Vacanze romane [1]

Capita piuttosto spesso, direi una volta all’anno, che io e Bruna in Luglio decidiamo di andare al mare. A Tangeri, in Istria, in Sardegna, a Krk… Poi in Agosto ho un altro paio di settimane di ferie ed in genere si va da qualche altra parte, per esempio al mare oppure al mare. Quest’anno con estrema convinzione e determinazione abbiamo invece deciso di cambiare destinazione e di trascorrere una settimana in montagna, tipo Alto Adige o comunque in Dolomizia, ovunque purché non al mare. Com’è che siamo poi finiti su un’isola è presto detto.

Due settimane fa è uscita ’sta storia di Minosse, perché quest’anno c’è la moda di dare i nomi alle ondate di caldo, ma perché no, poi. Minosse era l’ondata di caldo della settimana scorsa, chiamata così perché da qualche parte c’è un meteorologo che ha fatto il classico e ci tiene a farlo sapere. Minosse doveva colpire con sferzate di caldo africano tutta l’Italia, e così è stato, tranne la Dolomizia. Sgomentati dall’idea di andare nell’unica metaregione d’Italia dove era prevista pioggia, io e Bruna decidemmo di cambiare i nostri piani e andare invece verso la Val D’Aosta, le Alpi Occidentali o qualunque altro posto non piovoso e non marittimo raggiungibile in meno di dieci ore di automobile. Venerdì pomeriggio, però, un inconveniente.

La mia vita è piena di inconvenienti.

Per un banale disguido burocratico di cui non vi parlo perché non sono fatti vostri, mi serviva una carta. Non una carta qualsiasi che mi sarei potuto procurare in qualsiasi cartoleria, e neanche una carta di quelle un po’ più raffinate che mi sarei potuto comunque procurare in una cartoleria più fornita o al limite in un cartificio, ma di una carta del genere di quelle che ti danno in Comune, con su scritta della roba. L’inconveniente era che si trattava del Comune di Romacapitale, e siccome siamo solo nel XXI secolo è impensabile che Romacapitale possa trasferire questa semplice ma preziosa carta tramite una qualsiasi tecnologia moderna, chennessò una telescrivente o un telefax o la maledetta internet, bensì bisognava recarsi personalmente a Romacapitale e trovare qualche solerte impiegato comunale disposto a fare il suo maledetto di lavoro per cinque minuti di seguito. Questo ancora non spiega, mi rendo conto, perché io sia finito su un’isola invece che in Nepal o in Tibet o in Val D’Aosta.

Il fatto è che, ovviamente, pur avendo io il massimo disprezzo per i beni materiali e assolutamente nessuna necessità di lavorare, non avevo altri giorni in cui andare a Romacapitale a rompermi le scatole ad uno sportello comunale dell’Olgiata, possano i numi mandarvi altri dieci alemanni consecutivi come sindaco, se non durante la mia settimana di ferie. Cosicché io e Bruna invece che dirigersi con o senza la nostra roulottinzia verso Nord, Ovest o al limite anche Est (Urali), ci siamo trovati costretti a puntare il muso della vecchia fedele Volvo verso Meridione, proprio in faccia al Minosse di cui sopra. Ho citato casualmente la vecchia Volvo a gpl per preparare i lettori meno affezionati di questo bloggo e anche gli altri a quanto avverrà tra una decina di righe.

Nel frattempo, interludio brillante: per rendere meno faticoso il viaggio abbiamo fatto tappa in Umbria in un bellissimo albergo trovato su internette a prezzi stracciati. Purtroppo ci siamo rimasti solo il tempo minimo indispensabile a dormire e a rubare lenzuola e asciugamani, come sempre*.

Romacapitale è pur sempre una gran bella città, se sei una rovina romana. Per tutti gli altri esseri viventi o non viventi la capitale del regno di Berlusconia presenta alcune sgradite caratteristiche quali: il traffico, l’inquinamento, l’urbanistica, i prezzi, il clima, il papa e gli altri abitanti. Adesso non verrò qua a fare il solito veneto polentone che parla male di Romacapitale e dei romani, mi limiterò a dire che dopo che se i Vandali o quel che erano l’hanno distrutta non è che ci fosse poi tutto ’sto gran bisogno di ricostruirla, no? Si poteva invece ricostruire Veio, scommetto che Veio sarebbe stata più simpatica e pure i Veiani. Ad ogni modo, in quello stramaledetto ufficio dell’Olgiata come avrete intuito non sono riusciti a produrre la carta per cui mi ero fatto 650 chilometri dell’appennino maialo, a causa dell’incompetenza della burocrazia italiana in generale e romana in particolare, con lo speciale contributo di un’impiegata che sembrava una delle matrone di Asterix, tale e quale, con l’aggiunta di un probabile grado di parentela con quel sindaco di Romacapitale che l’avete votato e mo’ ve lo tenete, troppo dovete morì. Ma poiché dai diamanti non nasce niente mentre dal letame nascono i fiori, un’altra cugina di Alemanno un po’ più sveglia ci ha suggerito di provare all’ufficio centrale, perché se vi vogliono risolvere le cose in Italia bisogna andare al centro, e se il centro d’Italia è Romacapitale il centro di Romacapitale non può che essere il centro di tutto, per cui io e Bruna armati di fulgido odio e temporaneamente convertiti alla causa celtica ci dirigemmo a bordo della fidata Volvo in direzione del centro di Roma.

(a questo punto del racconto la Volvo funziona ancora)

[continua…]

* Scherzo. Abbiamo fatto anche colazione.

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