Cose turche, vol. 3

Fauna: ad Istanbul si incontrano prevalentemente 4 specie animali vive ed una morta. Tra quelle vive imperversano i gatti, che proliferano in quantità impensabile grazie forse alla quasi totale assenza di cinesi e vicentini, girano in bande armate e si sono organizzati in una società parallela. Poi i piccioni, che però sono grandi il triplo dei piccioni nostri e fanno la faccia feroce. Infine le meduse, che rendono il Bosforo ormai quasi calpestabile. La specie animale di gran lunga più presente ad Istanbul, però, è morta, farcisce i panini e da viva faceva “beeeh”.

Flora: pressoché esclusivamente tulipani.

Mangiare ancora: se il panino con la pecora non vi soddisfa, o volete consumare un veloce snack tra una pecora e l’altra, ad Istanbul esistono diverse felici alternative messe a vostra disposizione da uno stuolo di venditori ambulanti. In primo luogo, delle ciambelle di pane con i semini di sesamo sopra. Poi le pannocchie, a vostra scelta bollite o abbrustolite. Frutta secca, nocciole tostate, mandorle, cose così. Infine, le caldarroste. A Marzo, sì, cosa c’è di strano? Ad Istanbul vendono le caldarroste per strada a Marzo. Non chiedetemi il perché, son cose turche.

Ridere ancora: quella è “Samarcanda”, non facciamo confusione.

Aya Sophya: è quella che una volta era la chiesa più grande del mondo, poi è diventata una moschea, poi Ataturk dopo aver brevemente valutato l’ipotesi di renderla sua residenza ufficiale l’ha trasformata in un museo. Peccato che tutto quello che si poteva portar via se lo siano portato via i passanti (soprattutto crociati e mezzalunati), ma resta comunque una gran bella cupolona.

Suoni: in qualsiasi momento, ad Istanbul qualcuno sta gridando. Se non è il muezzin, è il venditore ambulante di pesce fresco, se non è lui è un automobilista che si trova la strada bloccata dal carretto del venditore del pesce, altrimenti è un altro muezzin.

I bagni turchi: il mio era piccolino, con il water, il lavandino e la doccia senza tendina, ma almeno non c’erano blatte. Quasi tutti i bagni di Istanbul, a proposito, avevano il water. La turca è stata ritenuta poco dignitosa per l’identità nazionale da Ataturk nel 1925.

Da vedere: tutto. Ogni passo ad Istanbul è una meraviglia, una gioia per gli occhi, per il palato e per tutti gli altri organi di cui non mi ricordo il nome. Tra tutte le città che io abbia mai visto (tre o quattro, quasi tutte in provincia di Vicenza) è sicuramente di gran lunga la più bella. Certo, ha una cappa di inquinamento sopra che pare il Borgo, ma un rapporto uomo-pecora decisamente migliore e quanta beltà, quanta sana confusione, quanta anarchica mescolanza di idee, quanta poca rottura di balle. Se qualcuno di voi ha una casa in centro ad Istanbul e cerca qualcuno che gliela abiti, mi offro volontario immanentemente.

[o continua o finisce qui, si vedrà]

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Cose turche, vol.2

Ataturk: Mustafa Kemal, detto Ataturk, è il padre della Turchia (la madre essendo evidentemente la Fata Turchina). Ataturk è il tizio che negli anni ’20, quand’era un Giovane Turco, ha scacciato il sultano, modernizzato il paese e ridimensionato il ruolo della religione nella vita politica e sociale (no, non può venire anche in Italia, è morto). Se entrate in un edificio e non individuate un ritratto di Ataturk nel raggio di cinque metri, probabilmente non siete in Turchia. Mancare di rispetto alla memoria di Ataturk, per esempio chiamandolo Akittemuòrt, è severamente vietato in tutto il paese.

Religione: dopo il culto di Ataturk, la religione più diffusa è l’islamismo. Ciononostante, se vi aspettate che qualcuno vi tagli la gola appena scesi dall’aereo rimarrete delusi: l’islam in Turchia è invasivo sostanzialmente quanto il cattolicesimo in italia. Più o meno: al posto delle chiese ci sono le moschee, al posto dei campanili i minareti, al posto dei preti gli imam e così via. Certo, sul fronte dei diritti civili non stanno messi benissimo, ma abbiate pazienza. Arriveremo presto al loro livello.

Dormire: può essere difficoltoso, se avete bevuto troppi tè. E naturalmente all’alba tutti i muezzin della città si lamentano in filodiffusione.

Albergo: era piccolo, con stanze piccole e scarsamente accessoriate. Il personale però era molto gentile, dalla finestra si vedeva il mare e le tre rampe di scale non mi pesavano quanto quelle del bunker.

il Turco: è una lingua agglutinante, e con questo ho fatto felice Nello ed ho esaurito le mie conoscenze di linguistica. Ho provato per quattro giorni ad imparare a dire “grazie”, alla fine ho rinunciato per sfinimento.

i Turchi: in genere sono persone gentili coi baffi, che vogliono venderti qualcosa. Sorridono sempre, cantano sempre e si distinguono dagli italiani perché hanno una tazzina di tè in mano al posto del mandolino. Le donne turche possono avere o non avere un fazzoletto in testa ed avere o non avere una palandrana lunga tipo Morpheus, ma apparentemente anche le donne col capo coperto e la palandrana possono: ridere, frequentare locali pubblici, indossare scarpe da ginnastica e sconvolgenti calzini rosa. Nei bar dove si bevono alcolici, a dire il vero, di donne non se ne trovano, ma considerando che sono due o tre in tutta Istanbul non è così grave come può sembrare.

Fumare come turchi: ad Istanbul, in qualsiasi momento, tutti stanno fumando. Il muezzin canta all’alba per ricordare che sono già passate sei ore dall’ultima sigaretta, ed alla settima si perde la nazionalità. I turisti fricchettoni ciucciano il narghilè ai bordi della strada e si sentono oh mi god so bohemienne!

Bestemmiare come carrettieri ottomani: dopo le prime otto ore di ingorgo, diventa tutto sommato comprensibile.

Fare acquisti: su tutte le guide viene consigliato di contrattare spietatamente ogni acquisto. Uhm, non è proprio così. In alcuni posti, come il gran bazar, la contrattazione è pressoché obbligatoria se volete essere imbrogliati un po’ meno. In altri, pure i turchi si sono scocciati di dover tirare sul prezzo per ogni cartolina e specificano chiaramente che i prezzi sono fissi. Non occorre contrattare ogni caffè che prendete, insomma, e non è neanche tanto gradito. Detto questo, io e Bruna siamo stati un’ora a contrattare ferocemente il prezzo di alcune lampade con un ragazzo che proprio non voleva mollare, e con un uso sapiente della tecnica “poliziotto buono, poliziotto cattivo” siamo riusciti infine a spuntarla suscitando l’evidente ammirazione del venditore.

Dolciumi: se vi piacciono i dolci, Istanbul è il posto che fa per voi. Se siete dentisti disoccupati, Istanbul è il posto che fa per voi. Il dolce più conosciuto è la baklava, una specie di sfogliatina immersa nel miele. Il secondo dolce più conosciuto è il lokum, un quadratino gommoso ricoperto di zucchero a velo con dentro la nocciola. Una curiosità: se prendete un sacchetto di lokum, lo mettete in valigia e lo lasciate lì per qualche ora in una giornata mediamente calda, otterrete un unico grosso lokum con tante noccioline dentro.

[continua]

Cose turche, vol. 1

Il titolo è un po’ pretenzioso, lo so, dato che in fin dei conti io e Bruna siamo stati solo ad Istanbul. Ma è regola comune tra i turisti che una volta si sia vista la capitale, si può far finta di sapere tutto di una nazione, no?

Uff, come siete noiosi.

Storia: una volta, tipo un milione di anni fa, Istanbul non c’era. Pare impossibile ma è così. C’era solo una strada per cui passavano i greci che andavano in medio oriente a fare a botte e tornavano carichi di bottino. Più raramente succedeva il contrario, che i greci tornassero senza bottino o passassero altri popoli dai nomi meno importanti che andavano a piantar grane in Grecia. Un giorno un tizio di nome Byzàs ebbe un colpo di genio ed aprì una locanda lungo la strada, si fermò sulla soglia e cominciò ad invitare dentro i passanti a mangiare un panino con dentro la pecora o bersi un tè. Inizialmente l’idea non ebbe molto successo, finché Byzàs (che era, appunto, un genio) non pensò di infilare uno spiedo nella pecora e cuocerla un po’ prima di metterla nel panino. A quel punto gli avventori furono così tanti che il locale si espanse, fu necessario organizzare dei turni per potersi sedere a mangiare, costruire degli alloggi per i clienti in attesa, dei bagni e cose così. Era nata una città, conosciuta per un breve periodo come Kebabbopoli e successivamente come Bysanzio.
Nel 300 e rotti dell’era cristiana passò da quelle parti anche l’imperatore di Roma Costantino, quello famoso perché si sognava i crocefissi, e decise di stabilirvi la nuova capitale dell’impero. Suo nipote Giustiniano vi fece edificare delle mura e qualche chiesa, e la storia pareva finita lì. Attorno al 1200, però, un inaspettato colpo di scena: un gruppo di crociati che visitava la città durante una gita organizzata dalla serenissima repubblica venne bellamente raggirato da un venditore di souvenir del bazar egiziano; per rappresaglia mise a ferro e fuoco la città, portandosi via tutto quello che poteva entrare nel bagaglio a mano. Neanche il tempo di riprendersi dall’accaduto, ed un paio di secoli dopo arrivano gli ottomani i quali, con la complicità del governo veneziano, conquistano la città, ne fanno la capitale del loro impero e si mettono a costruire moschee a destra e a manca senza ritegno. La costruzione delle moschee si arresta temporaneamente solo negli anni ’20 del Novecento, quando un altro tizio inventa l’alfabeto latino e decide che le donne sono più belle con i capelli al vento. Ora è al potere la Democrazia Musulmana e la costruzione di moschee è ripresa così come quella di fazzoletti per coprirsi il capo.
Unica cosa che non è cambiata in tutti questi secoli di storia è la pecora nel panino.

Geografia: Istanbul è a destra della Grecia e a sinistra della Turchia, con acqua sopra e sotto. Se chiedete informazioni a persone molto anziane, potrebbe essere utile ricordare che prima si chiamava Costantinopoli.

Arrivare: sbarcati all’una di notte dall’aereo, c’era un tizio in aeroporto che aspettava me e Bruna con un cartello con su scritto “Prinz Lucky”. Pure scritto sbagliato. Imbarazzante per me, figuriamoci per lui.

Muoversi: dicono che le strade di Istanbul siano piuttosto trafficate, ma questo non corrisponde affatto alla realtà. Le strade di Istanbul sono infatti intasate in un gigantesco ingorgo che ebbe origine nel 1923, quando Mustafà Kemal detto Ataturk parcheggiò un attimo in seconda fila per bersi un tè, ed ora si estende fino alle coste meridionali dell’Anatolia. C’è gente che è nata e morta di vecchiaia senza mai scendere dall’auto di famiglia. Nei rari casi in cui un evento eccezionale provoca il materializzarsi di una strada sgombra, però, per sfogarsi gli istanbullesi pigiano sull’acceleratore per raggiungere il prima possibile l’ingorgo successivo, perciò attraversare la strada è rischiosetto. Vi consiglio di scegliere un albergo che sia sullo stesso lato della strada di tutti i posti dove volete o dovete andare. In alternativa, ci sono i mezzi pubblici, ma qui vi devo mettere in guardia perché presentano delle notevoli differenze rispetto a quelli italiani: funzionano, costano poco ed è molto difficile entrarci senza avere pagato il biglietto.

Mangiare: ad Istanbul si mangia il kebab. Punto. Però esistono circa ottantadue varianti del kebab, alcune delle quali si richiamano a riti antropofagi precristiani (Kokorec o qualcosa del genere) ed altre impastate col napalm, molte con la pecora, alcune con il pollo, con o senza yogurth, con la melanzana, ecc. Noi li abbiamo assaggiati tutti, tranne quello fatto con gli avanzi che vendono in italia, e sono tutti buoni. Inoltre, lungo le rive del Bosforo vendono i panini con dentro il pesce pescato nel Bosforo. Voi mangereste qualcosa che sia stato nel Bosforo? Nemmeno io.

Bere: i turchi bevono principalmente tè e yogurt annacquato. Il tè lo bevono sempre, ovunque, in qualsiasi momento, facendo qualsiasi cosa. In giro per la città è normale trovare bicchierini da tè vuoti, in attesa che qualcuno li ripigli e ci metta del nuovo tè dentro. Lo amano davvero molto. E’ un tè così forte che ci puoi accendere il motorino, ma buono; se ne bevi due non dormi la notte. Lo yogurt annacquato è pure salato, però dopo che l’hai provato un paio di volte non riesci più a farne a meno. Anche perché, mangiando solo carne, hai bisogno di qualcosa che risvegli il tuo intestino di quando in quando.
Oltre a queste due bevande base, i turchi bevono anche il caffè turco, che in italiano si chiama sciaquatura di piatti, ed il raki, che è l’unica bevanda alcolica ammessa nel paese. Una sera siamo entrati in una bettola per assaggiare ’sto raki, perché io e Bruna siamo persone furbe che il sabato sera vanno nelle bettole di Istanbul ad ubriacarsi, e mentre gli altri avventori discutevano se accoltellarci o darci una botta in testa siamo giunti alla conclusione che si tratta di una specie di pastis amaro, e fa schifino. Lo si beve accompagnandolo con fettine di cetriolo e formaggio di pecora, che è l’equivalente turco delle nostre patatine. Alla fine, dato che abbiamo bevuto e mangiato tutto, a malincuore hanno deciso di risparmiarci.

[Continua]