Il miliardo /4

Il miliardo /4

A Ping Yao, dunque, io e Bruna ci siamo concessi alcuni giorni prima di proseguire verso la meta principale del nostro viaggio. Abbiamo percorso in lungo e in largo le strade polverose della città tartaruga, visitando templi di quasi tutte le divinità inventate dall’uomo, banche comprese, ed imparando a contrattare con i venditori cinesi in modo dignitoso. Contrattare in modo dignitoso significa: chiedere quanto costa, dividere per cinque, arrivare a pagare un terzo o metà, sapere di essere stati lo stesso fregati, ma mantenendo una certa dignità. Arrivare a questo risultato ci è costato qualche esperimento a volte anche imbarazzante, perché i cinesi si risentono se non contratti o meglio, si risentono se ti rifiuti di comprare al prezzo che propongono loro e però non sei neanche disponibile a contrattare per avere un prezzo più basso, però si risentono anche se offri un prezzo troppo basso. I commercianti cinesi di norma sono sempre incazzati.
Ping Yao è stato anche l’unico posto, in tutti i viaggi che ho fatto all’estero, in cui sono stato contento di incontrare degli italiani. Ad Hangzhou non se n’era visto neanche uno, e l’arrivo a Ping Yao tra viaggio e ruderi era stato un po’ traumatico, per cui ci ha fatto piacere scoprire che nella stanza accanto alla nostra dell’ostello-stile-hutong-con-letti-tradizionali-Kang alloggiava una famiglia di veneziani, simpatici giramondo con cui cercare un ristorante e scambiare quattro parole nella lingua di Dante. Perché io sono fatto così, se incontro italiani all’estero comunico solo in fiorentino trecentesco, essendo molto ligio nel rispettare le mie figure retoriche.
Altra cosa da segnalare di Ping Yao è un posto che mi pare si chiami Sakura Cafè, proprio sulla via principale. E’ il secondo posto peggiore dove abbiamo mangiato, quello in cui abbiamo pagato di più (nove euro per due panini, in una città dove di solito facevamo un pasto completo con quattro o cinque euro in due) ed in assoluto il locale con il più alto numero di camerieri intenti a giocare con il cellulare al mondo. Io voglio bene a quei ragazzi e capisco che invece di massacrarsi la schiena nelle piantagioni di riso abbiano preferito andare a scriversi messaggini nel fresco riparo del Sakura Cafè di Ping Yao ma per la barba di Mao Zedong, se non avessi chiesto più e più volte a quest’ora starei ancora aspettando quello stramaledetto panino con la cotoletta, che li colga lo scorbuto.
Ultima cosa da segnalare di Ping Yao è il letto Kang dell’ostello. Non è che lo saprei descrivere, è tipo una piattaforma rialzata che occupa mezza stanza con sopra un materasso. Provatelo. Davvero: è durissimo, pare di dormire sui mattoni, e voglio che soffriate come me. Inoltre, è solo il secondo letto più duro su cui abbiamo dormito in Cina, e questo getta un’ombra inquietante sui prossimi capitoli di questa saga.

[continua]

panorama di Pingyao

Annunci

Il miliardo /3

Il miliardo /3

Fino all’inizio del ventesimo secolo Ping Yao era un noto centro finanziario dell’impero cinese, con grosse banche, grassi banchieri, belle ville, templi e tutto quel genere di cose. Girava un sacco di pilla, protetta da feroci guardie private e dalle alte mura di epoca Ming su cui si aprivano sei cancelli, disposti per disegno o per caso come la testa, le zampe e la coda di una tartaruga. Ad un certo bel momento, però, la fortuna di Ping Yao venne a mancare. Secondo quanto riportano le guide turistiche, al termine dell’infelice guerra dei Boxer l’imperatrice Cixi se ne andò in pompa magna dai banchieri di Ping Yao a chiedere in prestito un po’ di spiccioli per pagare il risarcimento danni agli Occidentali vittoriosi: 450 milioni di tael d’argento, uno per ogni cittadino cinese dell’epoca. Non so a quanto cambiassero il tael d’argento all’epoca, o quanti fagiani ci si comprassero nei pressi del ponte sul Fiume Giallo, e neppure se il conteggio degli abitanti cinesi fosse al lordo o al netto di tutti quelli ammazzati dalle famigerate Otto Nazioni… fatto sta che era un mucchio di pilla. I banchieri pretesero a loro volta lauti interessi, e l’imperatrice li accettò senza troppe remore purché si spicciassero a sganciare.

Ma Cixi aveva le dita incrociate dietro la schiena, evidentemente, perché una volta che quel colossale mucchio di soldi ebbe lasciato le mura della città tartaruga, né loro né loro parenti ebbero mai occasione di tornare indietro, tanto meno con gli interessi. Ad oggi, almeno, non poniamo limiti alla buona fede dell’imperatrice. Di conseguenza, Ping Yao andò presto in rovina con le sua banche ed i suoi banchieri sempre più snelli, le guardie private addestrate nel kung fu ed in altri modi sanguinosi di proteggere il capitale si trovarono senza lavoro e nuovi grandi centri finanziari sorsero molto lontano, dalle parti di Shanghai ed Hong Kong.

Non ricordo se Marco Polo parli di tutto questo nel suo libro, ammetto di aver dato solo una scorsa veloce ad alcune parti. In ogni caso, quando io e Bruna al termine di un breve viaggio aereo e di un interminabile viaggio in autobus nel nulla cinese siamo arrivati a Ping Yao, abbiamo trovato una città non più in rovina, ma non ancora del tutto fuori dalla rovina. All’esterno delle grandi mura, la città nuova è il solito agglomerato di anonimi edifici che sembrano sul punto di crollare, edifici crollati da poco e nuovi edifici in costruzione. China as usual. I tassisti ti assalgono alla stazione degli autobus pretendendo di portarti da qualche parte, non capiscono nessuna lingua che non sia lo Shanxiese stretto e non accettano rifiuti. Unica zona di interesse fuori dalle mura è una piccola area verde dove la sera capannelli di persone si riuniscono a ballare il liscio (giuro), illuminati dai fanali dei motorini a causa dei frequenti blackout estivi.
All’interno delle mura, la città si presenta così come l’ha lasciata l’imperatrice Cixi: un succedersi di case, ville, banche e templi vecchi di almeno un secolo, in gran parte immutati, fossilizzati nell’epoca del massimo splendore come se gli abitanti originari se ne fossero scappati a gambe levate ed estranei si fossero progressivamente insediati al posto loro, ma senza preoccuparsi di rinnovare gli edifici né tantomeno di costruirne di nuovi, lasciando che il tempo e la polvere pian piano consumassero tutto.

Solo di recente, e si vede, qualcuno deve aver realizzato che la città tartaruga fossile potesse essere di qualche interesse ai turisti cinesi e agli stranieri. Hanno iniziato ovviamente ristrutturando le vie centrali, le mura, le torri, le banche e le ville. Sono arrivati i turisti e le bancarelle, i templi sono stati riaperti ed i tetti ricoperti di nuove tegole smaltate, gli archi ridipinti, gli artigiani di mille arti sono tornati con i loro attrezzi lungo le strade. Oggi tutta Ping Yao è in ristrutturazione, più o meno accurata o frettolosa, tutte le strade vengono spaccate per far passare tubature o cavi elettrici, nuovi edifici vengono rimessi a nuovo e aperti al pubblico, quasi ogni casa è potenzialmente un piccolo museo e sono sicuro che i posti segnati sulle guide non sono neanche i più interessanti. Nel tempo, qualcuno arriverà addirittura a scoprire l’esistenza dello straccio per la polvere, e la vita di Ping Yao cambierà per sempre.

[continua]