Come perdersi nei boschi (in 9 semplici passi)

Perdersi nei boschi sembra una cosa facile. Così facile, in effetti, che potrebbe riuscirci anche un boy scout. In realtà ci vuole coraggio, impazienza ed un pizzico di incoscienza, virtù sempre più rara di questi tempi. Sempre impegnato nel diffondere utili consigli per diseducare le masse, ora vi proporrò qualche semplice trucchetto per perdersi nei boschi nel modo più rapido ed efficiente possibile, tutti corredati da dialoghi o affermazioni provenienti da una Storia Vera.

Step 1. Lasciare la strada battuta
E’ molto difficile perdersi camminando su una strada, persino in mezzo ad un bosco. Prima o dopo la strada arriva da qualche parte, di solito una strada più grossa, inoltre è frequentata da persone e questo può essere un ulteriore ostacolo a perdersi (dipende dalle persone). Consiglio pertanto di lasciare la strada il prima possibile e di usare piuttosto i sentieri, che garantiscono un tasso di perdibilità molto più alto. Meglio se non sono segnalati in nessun modo, ma anche con quelli segnati non c’è problema, come vedremo.

Bruna: Scendiamo di qui, si fa molto prima. E sentite com’è morbido il terreno, sembra di camminare su un tappeto.

Step 2. Attirare la collera degli dei detto anche Chiamarsi la Nera
Nel bosco la fortuna è importante. Anche fuori dal bosco, ma nel bosco è particolarmente evidente quanto la nostra vita non sia altro che un accidente nell’altrimenti gioiosa teoria darwiniana. Per riuscire a perdersi più rapidamente, può aiutare pronunciare qualche frase particolarmente infausta, o fare affermazioni avventate seguite da una fiduciosa risata. Inoltre, il bosco odia le citazioni cinematografiche, perché non può mai andare al cinema.

Kumquat: Che momento “Stand by me”.
Luz’: Davvero.
Kumquat: Basta che non diventi un momento “La bambina che amava Tom Gordon”.
Luz’: O che non cali il sole e diventi un momento “Blair Witch Project”.
Kumquat: Ah ah.
Luz’: Ah ah.

Step 3. Evitare di condividere con i propri compagni alcune informazioni fondamentali.
Quando ci si avventura nel bosco in gruppo, per non perdersi è importante stare attenti e condividere tempestivamente con i compagni tutte le informazioni che sembrano utili per non perdere l’orientamento. Viceversa, per perdersi, è meglio conservare una certa riservatezza.

Bruna: E’ già da un po’ che non vedo segni sugli alberi. Mi sa che abbiamo sbagliato strada.

Step 4. OK, ti sei perso. Don’t panic.
Il panico porta a fare cose sconsiderate, come urlare e chiamare i soccorsi. Meglio invece mantenere la calma e godersi quell’elettrizzante sensazione di smarrimento che solo il susseguirsi illimitato di tronchi e foglie sa donare.

Kumquat: Che poi chissà come finiva “La bambina che amava Tom Gordon“, non sono mai arrivata in fondo.

Step 5. Continuare a camminare
Perdersi da fermi è noioso. Continuare a camminare senza meta nel bosco garantisce invece un costante afflusso di adrenalina nel sangue, ed offre per esempio la possibilità di addentrarsi sempre di più nella selva.

Kumquat: Bestemmierei, se avessi ancora fiato.
Luz’: Non mi sembra il momento di farsi dei nemici.

Step 6. Mantenere una strategia chiara e precisa
Ciò che distingue l’uomo dagli animali è che gli animali non sono capaci di fare strategie di lungo periodo. E’ per questo che nessun animale si perde nel bosco.

Bruna: L’importante è ricordarsi sempre, quando si è nel bosco, di non abbandonare mai i segnali. Non perdere mai d’occhio l’ultimo segnale che si è visto, e da lì cercare il segnale successivo.

[Trascorrono venti secondi]

Bruna: Mi sono stufata di cercare segnali. Andiamo dritti in quella direzione.

[Trascorrono altri venti secondi]

Bruna: Ci siamo persi.

Step 7. Avere a disposizione gli strumenti necessari
Al giorno d’oggi, con i telefoni cellulari ed i gps e gli scarponi da montagna ed i razzi da segnalazione, può venire la tentazione di far ricorso alla tecnica per uscire in fretta da situazioni incresciose. Non si fa. Prima di tutto perché significa barare nei confronti del bosco, che non ha strumenti per contrastare i tuoi tentativi di fuga. E poi perché toglie tutta la soddisfazione di riuscire a perdersi con le sole proprie forze, come gli uomini primitivi.

Luz’: Peccato che non abbiamo l’aifòn treggiesse, che quello avrebbe anche la bussola.
Kumquat: La bussola servirebbe solo per sapere che l’ovest è da quella parte, dove sta tramontando il sole.

Step 8. Quando si è stufi di essersi persi, uscire dal bosco.
Purtroppo, non si può rimanere persi per sempre nel bosco. Se non si usa LSD. Fuori dal bosco ci attendono famigliari, amici ed un sacco di cose noiose da fare, perciò prima o dopo bisogna puntare nella direzione giusta, scorgere un prato ed uscire con aria determinata, come se niente fosse successo. Perché se la gente scoprisse quant’è divertente perdersi nei boschi, tutti correrebbero a farlo ed i boschi si riempirebbero di gente perduta e dopo un po’ questi vorrebbero nel bosco le comodità che hanno a casa, ed i boschi si riempirebbero di gente perduta che guarda la televisione.

Luz’: Di là, vedo un prato, siamo fuori.
Kumquat: Io chiamo il 118.
Luz’: No, davvero, sono sicuro, c’è un prato, vedo l’erba illuminata dal sole, siamo fuori.
Kumquat: Potrebbe essere una radura.
Luz’: Ehi, tu non eri quella credulona?

Step 9. Vivere per raccontarla.
Una volta fuori, dopo aver constatato quanto in realtà si fosse sempre stati vicini al limitare degli alberi e quanto quindi fosse futile quella sottile paura di morire di stenti che può avere o non avere attanagliato il vostro cuore, è importante rilassarsi e ristabilire quella solidarietà di gruppo che la situazione di indigenza può avere minato. In questo modo la fiducia reciproca ne risulterà rinsaldata e sarà molto più facile smarrirsi ulteriormente in future occasioni.

Luz’: Vi devo dire una cosa, io non sono sicuro che quei segni blu sugli alberi indicassero il sentiero da seguire. Ad un certo punto ho persino pensato che potessero indicare ai boscaioli gli alberi da abbattere.
Kumquat: Era venuto lo stesso sospetto anche a me.
Bruna: Già, mi sa che è proprio così. Ho preferito non dirlo per non scoraggiarvi.

[In realtà i segni blu indicano proprio i sentieri, per cui se volete perdervi ignorateli.]

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Ultimo tango a Tangeri [3]

Tangeri è una città da una botta e via. Quelli che ci passano, sbarcando con il traghetto dalla Spagna o al termine di una lunga traversata direttamente da Genova, ci si fermano al massimo un giorno o due, il tempo di farsi un giretto per la medina, comprare sterco di cammello da fumare e poi dirigersi verso le città imperiali. Ma le città, viste così, son tutte uguali. Ci vuole più tempo per assaporare le virtù di Tangeri, cose che toccano l’animo arido di un vicentino giovane di mezz’età come me. Per esempio:

Il gran comandante Mao
Ci sono città per cani e città per gatti. Tangeri è decisamente una città per gatti, gatti africani, col muso a punta, gatti guerrieri con le orecchie mozzicate e lo sguardo da veterani, sdraiati in ogni androne a cercare ombra o campeggiati sotto i tavoli dei ristoranti all’aperto in attesa di un boccone di cibo, grosse gatte incinta che attendono serenamente il parto sugli scalini, gatti giovani che giocano tra i sacchi di spezie delle botteghe. Roba che se uno avesse il cuore tenero, dovrebbe gettare tutti i vestiti e riempirsi il bagaglio a mano di gatti.

It’s a kind of magick
Nei nostri vagabondaggi per la medina, siamo capitati una sera in un negozio di spezie che sembrava vendere anche prodotti parafarmaceutici, perché ci servivano un paio di cerotti. Mentre aspettavamo che il tizio andasse a cercare un altro tizio che capisse l’inglese, perché come si dice “cerotto” in arabesco o francese o spagnolo al momento mi sfugge e le perifrasi non sono contemplate dal corano, abbiamo notato come una corona d’aglio che penzolava dalla parete, solo che non era aglio, era più simile ad una corona di topi mummificati, ma per fortuna non erano neppure topi bensì, ad un esame più attento, camaleonti o gechi o un’altra di quelle bestioline con la coda arricciata, appesi con dei fili sopra la curcuma, essicati e polverosi. Alla nostra inevitabile domanda sul perché tenesse un simile orrore in bottega (sempre esposta mostrando il massimo rispetto per le usanze locali), il negoziante ci ha risposto che erano un ottimo rimedio per la febbre ed il mal di testa. Come la tachipirina, insomma. Indagando ulteriormente, abbiamo scoperto che in pratica i cadaverini vanno gettati nell’acqua calda, di cui si respirano i vapori, o buttati nel fuoco, di cui si respirano i fumi. Assolutamente sconsigliata l’ipotesi di ridurli in polvere e sniffarli o di aggiungerli al kebab, nonostante il McMarok non preveda probabilmente una ricetta molto diversa. Divergenze sono poi emerse anche sull’effettiva finalità di questa medicina. Contro il mal di testa e la febbre, certo. O anche per rilassarsi. O anche per avere delle visioni, per “rendere reali i sogni”. E’ magia del sud, ci ha spiegato un vecchio al caffè.

E insomma, da uno a dieci?
A legger qui pare che Tangeri non mi sia piaciuta molto. In effetti alcuni aspetti della città mi hanno sfinito, non tanto fin che ero lì, ma nel ricordo hanno gettato un’ombra sulle cose più belle. Il dover contrattare su tutto, tutto, porcozio tutto, dallo yoghurt alla bottiglia d’acqua al taxi al caffè, alla lunga è frustrante, l’odore della carne viva e morta al mercato di Tetouan è nauseabondo, e non voglio più avvicinarmi a meno di dieci metri da un sacco di curcuma. Ma questo non sarebbe un giudizio corretto, perché in realtà mi sono divertito molto ed ho visto luoghi e persone magnifiche, per le quali varebbe la pena non dico andarci a vivere, ma tornarci prendendosi un lungo periodo di ferie dai disagi del mondo capitalista. Il tè alla menta sulle terrazze del cafè Hafa. Il vecchio barbiere che prende lunghe boccate di hashish dalla sua pipa di legno. Le passeggiate sull’infinita spiaggia di Asilah. I gamberi alla piastra dello Zerda. La foto di Keith Richards al cafè Baba. Il bagno nell’oceano ad Achakar. I cinni che giocano nella medina, tra le verdure stese dalle vecchie contadine. La baia illuminata dalla terrazza del riad. I vestiti appesi ad asciugare al vento. La tartaruga e l’aria speziata dell’Ibn Battouta. La gente che dopo qualche giorno ormai ci riconosceva e salutava per strada. Il caffè olé. I venditori di sigarette singole. I colori.

Ultimo tango a Tangeri [2]

Che altro dire su Tangeri che non sia già stato così sagacemente e spiritosamente scritto nel post precedente? Visto che il target di questo bloggo è composto prevalentemente da ggiovani, la maggior parte dei quali stava peraltro cercando “leoni”, “burqa” o diommeperdone “ratava”, la risposta non può che risiedere nella magica triade satanica a cui tutti noi ggiovani ed ex-ggiovani dedichiamo la nostra adorazione: sesso, droga e rocchenroll. Ed anche un po’ di sangue, certo.

You can leave your hat on
Nonostante mi abbiano assicurato che in Marocco, e nella zona di Tangeri in particolare, la religione sia un aspetto assolutamente secondario nella vita delle persone e che nessuno si scomodi per andare a pregare alla moschea se non nelle feste più importanti, tutte le donne locali fanno a gara nel nascondere la maggior metratura di pelle possibile. Pantaloni lunghi, maniche lunghe, strati su strati di tuniche, veli che coprono i capelli, le orecchie, il naso, la bocca, occhiali da sole, in alcuni casi persino i guanti. Quando vanno in spiaggia e si tuffano giulive tra le onde oceaniche, naturalmente, si lasciano un po’ andare ed arrivano in genere a togliersi il velo, più raramente a mettersi in maniche corte. Io non sono certo tipo da andare a casa degli altri ad insegnar loro come ci si veste per fare il bagno nell’oceano con il sole a picco ed un milione di maledetti gradi centigradi di temperatura, perché io sono un ragazzo educato e non voglio finire con la gola tagliata come tutti quelli che ci hanno provato prima di me, ma se questo non è sintomo di un attaccamento morboso alle proprie tradizioni, che cos’è? Sono tutte ninja per caso? Da quel poco che si riusciva a capire, comunque, la maggior parte delle donne locali erano ciotte, coi baffi, il monosopracciglio ed erano sorprendentemente prive di caviglia, che io pensavo fosse un’articolazione comune a tutto il genere umano.

(Senza offesa, eh, io rispetto la tua tradizione di andare in giro vestita come Messner sul K2 e tu rispetti la mia tradizione di denigrare le donne coi baffi, che tra l’altro ha molto più senso della tua.)

(Vedete a cosa porta il rispetto delle tradizioni? Calderoli vi vuole così.)

Smoking with respect
Il primo motivo per cui gli europei vanno a Tangeri, ora che nessun artista degno di nota vi vive più, è la gran quantità di spezia che ci si può trovare. E per spezia non intendo ovviamente quegli enormi sacchi di curcuma parcheggiati davanti le botteghe dei negozi, ma quella famosa sostanza ricavata dalla resina della Cannabis. L’hashish, perdio! Quello il cui odore i tuoi genitori fingono di non riconoscere quando torni a casa dal dibattito sull’acqua pubblica! Ecco, a Tangeri ne gira parecchio. Nella zona del porto, ogni dieci/venti metri vieni avvicinato da un tizio (un tizio diverso) che ti si fa sotto con aria gioviale, ti chiedi come stai e poi con un rapido movimento della mano ti fa vedere una pepita di fumo che per quanto ne so io potrebbe essere anche sterco di cammello, visto che per curiosa coincidenza sulla spiaggia lì vicino fanno pascolare proprio i cammelli per i turisti.
A Tangeri tutti fumano, indigeni, turisti, giovani, vecchi, barbieri, tutti tranne me. E le donne, ovviamente, a loro fa male. Il solito Said mi ha detto che per la polizia non è un problema, l’importante è mostrare di fumare con un certo rispetto, ovvero stando un po’ appartati e senza dare nell’occhio, almeno finché si è seduti al tavolino di un bar nella piazza più frequentata della città con una macchina della Securité parcheggiata di fronte. Io ve l’ho detto, voi fate come vi pare.

Rocchenroll
I marocchini amano la musica, l’ascoltano ovunque, la condividono con gioia. Il problema è che si tratta generalmente di musica terribile.

Sangue
Il giorno prima di tornare, avendo ormai esplorato ogni angolo di Tangeri dove fossimo riusciti a contrattare l’accesso, abbiamo deciso di andare a dare un’occhiata alla famosa Tetouan. OK. Non famosa. Tetouan e basta. Il posto è carino, ha una medina molto più grande di quella di Tangeri, dove si può comprare più o meno qualsiasi cosa che l’uomo abbia mai pensato di coltivare, allevare, fabbricare o farsi rubare. E’ anche molto più sporca di quella di Tangeri, e nelle zone dedicate alla vendita del pesce e della carne l’odore si fa piuttosto intenso, specialmente con il caldo. Ma insomma, vabbè, pazienza, è tutto molto pittoresco e suggestivo, finché il tizio non prende un pollo dalla gabbia e gli taglia la gola davanti ai tuoi occhi, mentre il sangue cola folkloristicamente lungo la strada.

Io non mi sono impressionato. Il pollo, però, stava meglio prima.

[Se mi vengono in mente altre cose vi aggiorno]

Ultimo tango a Tangeri [1]

A very tangerous city
A causa della sua storia travagliata, della sua posizione in bilico tra Africa ed Europa e dei loschi individui che l’hanno attraversata, Tangeri è più famigerata che famosa. Dopo aver trascorso una settimana a vagare per i vicoli della sua medina e per i viali della ville nouvelle devo dire che la sensazione di pericolo dura relativamente poco, a patto di seguire alcune elementari regole di prudenza. Non sventolare portafogli o macchine fotografiche, e vabbè. Girare molto accorti per la zona del porto, specialmente la sera. Non dare retta ai pazzi che camminano lungo i binari della ferrovia o stazionano gesticolando a qualche angolo di strada. Non indossare vestiti succinti. Salire in taxi solo quando veramente indispensabile, e dopo aver scritto due righe per i parenti. Per il resto, Tangeri è una città tranquilla, l’ideale per chi non ha voglia di far niente. Non ci sono grandi monumenti da visitare, musei interessanti o altre attrattive per i turisti, in compenso si possono trovare molti caffè all’aperto e spiagge pregevolissime nel circondario. E’ una città pigra, pittoresca e vagamente sinistra, adatta per visitatori pigri, pittoreschi e vagamente sinistri. Ed io, modestamente.

Sostiene Said
Gran parte di quello che ho visto e di quel che poco che ho capito lo devo a Said, l’instancabile garzone del riad in cui io e Bruna abbiamo pernottato. Said ha frequentato pochi anni di scuola e molti anni di medina, conosce un po’ tutti e parla spizzichi di tutte le lingue, imparate tallonando le guide turistiche. E’ stato lui ad insegnarci come allontanare i negozianti troppo molesti, come contrattare la tariffa dei taxi e di qualsiasi altra cosa e come muoverci in città. Seduti la sera sulla terrazza di un bar o al tavolino di un caffè nel Petit Souk ci insegnava rudimenti di arabo e la storia della sua vita e del suo amore, mentre sfumacchiava una sigaretta speziata e sorseggiavamo tè alla menta. Per tutto, gli sono grato.

Tutti i bar che sono stati visitati da me
Il migliore tè alla menta di Tangeri si può bere sulla terrazza del caffè Ibn Battouta, nascosto nella medina. Lo troverete seguendo il profumo di hashish che scende dalle sua scale strette e si spande per la strada, tra i lenzuoli delle contadine ricoperti di verdura appena arrivata dalla campagna. Ci hanno girato anche una scena di un film con Matt Damon, in quel caffè. E’ buono anche il tè del più famoso Caffè Hafa, che si affaccia sullo stretto di Gibilterra, dove gli studenti si recano nel pomeriggio a scrivere o disegnare calcando le orme degli artisti beat che li hanno preceduti. Sulle scale che salgono verso la kasbah si può invece trovare il caffè Baba, famoso per gli ospiti eccellenti che lo hanno visitato: Kofi Annan, Keith Richards ed un paio di teste coronate europee. Molto piccolo, sporco e suggestivo, il segreto della sua fama non mi è chiaro. Nella minuscola piazza del Petit Souk si può invece scegliere tra almeno tre o quattro caffè diversi, il più famoso dei quali è il centrale, molto frequentato dai turisti. Più simpatico è il Tingis, lì a fianco, dai cui tavolini si possono spiare sornioni i giovani europei o americani che seduti al Centrale si danno arie da grandi intellettuali in cerca di ispirazione, che si guardano attorno per qualche minuto, prendono rapidamente un appunto sulle loro moleskine d’ordinanza e poi un altro sorso di tè alla menta, sorridendo compiaciuti.

Mangiare, bere, uomo, piccione
La bevanda principale di Tangeri è il tè alla menta, dolce e rinfrescante. Quasi altrettanto diffuso è il Caffè Olè, che perde tutto il suo fascino una volta scoperto che si tratta di semplice caffellatte. Birra o vino, niet, se non nei ristoranti riservati ai turisti. Si mangia cous cous o tajine, una specie di stufato che può essere di pesce, pollo, agnello o montone. Spezie dappertutto. Una sorpresa la riserva la pastilla, tortino di pasta sfoglia ricoperta di zucchero a velo e farcita di carne di pollo, o piccione. Oui, piccione. Da evitare assolutamente una cosa nota come helgado, o simile, che altro non è che un piatto di trippa con i fegatini proveniente da una bestia non specificata (i piccioni hanno le trippe?). Qualche turista poco avveduto potrebbero ordinarlo scambiandolo, ehm, per melanzane.

[Continuerà]