Affinità e divergenze tra la compagna Budapest e noi [4]

4. I prezzi
La seconda domanda che tutti pongono al viaggiatore appena tornato da Budapest è:
Come sono i prezzi?

La risposta a questa domanda è: non bassi quanto vi aspettereste. Dimenticatevi quel vostro sogno colonialista in cui la birra costa dieci centesimi al barile e le donnine ungheresi si gettano ai vostri piedi in cambio di una confezione di calze di nylon. Dimenticatevi quel film con Ezio Greggio e Jeyy Calà, anzi, dimenticateli tutti; tenete pur presente che Budapest è una grossa città, ed i prezzi sono forse più alti che nel resto del paese. Ad ogni modo, sono poche le cose che paghereste meno che in Italia: le terme sono un po’ meno care, la benzina è un po’ meno cara, ma niente di spettacolare.
Si può risparmiare un po’ nel bere e nel mangiare, ma solo evitando accuratamente i posti turistici e scegliendo invece di avventurarsi in quelle gradevoli bettole che ancora si trovano in qualche angolo della capitale, i sörözo nascosti tra un fast food cinese ed una pizzeria italiana. Lì può ancora capitarvi di respirare un po’ di quell’atmosfera esotica che caratterizzava,a detta di precedenti viaggiatori, la vecchia Budapest, e può ancora capitarvi di pagare una buona birra sessanta centesimi.

Nel Triste Borgo Natio, ovviamente, posti dove si paga la birra sessanta centesimi non ce ne sono più, ma almeno i prezzi sono esposti in euro così come è nella natura delle cose e non in stupidi fiorini. Inoltre, nel Triste Borgo Natio ci sono molte meno pizzerie e ristoranti italiani che a Budapest, e più o meno lo stesso numero di ristoranti ungheresi.

5. Il comunismo
A quanto pare, fino a pochi anni in Ungheria c’era il comunismo. Ora si sono lanciati tutti verso la globalizzazione capitalistica, le strade sono piene di vetrine Benetton e bandiere di Unicredit, le cabine telefoniche sono T-Mobile, ad ogni angolo c’è un Mc Donald o un Burger King o un KFC. Sono membri dell’Unione Europea, tra pochi anni avranno l’euro e tutte le statue dell’era sovietica sono state relegate in un parco a tema in periferia, visitabile a pagamento.

Secondo me stavano meglio prima, ma vaglielo a spiegare.

P.S.: La prima domanda che tutti pongono al viaggiatore appena tornato da Budapest è, naturalmente:
Ma è vero che gli ungheresi sono tutti GROSSI?

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Affinità e divergenze tra la compagna Budapest e noi [3]

3. Il traffico
Tra Zagabria ed il confine ungherese si stende una steppa desolante, attraversata da un’autostrada a tre corsie in perfetto stato di efficienza, come in Italia se ne trovano poche. Ogni quarto d’ora io e Bruna superavamo o venivamo superati da un’auto, un camion, una cornacchia, e ci chiedevamo perché mai qualcuno abbia pensato di costruire un’autostrada proprio lì, in mezzo al nulla. Anche l’Ungheria, un pezzetto alla volta, si sta ricoprendo di una fitta rete autostradale, ma noi abbiamo preferito rimanere sulla superstrada che costeggiando il Balaton arriva fino a Budapest, abbastanza scorrevole per i nostri gusti.

Il traffico ungherese è strano. Insieme alle auto più moderne circolano ancora un sacco di vecchie skoda, vecchie lada, persino qualche trabant; abbiamo incrociato anche un paio di carretti tirati da cavalli, per quanto possa essere difficile da credere (e per quanto ogni duecento metri ci fosse un cartello che proibiva il transito ai carretti tirati da cavalli). Per tradizione gli ungheresi tendono a rispettare i limiti di velocità anche quando questi appaiono ridicoli ai nostri scafati occhi occidentali, salvo poi lanciarsi azzardatamente a sorpassare file di camion in curva, uscire dagli incroci senza guardarsi attorno ed altre amenità del genere. Guidare sulle strade ungheresi, per quanto scarso sia il traffico, può mettere a duro rischio il vostro sistema nervoso; io che mi trovo in panico anche ad uscire dal vialetto di casa, non ho notato differenze significative.

Arrivare a Budapest in auto è abbastanza semplice: la lungimirante efficienza asburgica ha infatti posto la capitale al centro del paese, e qualsiasi strada prendiate, in qualsiasi punto la prendiate ed in qualunque senso di marcia, vi porterà comunque a Budapest. La lungimirante efficienza asburgica si ferma qui: una volta arrivati a Budapest, vi troverete incuneati in una lentissima coda di automobili che dalla periferia più remota di Buda Sud lotta per l’ingresso in città, avanzando a passo d’uomo in un tipico ingorgo metropolitano permanente.
A parte questo piccolo ostacolo, comunque, il traffico di Budapest è relativamente ragionevole: ci sono un sacco di mezzi pubblici, la metropolitana più anziana del continente, una fitta rete di sensi unici, la gente guida automobili e non carretti trainati da cavalli, ecc. Tuttavia, sono presenti un paio di minacce che vanno sottolineate. In primo luogo, ogni strada di Budapest è incrociata da diverse linee di binari del tram; generalmente non c’è niente che delimiti lo spazio della carreggiata riservata a questi gloriosi mezzi di trasporto, è piuttosto normale vederseli traballare a mezzo metro dalla fiancata e può persino capitare che qualcuno guidando spensieratamente si ritrovi a correre con l’auto sulle rotaie. Il secondo pericolo insidiosamente nascosto nel traffico di Budapest è lo stile di guida di Bruna, che riesce a districarsi perfettamente nel traffico della metropoli ma solo a costo di innumerevoli violazioni del codice della strada.
Il terzo pericolo è quando il primo ed il secondo pericolo si incrociano nottetempo, inspiegabilmente contromano, costringendoci ad una frettolosa retromarcia mentre il tram giallo avanza verso di noi imperioso ed inarrestabile, orgoglioso del proprio fascino sovietico.

Nel Triste Borgo Natio, naturalmente, non ci sono i tram gialli. Esiste un unico ingorgo permanente che va da casa mia alla zona industriale, e di certo nessuno lotta per entrare in città, se proprio non c’è costretto.

Affinità e divergenze tra la compagna Budapest e noi [2]

2. Gli indigeni
Contrariamente alla tradizione popolare tramandataci da precedenti viaggiatori, bisogna innanzi tutto sottolineare come gli ungheresi non siano affatto [voce cavernosa ON] GROSSI [voce cavernosa OFF]. Mi spiego: ci sono ungheresi sovrappeso, ungheresi grassi, ungheresi di corporatura considerevole ed ungheresi enormi, ma dopo una superficiale visita della capitale non mi sento assolutamente di poter affermare che gli ungheresi, intesi come popolazione di sesso maschile dell’Ungheria, siano in generale [voce cavernosa ON] GROSSI [voce cavernosa OFF]. Alcuni ungheresi erano persino magrolini, fate voi. Si potrebbe trarre da questa scopertala morale che la [voce cavernosa ON] GROSSEZZA [voce cavernosa OFF] sta negli occhi di chi guarda, ma una simile considerazione potrebbe facilmente costarmi la vita quindi specifico subito che non la condivido*.
Delle donne ungheresi non chiedetemi neppure, questa degrossificazione del maschio ungherese mi ha talmente sconvolto che non le ho manco guardate. Scherzi a parte, non ci sono donne in Ungheria, o almeno io non ricordo di averle viste. L’Ungheria è un paese per soli uomini. O per sole donne, a seconda dei punti di vista.
E questo, c’è da dire, è un punto a vantaggio del Triste Borgo Natio.

Si dice che gli ungheresi non siano un popolo molto cortese. E’ per questo che consigliano di arrivare in Ungheria passando per la Croazia: così uno è preparato al peggio. In realtà, gli ungheresi sono molto gentili e ben disposti nei confronti degli sconosciuti, purché le interazioni sociali si possano risolvere entro i 30 secondi. Generalmente viene concessa allo straniero una domanda, alla quale verrà risposto con sorridente cortesia e disponibilità; una volta ricevuta la risposta, lo straniero farebbe bene a ringraziare e andarsene senza mai voltare le spalle, perché qualsiasi altra cosa chieda, qualsiasi commento o affermazione aggiunga verrà interpretata come un insulto e produrrà come unico risultato l’ostilità dell’interlocutore.
Un esempio a caso tra i mille che potrei fare. Io e Bruna entriamo nell’Ufficio Informazioni ben nascosto nei vicoli di Pest centro, e chiediamo una mappa cittadina. Una signorina sorridente ce la porge con gentilezza. Ci pensiamo un attimo, chiediamo anche informazioni specifiche sui giorni di apertura delle terme. Sbuffando, la signorina di poco prima fruga in un cassetto e ci porge sbrigativa una fotocopia con gli orari di apertura. Sbirciamo un secondo, chiediamo spiegazioni su un dettaglio che non ci tornava, la signorina sbuffa così forte che voliamo fuori dalla porta. Una sola domanda consentita, questa è la regola in Ungheria. Dalla seconda in poi, vi daranno la risposta che sembra il più rapido modo per liberarsi di voi.
E sbuffano un sacco.

Al contrario, gli abitanti del Triste Borgo Natio non risponderanno cortesemente neanche alla prima domanda, e il più delle volte non risponderanno proprio a meno che non sia evidente come il rispondervi sia l’unico modo per liberarsi di voi. E parleranno in dialetto, così da farvi capire quanto poco siate amati, qui, voi che venite da fuori. Dove per “fuori”, si intende un raggio di cinque chilometri attorno al duomo; del resto, se non foste da fuori non avreste bisogno di chiedere informazioni, no? Ed in ogni caso, non ci sono turisti nel Triste Borgo Natio.
Tranne uno. Riporto di seguito a titolo di esempio una breve testimonianza lasciata da GMGaster, mio amico e compatriota ora emigrato all’Est:

Una volta, scendendo dal treno che mi aveva riportato a casa da Venezia, incontrai una giapponesA piuttosto piacente che mi chiedeva informazioni, piantina alla mano. Io, guardandola con fare piuttosto compassato, le ho detto, senza capire cosa mi chiedesse: “de ’à” indicando col naso.

E a lui piacciono le orientali, per questo ha risposto.
E’ per questo che consigliano di arrivare al Triste Borgo Natio passando per l’Ungheria.

* Per farvi capire il paragrafo che avete appena letto, dovrei spiegarvi così tante cose di una persona chiamata Vlad che, se anche ci riuscissi, questa persona verrebbe da me e pasteggerebbe con le mie interiora. Chiunque scriva qualcosa su di lui e sulla sua passione per gli ungheresi nei commenti, lo fa a proprio rischio e pericolo. E comunque non intendevo scrivere “passione”.