Il miliardo /2

Il miliardo /2

Una delle critiche che vengono puerilmente fatte da alcuni studiosi alla pregevole opera di Marco Polo è di non aver mai accennato nel suo libro all’uso delle bacchette da parte dei cinesi al posto delle più pratiche posate. Mi sembra una critica davvero meschina: perché il comm. Polo avrebbe dovuto descrivere l’uso delle bacchette? Tutti sanno che i cinesi mangiano con le bacchette! Eventualmente, se uno proprio ha la curiosità di vederle, può andare in un ristorante cinese e chiedere di vederle, non mancano certo i ristoranti cinesi in giro. Molto più grave, invece, il fatto che il sen. Polo non spieghi assolutamente cosa si può mangiare con quelle bacchette, visto che a differenza dei ristoranti cinesi della Serenissima Repubblica, quelli del Catai si ostinano generalmente ad avere solo il menu in mandarino. Io, per un bizzarro caso del destino, parlo pochissimo mandarino e solo quello senza i semini, per cui durante il mio recente viaggio in capo al mondo ho trascorso i primi tre giorni a mangiare esclusivamente ravioli.

Ah, i ravioli! Culmine della cultura Ming! Sostanziosi, economici e misteriosi, perché non sai mai veramente cosa c’è dentro. Verdure? Potrebbero essere verdure. Carne? Potrebbe essere carne. Cane? Potrebbe essere cane. Vittima delle triadi? Potrebbe essere vittima delle triadi. Nel sottile scrigno di pasta tutto è pietosamente celato ed il passato non esiste. Inoltre, i ravioli sono semplici da pronunciare o da mimare in caso di necessità.

Abbandonata quindi Hangzhou, il suo romantico lago ed i suoi autobus con l’aria condizionata a palla, io e Bruna abbiamo deciso di rifugiarci molto più a nord, a Pingyao nella privincia dello Shanxi sperando di trovare delle temperature più accettabili. “Shanxi” letteralmente significa “ad ovest della montagna”, perché si trova ad ovest del monte Tai. Ad est del monte Tai c’è un’altra provincia, lo Shandong, il cui nome significa ovviamente “ad est della montagna”. Dite quello che volete dei cinesi, but they get their shit done. Pingyao è una cittadina magnifica, l’unico problema è che per arrivarci è quasi obbligatorio passare per Taiyuan e Taiyuan invece è una città tutt’altro che magnifica. Tipica metropoli cinese, ma peggio. Non so perché Taiyuan sia peggio: è caotica, sporca, rumorosa, alienante e puzzolente come un sacco di altri posti carini, però allo stesso tempo è brutta. Forse perché mentre cercavo qualcuno che ci caricasse su un taxi per raggiungere la più vicina stazione degli autobus, sono stato letteralmente circondato da una ventina di pazzi che non capivano un’ostrega di interlingua e ridacchiavano tra loro dei miei sforzi per comunicare; più io cercavo di farmi capire, in qualsiasi idioma conoscessi e con l’aiuto della migliore tecnologia occidentale, più loro mi si stringevano attorno, si davano di gomito e ridevano. Fortunatamente, quando ero ormai sommerso da un gruppo sempre più numeroso e stolido di tassisti improvvisati e dopo aver esaurito tutte le risorse del linguaggio umano, la foto di un bus ha acceso in loro un barlume di primordiale connessione pittografica. Ecco, un’altra cosa di cui Marco Polo non parla è il fatto che il tassista medio del Catai non capisce niente di niente, gli dici “airport” e vedi le balle di fieno rotolargli nelle pupille, gli dici “bus station” o “train” e niente, devi dirglielo in cinese e preferibilmente nel dialetto del postribolo di Kashgar dove lavorava sua madre oppure umiliarti a fare con le braccia l’imitazione dell’aeroplano, cosa che incidentalmente ho scoperto di essere bravissimo a fare. A parte questo, ho avuto un bellissimo rapporto con i tassisti cinesi, solo due o tre non hanno proprio voluto saperne di usare il tassimetro e nessuno ci ha imbrogliato rispetto al prezzo pattuito, in compenso non sapevano mai dove portarci e dovevano di conseguenza telefonare all’albergo per farsi spiegare l’indirizzo.

[continua]

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Il miliardo /1

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Come stavo appunto dicendo, io e Bruna siamo finalmente riusciti a fare questo viaggio in capo al mondo. “A Valdagno!” direbbe mio nonno, che non aveva grandi cognizioni di geografia. “No, nonno,” risponderei io con inesauribile dolcezza, “in Cina. Catai, Mangi, il Paese di Mezzo. Vagamente più lontano.”

Scarso di inventiva, avevo adottato come principale guida turistica il Milione del dott. Marco Polo, rivelatosi sfortunatamente di gran lunga sopravvalutato ed inadatto a fornire consigli realmente utili. Gli alberghi citati, per esempio, lasciavano talvolta a desiderare e mi è risultato assolutamente impossibile comprare un fagiano per soli tre talleri veneziani presso il ponte sul fiume Giallo, non c’è stato verso di scendere sotto i quattro talleri e mezzo. Inoltre il prof. Polo dimentica di citare diverse bizzarrie della cultura, delle tradizioni e finanche delle città cinesi dove afferma di aver vissuto, e questo ci ha causato parecchie sorprese e non pochi problemi, fortunatamente tutti risolti – altrimenti non sarei qui a raccontarvela.

Ad esempio, il rag. Polo non affronta assolutamente il problema della preparazione delle valigie per il viaggio. Non lo nomina neanche, mentre per me è stato fonte di grandi ambasce. Temevo che come al solito avremmo finito di preparare i bagagli alle due e mezzo della notte precedente la partenza, ma purtroppo mi sbagliavo. Quella è stata più o meno l’ora in cui abbiamo cominciato a farli. Abbiamo terminato verso le sei, sei e mezza, ora che curiosamente coincideva con quella della partenza, stremati dal sonno, e quasi sicuramente questo è il motivo per cui poi mi sono trovato novemila chilometri più in là a chiedermi come mai nella mia valigia ci fossero un paio di calzini tirolesi di lana alti fino al ginocchio ed un singolo, misero calzino spaiato di cotone.

Parlando di Hangzhou, poi, la prima tappa del nostro breve viaggio, l’avv. Polo si dilunga sulle sue bellezze ma evita accuratamente di citare la selva di grattacieli più o meno orribili che le conferiscono quell’aria alienante tipica delle metropoli cinesi, inspiegabilmente glissa persino sull’ufficio di cambio valute dell’aeroporto, il più lento del mondo in quanto affidato ad una banda di stagiste minorenni sottopagate che lavorano con una copia piratata di windows millenium, impiegando per ogni transazione il doppio del tempo che ci avrebbe messo un funzionario del Khan ad andare a cavallo in Europa a cambiare i soldi.

In compenso, se non ricordo male, l’illustrissimo cav. Polo non nomina neppure il meraviglioso Lago Occidentale, affascinante gioiello naturale presso cui passeggiare cercando di sfuggire – invano – alla soffocante calura di un’estate eccezionale. Difficile descriverne il fascino, celebrato nei miti e nelle poesie cinesi, impossibile non apprezzarne la bellezza in contrasto con la frenesia della metropoli che si arresta quasi rispettosa sulle sue sponde orientali. Poco lontano dal lago io e Bruna ci siamo accampati in un ostello grande e ben organizzato, da cui partire all’alba per visitare i dintorni e in cui rientrare non appena il sole si faceva implacabile. Per distrarci, in quei primi pomeriggi bollenti, davamo la caccia alle rapidissime blatte che sgusciavano dallo scarico della doccia e correvano per la stanza. Terminate le blatte senza che il caldo accennasse ad allentare la propria morsa e rivelatesi inutili anche le piogge artificiali provocate a cannonate, sfiniti dall’arsura abbiamo a malincuore deciso di abbandonare Hangzhou con buona pace di Marco Polo, stravolgere il nostro programma di viaggio e migrare rapidamente al nord. Destinazione una città di cui fino al giorno prima ignoravamo completamente l’esistenza: Pingyao, Shanxi.

[continua]

Ancora il Lago Occidentale di Hangzhou

Ad Hangzhou riposa anche l'eroe Yue Fei