaggio verso casa, l’ultimo sforzo. Poi però il nostro odore di the e di avventura stimola l’olfatto dei cani antidroga all’aeroporto, e le guardie ci chiedono gentilmente se abbiamo droga o soldi o se abbiamo frequentato gente che fa uso di droga o di soldi e meglio se ce lo dite subito, non c’è niente di male, risolviamo tutto più velocemente. Ci smontano il bagaglio, frugando fin dentro il flaconcino di autan, e sempre molto cortesemente dopo un’altra ora di perquisa ci lasciano andare mentre i cani ci guardano con l’aria di chi ha perso un amico. Ma fa niente, ci dobbiamo solo districare nel labirintico parcheggio di Linate, trovare la macchina e bla bla bla tre ore-casa-letto. Sono le sei del pomeriggio, siamo in piedi già da diciotto ore e cominciamo ad averne le balle piene. Troviamo l’auto. Le porte non si aprono. Panico.

Può essere la batteria del telecomando, diciamo. Torniamo in aeroporto e corrompiamo le guardie perché ci lascino entrare in zona duty free e comprare una batteria di riserva. Non è la batteria del telecomando. Le porte continuano a non aprirsi. E’ la batteria della macchina.

Batteria peraltro comprata nuova due settimane prima.

Non esistono ovviamente prove che lo dimostrino, ma l’ipotesi più convincente è che alla partenza, uscendo dall’auto, io abbia erroneamente premuto un pulsantino sul telecomando che non sapevo esistesse né a cosa servisse, e vien fuori che quel pulsantino accende le luci di parcheggio, e che non sia una buona cosa. Ora, come tutti sanno, le auto generalmente hanno una chiave meccanica di riserva per aprire le porte quando il telecomando non funziona. La nostra chiave meccanica di riserva era dentro l’auto. Avevamo per fortuna una copia di scorta.

A casa.

Accelero sul seguito: improperi, crisi isteriche, voglia di ricominciare a fumare, ricerca di uno scassinatore d’auto, ricerca di un meccanico che non avesse nulla da fare il sabato sera, ricerca di un mezzo sostitutivo per tornare a casa. Abbiamo lasciato l’aeroporto verso le dieci di sera, su una stramaledettissima Smart a noleggio con il ridicolo portabagagli pieno, esausti, fermandoci ad ogni autogrill per darci il cambio alla guida.

E la mattina dopo, recuperata la dannata chiave di scorta ed un carica batterie per auto, siamo tornati all’aeroporto a riprenderci la macchina pagando pure un sovrapprezzo per avere sforato il tempo di parcheggio. Alla fine ce l’ha avuta più semplice Marco Polo.

In conclusione, si chiederanno i miei piccoli lettori, cosa m’è rimasto di questo viaggio in Cina?
Cambiamenti epocali nella mia coscienza? La capacità di affondare sulle anche? Malattie veneree?

No, no e no. Ma dolci ricordi ed alcune considerazioni superficiali.
La Cina possiede la capacità di ridimensionare i concetti di spazio e tempo. Lo spazio, perché ogni distanza è almeno il doppio di quello che avevo immaginato. Il tempo, perché puoi fare seicento chilometri in due ore e poi aspettare un’ora in fila in biglietteria. Ridimensiona gli standard di pulizia, ti costringe a chiederti quanta sporcizia puoi sopportare, quanto siamo diventati troppo abituati al pulito e schizzinosi. Dai panni di camoscio vergine per pulire il vetro dell’iphone (eccessivo) ai piatti del pranzo sciacquati in un secchione di plastica unto (insostenibile) ci sono un sacco di sfumature di igiene più o meno sopportabili. Ti fa riflettere sui colori: la kitcheria è imperante, ovunque è un tripudio di luci al neon e vernici sgargianti, il grigio delle chiese stona contro l’allegra simbologia dei templi. La Cina rimette in discussione quello che sai fare: viaggiare in taxi, aggiustare al volo un paio di occhiali rotti, lavare i panni a mano in albergo. Ci vuole un secolo per sciacquare la roba nel lavandino di un albergo, tocca ripescare conoscenze ancestrali di economia domestica dall’inconscio collettivo o almeno dai ricordi della nonna. Allo stesso modo conoscendo appena la pronuncia dei numeri e venti parole di mandarino siamo riusciti a far tutto, senza guida, senza interprete, senza alpitour, anche e soprattutto quello che ci avevano sconsigliato di fare. Le cose che sembravano complicate sono risultate semplici. Il mondo è semplice da attraversare.

Chiudo con qualche parola di ringraziamento: a Marco Polo, che ha aperto la strada, e al sito Soffia il vento dell’est che mi ha fatto da guida nel libro del Rag. Polo. Al sito Sapore di Cina con i suoi preziosi consigli pratici di viaggio e al sito China Files che è una delle più importanti finestre sul mondo cinese. Grazie ai compagni occasionali di viaggio ed allenamento, che hanno reso più semplice superare i pochi momenti di sconforto ed alle nostre esperte di cineserie nel Triste Borgo Natio, che sono state prodighe di indicazioni pratiche per prepararci al meglio alla spedizione.

[E’ finito, dai.]

[Era anche ora.]

[Che fate ancora qui? Sgomberare, sgomberare…]

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Il miliardo /7

Il miliardo /7

Pechino, proveniendo dalle campagne dello Henan o da Ping Yao, ma anche da Zhengzhou o Taiyuan o in fondo anche da Hangzhou, è praticamente una città europea. Cioé, hanno le macchine che puliscono le strade, non gli spazzini con la ramazza fatta con le fronde degli alberi. Hanno una metropolitana grandissima ed efficientissima, grandi viali pedonali, librerie internazionali. La gente è così educata che quasi quasi puoi fare anche centro metri senza che qualcuno cerchi di scatarrarti sulle scarpe, salgono sulla metro con lo sguardo ottuso dei tori portati al macello, travolgendo placidamente qualsiasi cosa (o persona) si trovi sul loro cammino, poi si siedono a giocare con lo smartphone per tutto il viaggio e non si rialzano mai più. Io credo ci sia gente che quest’estate si è passata le ferie in metropolitana a giocare col telefono, avevano l’abbronzatura solo sul contorno occhi.
Io e Bruna abbiamo trascorso un paio di giorni a Cambaluc più che altro per riposarci delle avventure a Chenjiagou, per cui i nostri interessi turistici erano rivolti soprattutto al mangiare ed al dormire. Vicino al nostro albergo, una cosetta molto occidentale senza infamia né gloria, abbiamo trovato un ristorante musulmano dove si mangiava molto bene e diverse bettole più che accettabili. Un giorno siamo saliti sulla collina del carbone, da cui si godeva di una magnifica vista sulla Città Proibita e le orde di formichine che la visitavano, un altro giorno ci siamo sfiniti in lungo ed in largo per il Tempio del Cielo, capolavoro dell’architettura Ming. L’aria è come ce l’aspettavamo, densa e giallognola e lascia un gusto acidulo in bocca, sapore di inquinamento e di suggestione. Pechino non ci impressiona, perché non ci sorprende. Al terzo giorno, o giù di lì, lasciamo l’albergo in una nuova alba di foschia estiva e ci facciamo portare in aeroporto.

Affidate al nastro bagagli le valigie piene all’inverosimile di libri, soprammobili kitch, souvenir per i nipoti e persino un tamarrissimo cappello da Raiden, spendiamo gli ultimi yuan per una scatoletta di mentine al duty free e ci imbarchiamo. Come all’andata, classe super economica e pasti vegetariani, che arrivano prima e diminuiscono drasticamente il rischio di avvelenamento. Sotto di noi, scorre il nastro della grande muraglia, la steppa mongola, l’Asia.

[continua]

[ebbene sì, non ho ancora finito]

Il miliardo /6

Il miliardo /6

Lasciamo Chenjiagou di mattina, dopo una solida colazione a base di pane al vapore, verdure e minestrina, come tutti gli altri giorni. Restituiamo le scodelle e le bacchette che c’erano state assegnate d’ordinanza ed attendiamo il taxi. Nel mentre, ci scattiamo foto con tutti e prendiamo l’indirizzo qq di chiunque sappia l’inglese, per poter mantenere i contatti in futuro. Il taxi arriva. La strada è un pantano per l’acquazzone della sera prima, un camion è rimasto bloccato proprio all’inizio del dosso e le motorette elettriche non sanno proprio come passare, ma noi in qualche modo riusciamo a raggiungere il tratto asfaltato e veniamo accompagnati fin dentro la stazione degli autobus, dove praticamente ci imbarcano su un mezzo per tornare a Zhengzhou. Tanta premura (adeguatamente remunerata) ci fa sorridere, fino a quel momento ce la siamo sempre cavata contando sulle nostre quattro parole di mandarino stiracchiate.
L’autobus, stavolta, è moderno e dotato di tutti i comfort, tra cui gli ammortizzatori. Lo specifico perché non pensiate che “l’autobus scassato” dell’andata fosse uno stereotipo. L’unico problema del viaggio di ritorno, in effetti, è che un tizio due sedili davanti a noi aveva il raffreddore e voi sapete cosa fanno i cinesi quando sono raffreddati, vero?
Certo che lo sapete. Non occorre spiegarvelo.
Ma dato che insistete, ve lo dico lo stesso. I cinesi non si soffiano il naso, pensano che sia maleducazione o roba del genere. I cinesi sputano. Mi sa che l’ho già scritto. I cinesi sputano assai, meno ora che un tempo, ma più in campagna che in città e ovviamente più quando sono raffreddati di quando hanno il naso libero. Il nostro compagno di viaggio, giacché probabilmente è una persona educata, si fa quindi portare il cestino dei rifiuti, lo posiziona accanto al proprio sedile e ci scaracchia dentro per tutto il viaggio, ovviamente dopo aver aspirato dalle proprie viscere quanto più muco possibile e con il maggior rumore possibile. Due ore dura il viaggio da Wenxian a Zhengzhou, forse anche qualcosa di più. Due ore di allegri scaracchi.
A Zhengzhou stavolta ci fermiamo solo il tempo di cambiare l’autobus con un altro taxi, direzione stazione orientale. Da qui partono i treni ad alta velocità che corrono sulle direttrici nord-sud ed est-ovest, gran vanto dei trasporti della repubblica popolare. Entriamo in una stazione che sembra un aeroporto, facciamo una breve coda al banco della biglietteria, chiediamo del primo treno per Pechino. Quindici minuti, ci dicono. Porgiamo i soldi, trentacinque euro a testa, ed il passaporto, perché le nuove misure anti bagarinaggio prevedono che ogni biglietto abbia stampato il numero del documento di identità. Attendiamo al gate, dove i cancelli si aprono solo pochi minuti prima dell’arrivo del treno. Scendiamo ai binari, aspettiamo dove il numerino dipinto sul marciapiede indica che si fermerà esattamente la nostra carrozza, saliamo.
Zhengzhou-Pechino, poco più di settecento chilometri, velocità di crociera di 295 km orari. Da Zhengzhou parte uno di questi treni ogni mezz’ora, all’incirca, e dato il costo è uno dei pochi treni che puoi arrischiarti a prendere senza bisogno di prenotare il biglietto in anticipo, almeno nel periodo estivo. Dicono che l’intera rete dei treni ad alta velocità in Cina l’abbiano costruita nel giro di cinque o sei anni, infatti nelle nostre guide turistiche di dieci anni fa non vi si faceva alcun cenno. Immagino e penso, mentre scivolo rapidissimo sulle campagne, a terreni requisiti, tangenti intascate e devastazioni ambientali. Penso alle TAV di casa nostra, ai vantaggi e a gli svantaggi, alla differenza di condizioni. Tre ore dopo siamo a Pechino, ultima tappa.

[continua]

Stazione dei treni veloci di Zhengzhou

Il miliardo /5

Il miliardo /5

Andarsene da Ping Yao non è stato molto più semplice che arrivarci. Un treno affollatissimo, in piedi e stretti come sardine fino a Tai Yuan. Un aereo ad elica, che sicuramente Marco Polo non ha preso nel corso dei suoi viaggi altrimenti non avrebbe mancato di descriverne l’aspetto malconcio, il rumore assordante e le inquietanti vibrazioni che ci hanno accompagnato fino a Zhengzhou, Henan, altra metropoli cinese da mille milioni di abitanti, snodo centrale dei trasporti e calamita irresistibile per le moltitudini di poveracci che esulano dalle campagne col sogno di un appartamento in un grattacielo di cinquanta piani, purché abbia l’acqua in casa e la corrente elettrica. Banche, motorini elettrici, enormi cartelloni pubblicitari elettronici, interminabili ingorghi di auto, cataste di angurie sul marciapiede, cataste di esseri umani sugli scooter. 38 gradi all’esterno, forse 20 all’interno del taxi e dell’albergo stile ikea che ci ha ospitato. Quest’ultimo era quanto di più lontano dagli ostelli tipici dove avevamo dormito fino a quel momento: televisione, un bagno pulito, ciabatte di carta e neanche una blatta piccola così.

A Zhengzhou abbiamo trascorso una notte sola, al mattino altro giro di taxi e poi qualche ora di viaggio su un autobus scassato, fino a lasciarci alle spalle la città ed attraversare il Fiume Giallo, quel giorno particolarmente limaccioso e pigro. Oltre il fiume, oltre un’altra anonima cittadina, il motivo ultimo del nostro viaggio: un villaggio di contadini, pastori e maestri di Taijiquan.

Chenjiagou, Henan, è la mecca dei praticanti di Taiji. Al netto delle leggende sui monaci e gli immortali, di gru e serpenti assortiti, Chenjiagou è il posto a cui fanno riferimento le più antiche tracce storiche relative al Taiji, da cui sono partiti i venti stili e le diecimila scuole che si sono diffuse ad Oriente ed in Occidente. In qualche modo, un po’ per caso e un po’ per amore delle tradizioni, in questo villaggio si è continuato ad insegnare e a praticare il Taiji per qualche secolo, nei cortili delle vecchie case, ai bordi dei campi coltivati a granturco e delle strade sterrate. Oggi vi si trovano alcune delle più prestigiose scuole della Cina, dove insegnano maestri noti in tutto il mondo (quando non sono impegnati in lucrose tournée). Chiunque pratichi quest’area marziale con una briciola di consapevolezza, sogna prima o poi di recarsi a Chenjiagou e confrontarsi con il fascino di questo posto, imparando dai migliori. Io pure, da bravo cialtrone, aspettavo da anni il momento in cui avrei potuto allenarmi a Chenjiagou, attingendo all’inconscio collettivo che di certo permeava il villaggio.

La vita di noi allievi estivi era piuttosto intensa. Una camera spoglia, sporca e polverosa. Spartana, senza offesa per gli spartani. Sveglia alla mattina presto, colazione a base di verdure e pane al vapore, allenamento in palestra fino alle undici e mezzo, pranzo a base di verdure e riso, tre ore di riposo, allenamento fino a sera, cena a base di verdure e riso. A sera niente, si dormiva, sia perché eravamo stanchi morti sia perché a Chenjiagou non c’è niente da fare e niente da vedere, e se ci fosse qualcosa da vedere non lo si potrebbe vedere lo stesso perché non ci sono lampioni lungo le strade. Ogni tanto, assieme alle verdure ci offrivano del tofu, l’unico tofu cattivo che io abbia mangiato in vita mia, o delle teste di gallina che curiosamente non ho mai assaggiato. Ma non ero lì per mangiare, ovviamente. Men che mai teste di gallina. Ero lì per allenarmi con i migliori maestri, per esercitarmi con i più determinati praticanti di taiji del mondo, per sudare fino ad inzuppare ogni centimetro di maglietta e ovviamente per ammantarmi di fascino esotico e fare lo spocchioso una volta tornato a casa e per Lao Tze, ho fatto tutto questo ed anche di più. Dopo un paio di giorni di allenamento intensivo nel caldo infernale di quella mitica palestra di campagna non sentivo più neanche la stanchezza. Dopo quattro giorni, non sentivo più la fame e la sete. Dopo una settimana, ho ricominciato a sentire la stanchezza, la fame e la sete con tutti gli interessi e ce ne siamo andati via, con un piccolo bagaglio di cose imparate ed un grande bagaglio di emozioni e magliette sporche. Immagino di aver anche lasciato lì qualcosa di mio, se non altro un principio di gastrite nel maestro che mi aveva seguito ed il ricordo di tutte le figure di tolla che ho fatto, unico dilettante tra tanti artisti.

[continua]

Esibizione di Taiji Quan a Chenjiagou