Niente da vedere [7]

Eccomi arrivato all’ultimo capitolo del memoriale, l’inevitabile narrazione del ritorno a casa. Ci sono viaggi che presuppongono comunque un ritorno, ed il nostro apparteneva a questa categoria; nessuno di noi, però, sembrava troppo entusiasta dell’idea, abbiamo visto molte cose ma decisamente troppo poche, in troppo poco tempo. Chissà cosa ce ne faremo, di questa nostra (prima) esperienza balcanica.

Day 7: Home is what you call home.

All’alba il sonno si interrompe di nuovo in modo brusco. Questa volta non è colpa del muezzin, ma di un taxista che aspetta il proprio cliente davanti all’albergo, suonando con solerzia il clacson mentre si ascolta a tutto volume l’hip-hop bosniaco dall’autoradio. Ci alziamo svogliatamente, consumiamo l’ultima colazione mostarina e prepariamo i bagagli.

Abbiamo deciso di raggiungere Split con l’autobus, e da lì Zagabria o Lubiana in qualche modo. Non avevamo scoperto che a Mostar esiste anche una stazione ferroviaria, chissà dove, sulla cartina non appare neppure la linea… Saliamo su quest’autobus alle nove del mattino, non c’è neppure il tempo di prendere la stecca di sigarette d’ordinanza (a Mostar si trovano le Aura, secondo molti migliori persino delle Ronhill che comunque spopolano). In effetti, da questa città turistica ce ne andiamo senza un singolo souvenir, ad eccezione di un paio di cartoline ed un pacchetto e mezzo di sigarette.

Uscendo dalla città passiamo accanto all cimitero cattolico abbarbicato sulla collina, non meno triste e vasto di quello musulmano. Sulla prima dila di alberi, al bordo della strada, sono appesi i cartelli arancioni che mettono in guardia dal campo minato; in alcuni tratti il bosco è stato bruciato, nella speranza di far scoppiare le mine. La strada si inerpica, dopo qualche minuto raggiungiamo Medjugorje dove ovviamente l’autobus si riempie di gente, anche italiani con i rosari profumati al polso. C’è colonna alla frontiera tra Bosnia e Croazia, ci mettiamo una vita a raggiungere la dogana e lì stiamo fermi altri tre quarti d’ora per il controllo dei passaporti; i doganieri sembrano intenzionati a voler perquisire i bagagli, ma si stufano dopo il primo, ci lasciano infine ripartire. Arriviamo a Spalato dopo più di sei ore di viaggio contro le quattro previste, siamo già esausti per il caldo e la scomodità.

Tutto si concentra in pochi metri, a Split: la stazione degli autobus e quella dei treni, il molo da cui partono i traghetti per ogni dove e le bancherelle per i turisti, bandiere croate, sciarpe croate, portachiavi, gagliardetti, adesivi con lo scudo a scacchi. La cosa non ci entusiasma, ancora una volta dobbiamo chiedere informazioni per il treno, cambiare valuta, fare i biglietti… il caldo è atroce e tra la calca di persone in arrivo o in partenza grasse signore con un cartello in mano ci offrono zimmer, rooms, camera… Grazie no, siamo di passaggio. Hvala, sperando che almeno questo sia rimasto uguale anche in croato. Il cartello stradale indicava ancora la strada per l’Aerodrom, ma le ferrovie croate ci augurano Sretan Put. Vabbé, per noi è uguale, grazie comunque.

Risulta necessario fermarci a mangiare in un fast food sul molo, non riusciamo neppure a capire da che parte sia la città per cercare un ristorante. In quanto al fast food, lo snaturiamo trascorrendo lì un paio d’ore, ovvero quasi tutto il tempo a nostra disposizione, bevendo le ultime Karlovachko, leggendo il giornale italiano del giorno prima spacciato nelle bancarelle a 13 kune, due euro. Si sale infine sul treno in direzione Zagreb, è semivuoto e possiamo occupare un intero scompartimento senza farci scrupoli, tirare le tende e stendere le gambe. Ancora una volta il treno parte puntuale ma arriva in ritardo, quasi dieci ore per attraversare il paese, a causa di lunghe e per noi inspiegabili soste notturne; come sempre si dorme male o non si dorme affatto, verso l’alba mi ritrovo a ciacchierare in molte lingue diverse con un ragazzo di Zagabria che torna dal mare. Gli illustro il percorso che abbiamo fatto e come tutti gli altri sgrana gli occhi, cerco di spiegargli dove siamo diretti. “Buon viaggio!” mi saluta, in italiano. “Srechan put,” gli rispondo io, “Sretan put.”

A causa del ritardo, la nostra coincidenza per Ljubljana è persa e dobbiamo aspettare un altro paio d’ore in stazione. Cerchiamo di capire se possiamo almeno fare qui i biglietti da Ljubljana a Venezia, ma la situazione è come quella italiana, la bigliettaia ci bestemmia dietro. Facciamo almeno colazione, o cena, ormai i nostri orari biologici sono completamente sfasati. Usciamo sulla grande piazza antistante la stazione: anche qui c’è la statua di un tizio a cavallo, certo che i cavalli vengono proprio bene in statua. Da quando la gente ha smesso di andare a cavallo, anche le statue non sono più quelle di una volta. La piazza sembra bella, ma inizia a piovere e gli ombrelli chissà dove sono finiti, non ci passa neppure per la testa l’idea di cercarli; decidiamo di tornare ai binari ed aspettare il treno. Su un muro all’angolo della piazza campeggia la scritta a spray “Smrt fašizmu“.

I controlli di frontiera per la Slovenia sono i più rigorosi di tutti, ora si entra nella civilizzata Unione Europea ed occorre spiegare perché diamine la si è lasciata, innanzi tutto, o cosa ci si va a fare, se abbiamo qualcosa di speciale nei bagagli. A noi credono sulla parola, al bosniaco (o croato?) del sedile a fianco fanno aprire la borsa e ci gettano un’occhiata superficiale. Come sempre il treno arriva in ritardo a Lubiana, il prezioso Casanova è già pronto a partire e noi dovremo cambiare soldi, fare i biglietti, la prenotazione… Chiediamo affannati al controllore se possiamo salire comunque e fare i biglietti a bordo, lui ci dice di sì, di sbrigarsi a salire che il treno parte, “Smokers or not smokers?” ma il vagone non fumatori è pieno quindi per mia fortuna per una volta capitiamo tra i fumatori. E’ pieno di scout francesi e ragazze italiane tornate da Medjugorje.

Il bigliettaio che ci ha fatto salire è sloveno, Nello gli racconta il nostro viaggio e lui ne è stupito e affascinato, spiega che per loro è più difficile viaggiare che per noi. Alla fine ci fa pure uno sconto sui biglietti, Nello affabula 😉

A Villa Opicina, ultima frontiera, andiamo nel vagone ristorante a berci il caffé turco dell’addio. Ci avvicina un tipo, ha sentito prima il racconto di Nello ed attacca bottone. E’ mezzo sloveno e mezzo italiano, ma è sposato con una croata ed abita in Croazia, vicino al confine sloveno.

Cosa ci siete andati a fare a Belgrado?” ci chiede, “I serbi sono cattivi.
Non abbiamo visto gente cattiva.” rispondiamo “La città è bella, la gente è simpatica.
Esita, riprova. “E a Mostar? Chi l’ha distrutto il ponte?
Trasecoliamo, perplessi. “Beh… i croati.
Questo è quello che vi hanno detto loro.
No, non ce l’hanno detto loro. Non c’è scritto neppure sulla guida. Ma è quello che si dice.
Sorride.
Andate anche a Vukovar, la prossima volta. Guardate là che cos’è successo. Sono stati i serbi ad attaccare, non dico i serbi quelli delle città, i civili non c’entrano, ma c’erano questi… cetnici, quelli con il teschio sul berretto. Andate a Vukovar. La Croazia e la Slovenia volevano solo libertà e democrazia, ma i serbi sono comunisti, e allora hanno bombardato.

Povera bestia ignorante che sono, al termine di un lungo viaggio mi permetto almeno il lusso di essere diplomatico.

Va bene,” rispondo “ma i croati non hanno fatto le stesse cose, da altre parti? E i bosniaci? C’è stata una guerra che è durata dieci anni, casa per casa, e tutti dicono di avere ragione. In una guerra del genere tutti hanno torto e tutti hanno ragione. Cosa cazzo vuoi che ne sappiamo noi? Non siamo venuti qui per giudicare.

Ed è vero, in parte. Non conosco abbastanza bene la storia dei balcani per mettermi a distinguere i buoni dai cattivi, ed assolutamente non lo intendo fare su base etnica o “nazionale”. Abbiamo visitato delle città, visto dei posti e parlato con delle persone, ma la situazione non mi è per niente più chiara di prima. Non abbiamo fatto i turisti di guerra, di questo almeno sono sicuro, ma eravamo pur sempre turisti e siamo stati trattati come tali (cioè bene, ma cercando ogni tanto di fregarci sul cambio…) indifferentemente da sloveni, croati, serbi e bosniaci. Un viaggio così breve può permetterti di farti un’idea su molte cose, ma riguardo la comprensione di una politica così complessa non aiuta molto. Le idee che avevo prima, non sono state particolarmente intaccate; i giudizi che ho già espresso, non sono ancora pronto a rivederli. Tempo fa una persona che stimo molto mi scrisse più o meno: “Va in Kosovo e vedrai con i tuoi occhi qual’è la verità.” Non sono (ancora) stato in Kosovo, ma a Belgrado e a Mostar che sono cosa diversa anche da Serbia e Bosnia-Erzegovina, nello stesso senso in cui Milano, Napoli, Roma, non sono l’Italia. Come allora, anche oggi mi tocca risponderle che non (mi) basta vedere per capire. Ho visto e sono più confuso di prima, mi consolo pensando ci mancherebbe che fai un viaggio nei Balcani e pretendi di capire. Magari ai miei compagni di viaggio è andata meglio, chissà.

Il signore italo-sloveno-croato alza le spalle, alla fin fine mi dà ragione. L’unica cosa certa, secondo lui, è che questi popoli si odieranno per sempre. Spero di no. Gli fa rabbia che i doganieri sloveni continuino a controllargli i documenti, fa quel percorso tutti i giorni e tutti i giorni quelli gli chiedono il passaporto, lo guardano e ridono. Finiamo a parlare di caffé turco, rimproveriamo Nello che ancora una volta l’ha finito troppo in fretta, non ha acquisito la mentalità balcanica.

Arriviamo a Mestre nel primo pomeriggio, ancora una volta esausti ed insonni. Da lì a casa è solo un trascinarsi.

Così finisce questo buffo ed inconcludente diario a posteriori di un viaggio molto intenso e troppo breve; come alcuni ci avevano annunciato, non c’è niente da vedere da quelle parti eppure noi l’abbiamo visto lo stesso. Non è stata un’avventura ma neppure una vacanza rilassante, diciamo una via di mezzo. Ancora una volta, a costo di sfinirvi, desidero ringraziare Babsi per il diario del suo viaggio ed i consigli pratici e linguistici, Regina per l’impagabile aiuto e per essersi presa cura di noi (peccato averla persa per strada, la nostra quarta compagna!) e persino gli amici e compagni di viaggio con i quali ho progettato e realizzato questa idea assolutamente perversa della vacanza balcanica.

IL BRADIPO SALUTA E RINGRAZIA.

Settimo excursus: usi e costumi degli slavi del sud.

Italijanski, Srpski… Jedna lice, jedna rasa.” (Lusky)

Questi popoli balcanici mantengono naturalmente nella vita di tutti i giorni alcune usanze che a noi popoli occidentali appaiono bizzari, desueti o incomprensibili. Farò alcuni esempi per dimostrare come avesse inequivocabilmente ragione chi parlava, prima della nostra partenza, di popoli “non civilizzati”.

In primo luogo, quasi dappertutto (dove siamo stati) il pulsante per accendere la luce in bagno si trova fuori dalla porta anziché all’interno, costringendomi ogni volta a riaprire la porta, brancolando nel buio, per cercare il pulsante. Il ché è scocciante. Grifo dice che è così anche a casa sua, da cui ne deduco che anche nei pressi del borgo natio permangono zone scarsamente civilizzate.

Inoltre, sono pressocché assenti dai bar le patatine in sacchetto. Come tutti sanno non è possibile vendere birra se non si hanno a disposizione patatine, da cui ne deduco che questi popoli prosperano nell’illegalità.

Come se non bastasse, agli attraversamenti pedonali non è presente il “pulsante placebo” da premere spasmodicamente fino a quando il semaforo diventa verde, a mo’ di scacciapensieri. Questo può forse spiegare alcune tensioni sociali, ma denota chiaramente un’estraneità culturale rispetto al resto d’Europa.

Infine, anche se personalmente l’ho molto gradito, si può fumare in quasi tutti i ristoranti ed i bar, alla facciazza del ministro Sirchia e di chi lo precedeva, mostrando scarso rispetto per le imposizioni delle autorità straniere.

Tutto questo evidenzia la frattura insanabile tra noi e questi popoli, diversi tra loro ma simili per chi li guarda dallo scalino successivo dell’evoluzione. Per fortuna – almeno – hanno Coca Cola e MacDonald come si conviene al buon gusto, e sembrano apprezzare la pizza.

P.S.: A scanso di equivoci… mannò, dai… lo avete capito da soli che ero ironico.

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Niente da vedere [6]

Ancora non capisco perché alcuni caratteri di testo serbi mi vengano perfettamente riconosciuti, mentre altri facciano le bizze… mentre cerco di risolvere il problema, vi prego di sorridere se ogni tanto devo scrivere sbagliato riportando grosso modo la pronuncia. Portate pazienza ed accontentavi di questo penultimo capitolo del mio diario di viaggio a posteriori. Consolatevi con l’immagine di Nello che beve una birra.

Day 6: Pace sospesa

Il canto dei muezzin è simpatico, quando non ti sveglia alle cinque e mezzo del mattino facendoti balzare dal letto ed imprecare nella tua camera d’albergo.

Grifo si sveglia prima di noi, il nostro secondo giorno a Mostar, e ne approfitta per indagare sugli orari degli autobus per lasciare la città. Brutte notizie: ce ne sono solo tre, se vogliamo fare la traversata diurna a Spalato dobbiamo partire subito e pernottare là. Tentenniamo qualche minuto, poi mandiamo a quel paese la traversata, tanto vale tornare via terra pur di fermarci almeno un altro giorno a Mostar.

Per prima cosa ci mettiamo alla ricerca della sede di Mladi Most, l’associazione culturale che Nello e Grifo vogliono contattare per avviare un qualche progetto documentaristico comune. A due passi dal nostro albergo avevamo notato un cartello abbastanza esplicito, lo seguiamo inoltrandoci tra gli edifici in rovina. Ci mettiamo due ore, a trovare il posto, girando tutt’attorno allo stesso isolato e chiedendo informazioni a chiunque. Tutti la conosco, la organizacija, ma nessuno sa dove sia, si è trasferita, stanno con quelli di Abraševich, provate dietro l’angolo, l’altro angolo ancora… quando arriviamo alla sede di Abraševich sembra di capitare in un centro sociale qualsiasi, le pareti sono piene di scritte in tutte le lingue del mondo. Tranne per il dettaglio che ci stanno lavorando dei muratori, la sede è palesemente abbandonata. Riprendiamo il giro.

Alla fine siamo fortunati: Abraševich occupa ora uno stadio semidistrutto, in attesa che finiscano i lavori di ristrutturazione della sede ufficiale. Non l’avremmo forse mai trovato se non fossimo incoccati nella persona giusta a cui chiedere. In questa specie di scodella hanno installato dei container coperti da tende, l’atmosfera è surreale, sembra un accampamento nel deserto che li circonda. Nello e Grifo incontrano una rappresentante di Mladi Most (allora esiste!) e le espongono il loro progetto, io ascolto per qualche minuto ma essendo abbastanza estraneo alla cosa preferisco gironzolare un po’.

Arrivano un po’ da tutto il mondo, questi ragazzi, sospetto che siano più gli stranieri dei mostarini. Ma non stanno cercando di salvare il pianeta, in fondo, ed anche se ricevono finanziamenti da chissà quale dio sa dove sembra che almeno qualcosa lo facciano. Proiettano film che a Mostar non arriverebbero mai, organizzano concerti, spettacoli teatrali, hanno un palco con una quarantina di sedie ed un laboratorio internet, una camera oscura per le foto ed un modellino con il progetto della loro nuova sede, che stanno curando loro stessi. Tutto questo me lo spiega un ragazzo di cui non ho afferrato il nome, il suo inglese zoppica un po’ ma mi fa vedere le sue foto, mi racconta qualcosa di sé. “I’m from Kosovo, do you know Kosovo?” annuisco, preferisco non porgli la domanda che mi salta ovvia alla mente. Casa distrutta, genitori ammazzati, ha vissuto un anno a Belgrado e tre a Mostar e fa foto da dio (per questo non ci sono foto di Abraševich;… mi ha fatto vergognare).

I miei compagni di viaggio hanno finito di parlare con l’americana, ora stanno parlando con una francese che passa loro un po’ di nomi ed indirizzi, numeri di telefono. Sembra che siano riusciti ad imbastire un discorso, almeno, o ad ottenere qualche contatto interessante. Torniamo dalle parti del ponte, andiamo a mangiare in quel ristorante dove avevamo addocchiato “Vegetarianska plata” scarabocchiato sulla lavagna. Sembra pieno, ma una ragazza ci invita a sedere con lei, è carina 😉

Sua madre era di Mostar, ma ora lei vive in Svizzera, studia economia ma non le piace l’ambiente. Ogni tanto torna a vedere la città della sua infanzia, forse a trovare dei parenti, ma ormai è tardi: in Svizzera la trattano da straniera, a Mostar lo stesso. Ci spiega che fino all’anno scorso di turisti ne passavano pochi e per attirarli dalla costa dalmata era necessario organizzare festival, concerti, iniziative; quest’anno arrivano tutti per vedere il ponte e quindi l’amministrazione ha preferito togliere tutto il resto, tanto non serve. Lei sul ponte neanche ci passa, troppa gente, ci spiega. Ma i turisti vanno bene, per carità, vi prendete una birra, mangiate qui… almeno lasciate un po’ di soldi che servono sempre. Si scherza un po’ con i luoghi comuni sugli italiani, sempre in ritardo, sempre disorganizzati (per forza, le avevamo appena spiegato i nostri cambiamenti di tragitto)… noi le diamo ragione, un po’ perché sono cose vere, un po’ perché non ci va di menarcela da civiltà superiore. Ma com’è la situazione, qui? Tesa, risponde, l’atmosfera è malata, mi sento male a respirare qui. Forse tra venti, trent’anni, se i giovani riescono a dimenticare…

Al pomeriggio facciamo un’altra scorribanda tra i minareti, le moschee sono tutte messe a nuovo e pagando ci possiamo entrare, anche se è venerdì, e pagando ancora possiamo salire sul minareto a guardare gli scemi che fingono di tuffarsi dallo Stari Most per impressionare gli altri turisti. Il municipio, curiosamente, non è ancora stato ricostruito, campeggia fuori il cartello “Si cercano investitori”.

Non vado pazzo per chiese e moschee, ma se decidiamo di avventurarci nella parte croata della città, è perché voglio vedere da vicino quest’unico campanile che troneggia sulla selva di minareti. Con cautela, naturalmente, mi chiedo cosa penserebbe Regina se sapesse di questa nostra mossa. 😉
Eppoi non avevo ancora trovato la statua di Bruce Lee, mi hanno detto che c’era, che non c’era, che volevano metterla ma non l’avevano ancora fatto, mi avevano indicato vagamente quella zona.

Le guide turistiche si sforzeranno di spiegarvi che Mostar ora è una città unita, un singolo poplo che cerca di dimenticare, o di non dimenticare, di ricominciare o di ricostruire. Credetegli, è molto bello e molto consolatorio come pensiero. Ma purtroppo non è affatto vero. C’è una linea di demarcazione, a Mostar, che taglia in due l’aria, davvero la si avverte nel respiro. Noi l’abbiamo attraversata in Shpanski Trg, dove i vecchi giocano a scacchi dietro il monumento ai militari spagnoli caduti nell’ultimo decennio. Tutto è ancora normale, l’atmosfera da depliant, il titanico edificio dalle finestre accecate…

Raggiungiamo la chiesa, è proprio brutta, dentro non è ancora terminata ed i fedeli scendono in una qualche cripta per la funzione. Decidiamo di proseguire, sembra di essere in un qualche entroterra veneto. Poi notiamo gli sguardi della gente. Il fatto è che Nello ha i tratti del viso un po’ talebaneggianti, questo sì. La gente si gira quando passiamo, lo fissa (malevola). Qui il turismo non arriva, e non sembrano circolare molti soldi. Ci fissano, tutto qui. Forse neanche malevoli, solo curiosi, a voler essere estremamente ottimisti.

Sbuchiamo al Rondò, un grande incrocio, posiamo l’occhio sui cartelli stradali per capire dove dobbiamo andare. Siamo confusi, il cartello che indica “CENTAR” non punta dove ci aspettavamo. Controlliamo la cartina, di nuovo il cartello. Non ci siamo sbagliati, il cartello punta in direzione opposta alla Neretva, allo Stari Most ed al resto del mondo, punta in direzione del nulla. Allora forse qualcosa capiamo, la facciata di cartapesta ad uso e consumo dei turisti, la sensazione di incredulità quasi palpabile, è tutta una commedia, un inganno, si racimolano soldi ed energie in attesa della prossima battaglia, come il Grifo aveva percepito ben prima di me. Quanto ci vorrà prima che europei, americani e sceicchi vari abbiano finito di ricostruire, non ci sia più bisogno di tenere il coperchio su questa pentola? Cosa succederà quando i turisti si saranno nuovamente stancati di farsi fotografare su questo ponte e migreranno altrove? Venti, trent’anni sembrano un miraggio.

A pochi passi intravediamo uno strano edificio, in stile neofascista. “Hrvastka Dom”, o qualcosa del genere, scritto in latinico ed in un alfabeto che non sembra il cirillico serbo. Ci avviciniamo, c’è una bizzarra statua che ricorda “Guernica” di Picasso, delle panchine e diversa gente attorno, tranquilla. Ci sono anche due rilievi, ai lati dell’entrata, sui quali campeggia lo scudo a scacchi e la scritta: “Repubblica Croata di Erzag-Bosnia, 1993”. Avevano fatto altri progetti su questa città, nessuno si è ancora sentito di cancellarli; dall’alto della montagna si vede ancora il disegno del ponte ricostruito, sembra una beffa. Fuggiamo, vaghiamo ancora un po’ ma non riusciamo a trovare l’altro campanile visto in lontananza, ce n’è uno che sovrasta una statua della madonna ma ci siamo persi di nuovo, meglio tornare.

Come si arriva in Piazza di Spagna, chiediamo. Tagliate per il parco, ci suggerisce una ragazza. Ancora sguardi malevoli, saranno gli ultimi per fortuna, ma alla fine del parco notiamo una fontana, decidiamo di avvicinarci. La fontana raffigura un ponte, spezzato. Dai due tronconi sgorga l’acqua illuminata dal basso con dei faretti. Cosa voleva rappresentare lo scultore, con questo ponte spezzato? Ci corre un altro brivido lungo la schiena, difficile non cogliere sottintesi sinistri. Fuggiamo, fuggiamo, in Shpanski Trg l’aria torna leggera, una bella ragazza scende dall’autobus e noi facciamo gli scemi, facciamo ridere gli altri passeggeri. Siamo solo turisti, in fondo, abbiamo bisogno anche di leggerezza in questa città di morti.

Prendiamo fiato sul Titov Most, il cadavere di un cane galleggia sotto di noi, è proprio una giornata di oscuri presagi. Andiamo a mangiare, il caffé lo berremo in quella caffetteria turca che abbiamo visto dall’altra parte, la birra della buonanotte la prenderemo appena al di là del ponte, tra i croati che come noi chiudono la giornata in relax. Tutto tranquillo a Mostar, nessuna statua di Bruce Lee in vista, andiamo a dormire.

Sesto excursus: guerre, tensioni.

Turn left, it’s the second door. The building is ruined because of… you know… war circumstances.” (signore a cui abbiamo chiesto informazioni a Mostar)

La prima cosa che tutti si chiedono e ci chiedono dopo il nostro ritorno è lo stato della situazione sociale, se ci sono tensioni, se si avverte ancora la guerra. Non siamo titolati a rispondere, forse, ma mi limiterò ad esporre quello che ho visto, le sensazioni che ho provato.

A Belgrado, come turisti d’assalto, la tensione post-bellica non si sente moltissimo. Nicolaj ci aveva avvertito in treno, all’andata: sono stati bombardati tre volte il secolo scorso, nessuna meraviglia se non amano gli stranieri. Può essere vero, ma per quanto stranieri non siamo sempre stati trattati bene, quasi coccolati, probabilmente meglio di quanto lo siano i turisti stranieri in molte città d’Italia. E siamo paese bombardatore, oltre tutto. Naturalmente, trovarsi di fronte agli edifici bombardati, quando meno te l’aspetti, è davvero una doccia fredda. Li avessimo visti al nostro ingresso in città avremmo probabilmente vissuto un’esperienza diversa, filtrata da quelle rovine; ma quando noi ce li siamo trovati di fronte ci eravamo già “abituati” ad una città tranquilla e vitale, quelle macerie ci sono sembrate davvero uno sfregio, uno stupro. Ma il problema è ancora una volta nostro, i belgradesi ci passano a fianco senza farci apparente caso, aspettano l’autobus, leggono il giornale, pattinano. L’unica traccia delle guerre che non è possibile ignorare sono i mutilati, quelli si incrociano dappertutto in città e non puoi fingere di non vederli o di non capire.

A Mostar la situazione è ben diversa, come penso si possa capire dal mio racconto. Lì i danni alle case e alle cose sono stati molto più massicci, i cimiteri traboccanti ti salutano all’arrivo (da Belgrado) ed alla partenza, musulmani e cristiani, anche da morti rigorosamente divisi. Solo un turista particolarmente spensierato può sorridere guardando i bossoli di mortaio o di fucile in vendita sulle bancarelle, solo un apatico può non percepire qualcosa di strano, nell’aria. Ma per il momento, e speriamo continui, tutto scorre apparentemente tranquillo nel mercato di questa città, basta rimanere attaccati al corrimano del ponte.

Niente da vedere [5]

Day5: Turisti tra le macerie

Sbarcati a Mostar verso le otto del mattino, siamo troppo storditi per cercare un albero economico e chiediamo informazioni alla stazione dell’autobus. Ci indicano due alberghi, attraversiamo il Carinski Most e ci troviamo tra gli edifici distrutti, le case rase al suolo. Affianchiamo una prigione, ci chiediamo chi siano riusciti a rinchiuderci. Le case ricostruite sono tutte accompagnate da un cartello che illustra, in molte lingue, di che nazionalità siano le imprese ed i fondi che ne hanno permesso la ristrutturazione. Danimarca, Germania, Olanda, Italia, Svezia, Stati Uniti, Turchia, Arabia Saudita, Kuwait… Mostar è terra di conquista, una colonia. Il cerchio di stelle dell’Unione Europea campeggia sulla bandiera, spudorato.

Il nostro morale è a terra, tra i due alberghi scegliamo quello meno costoso che comunque è caro il doppio del Royal di Belgrado, capiremo in seguito che sarebbe stato meglio un’affittacamere, la città ne è piena. Hotel Bristol, affacciato sul Titov Most, sede dell’ambasciata americana due piani sopra il nostro. La camera è un po’ più grande di quella del Royal, ma non poi migliore. La colazione, quella sì. La terrazza si affaccia su un altro edificio diroccato, ma si vedono la selva di minareti da un lato, il campanile cattolico e la croce dall’altra parte, la bandiera americana esattamente sopra le nostre teste. Ci facciamo una doccia e ci buttiamo a letto.

Quando ci riprendiamo è doveroso togliersi subito il pensiero ed andare a vederlo, questo famoso Ponte Vecchio riaperto da appena due settimane. Non siamo venuti a Mostar per il ponte, avevamo fissato la tappa qualche settimana prima di scoprire che con gran squillo di fanfare l’avevano restituito ai turisti. Il paesaggio cambia, tra le strette strade della metà turca, musulmana, ma non vogliono che la si chiami così, si affollano i turisti italiani e tedeschi alla ricerca di souvenir tra le bancarelle. Si fatica a camminare in mezzo a quella folla calata dalla dalmazia in cerca di emozioni, a questi ragazzotti con l’accendino infilato nello slippino, appena risaliti da un bagno nella verde Neretva, a questi sudati vacanzieri che ammirano lo stile austroturco ed i venditori di bossoli e borbottano in italiano “Sembra di essere nel far west“. Ci infiliamo in un ufficio di cambio qualsiasi, chiedo di trasmutare venti euro in valuta locale. “But do you know that you can pay everything in euro?” mi sorride l’impiegata. “Everywhere in Mostar?” chiedo perplesso. “Everywhere.” mi conferma. Al diavolo, dammeli lo stesso questi famosi ultimi Marchi d’europa, valore mezzo euro l’uno, con le diciture in latinico e cirillico e le facciotte di eroi giovani e belli ripescati da chissà quale passato.

Di là del ponte si respira un po’ meglio, i turisti sembra proprio che godano a raggrumarsi attorno alle pietre bianche dello Stari Most e comunque le strade sono un po’ più larghe. Passeggiamo con calma tra le moschee rimesse a nuovo ed i palazzi pericolanti, contempliamo tristi la selva di tombe. 1993. 1994. 1995. Centinaia di lapidi bianche, strette, con anni di nascita diversi ma gli stessi anni di morte. Fuggiamo di nuovo in centro, in mezzo alla gente viva.

Mentre sorseggiamo una birra al tavolino di un bar scoppia improvvisamente un acquazzone, in un attimo le strade si allagano perché mancano i tombini. L’acqua arriva quasi alla soglia dei negozi, un cane ed una bambina scrutano preoccupati il livello che si alza, temendo di venire trascinati nella Neretva; un tizio blocca la strada con una passerella di sedie, per poter scherzare con le cameriere dei bar su entrambi i lati della strada, si ferma su una di queste sedie e mangia una fetta di pizza facendo ridere tutti noi assiepati sotto i portici o dentro i bar. Le auto si fermano, fanno retromarcia e vanno via, i turisti non provano neppure a protestare. La barricata viene tolta solo quando deve passare un auto del corpo diplomatico, non si può scherzare con tutti.

Il temporale ha fatto scappare i turisti da mezza giornata e via, il cielo si rasserena e possiamo trascorrere la serata fingendo di essere in un città artistica e tranquilla, ammirare la bellezza dei minareti illuminati, ascoltare i muezzin cantare le proprie preghiere. Lo sappiamo, che la realtà è ben diversa ed è tutt’attorno a noi. Mi chiedo come faccia la gente a conviverci, ma la risposta è sempre quella, ci si deve convivere volenti o nolenti. “Don’t forget”, hanno scritto su entrambi i lati del ponte. Se si potesse, scommetto che molti dimenticherebbero volentieri. Meglio le bancarelle o il cimitero, i turisti o i soldati? Altre domande a cui esito a rispondere, questa città è bella ma mi riempie di angoscia. Beviamo un paio di birre da qualche parte, facciamo le solite foto di routine che tanto con la mia macchinetta verranno fuori male o affatto, torniamo in albergo, con quella bandiera americana che penzola sopra le nostre teste.

Dove ci sposteremo? Partita per Parigi e successiva scomparsa la nostra quarta compagna di viaggio, la traversata da Dubrovnik a Bari perde un po’ di senso. Potremmo attraversare l’Adriatico comunque, ma da Split ad Ancona, accorciando un po’ la tratta del ritorno. E’ comunque necessario passare ancora delle ore a Mostar, non abbiamo ancora cercato Mladi Most ed in fondo siamo appena arrivati.

Quinto Excursus: mille modi di dire grazie

A sendvich mit sir, molim.” (Lusky, stazione di Zagabria)

Durante tutto il corso del viaggio, ce la siamo sempre cavata con il nostro inglese. Persino Nello che ha solo una formazione scolastica su questa lingua ha saputo reggere lunghe conversazioni in maniera brillante, quindi con l’inglese non ci sono problemi. Poche le eccezioni, chiaramente non si può pretendere che ogni tabacchino di Belgrado o muratore di Mostar sia anglofono, anzi… grazziaddio che non lo sono tutti.

Le eccezioni le abbiamo colmate un po’ con il francese di Grifo, o con il tedesco di Grifo, o con il russo di Grifo, o con il frasario di Babsi, o con la gestualità italiana 😉
Ci si è quasi sempre capiti.

Di serbo, croato, bosniaco (non mi ci azzardo neppure a dilungarmi sulle differenze) abbiamo mandato a memoria i termini fondamentali: buongiorno, buonasera, grazie, prego, una birra,sono vegetariano, siamo italiani. La parola che si sente più spesso, essendo turisti educati tra popoli gentili, è hvala, grazie. Solo che la si sente pronunciata in mille modi diversi, a seconda (immagino) del tono di voce, delle pronunce personali e degli accenti locali, tipo hfala, huala,hvalà, vala… del resto non è che un altoatesino e un palermitano parlino esattamente allo stesso modo.

Infine c’è il discorso dell’europanto, questo miscuglio tra lingue europee dove si pescano le parole più comuni in tutte le lingue pur di farsi capire. Una stupidaggine, state pensando. E naturalmente lo è. Ma sorprendentemente quando ti trovi alle quattro di mattina su un treno tra Split e Zagreb a parlare con un ragazzo che non sa leggere ma conosce smozzichi di cinque lingue, più o meno gli stessi smozzichi che conosci tu, e riuscite a capirvi, allora ti viene il sospetto che persino l’europanto possa funzionare.

Certo, da qui ad ordinare un panino al formaggio in inglese/tedesco/croato al bar della stazione di Zagabria, ce ne passa…

Niente da vedere [4]

Day 4: La tomba di Tito e quella della civiltà
Ultimo giorno a Belgrado. Consapevoli di essere riusciti a vedere ben poco, a cosa dedicare le ultime preziose ore prima della partenza? Tanto era cresciuta la curiosità attorno al mistero della tomba di Tito, che una volta scoperto dove si trovava abbiamo deciso di raggiungerla. Un ultimo passaggio al Plato a prendere un cd e poi saltiamo sul tram 41, in direzione della Casa dei Fiori; o meglio, in direzione opposta, come aveva tentato di spiegarci l’autista senza che noi riuscissimo a capire. Facciamo un giro di quaranta minuti per la periferia belgradese prima di venire infine fatti scendere dove desideravamo, perché ovviamente abbiamo preso il tram nella direzione sbagliata. Ehm… cosa che capitano, immagino. Questo ci ha permesso almeno di addentrarci un po’ nella città che a piedi non saremmo riusciti a raggiungere, una periferia desolata sotto il sole, una falce e martello (l’unica vista in città) tracciata con lo spray su un muro, la Miloša con le ambasciate ed i palazzi chirurgicamente distrutti, gli ultrà della Stella Rossa Belgrado che anche al mattino fanno più paura delle guardie private fuori dai casinò. Infine, avendo ormai perso ancora l’orientamento, veniamo fatti scendere e l’autista ci indica dove andare. La Casa dei Fiori, una scalinata, un brutto edificio da cui ammirare la città, un soldato di guardia all’ingresso per mantenere un’ultima facciata di istuzionalità (non è vero, abbiamo visto passare altri soldati dentro il parco, ci deve essere anche un edificio militare nascosto da qualche parte tra gli alberi e i fiori).

Il mausoleo di Tito, edificato forse per sopravvivere ai secoli, è una serra triste e vuota in mezzo alla quale troneggia quest’enorme sarcofago di marmo. Pochi visitatori, tutti turisti stranieri. Alla gentile custode chiediamo come mai, fosse così difficile trovare il posto.

“They don’t know.” ci risponde, e si allontana.

Nella Casa dei Fiori è presente anche un malinconico museo etnografico, che vale la pena visitare per ammirare alcuni dei doni arrivati al maresciallo dai popoli della jugoslavia e da rappresentanti degli stati di mezzo mondo, costumi tradizionali, artigianato, armi antiche. Curiose relazioni, dal Giappone all’Etiopia, dall’Indonesia alla Libia. Avrete persino l’impressione che ci sia stato un tempo in cui sloveni, croati, bosniaci, macedoni e montenegrini fossero orgogliosi di essere jugoslavi.

Tornati in centro dopo mezzogiorno, ormai era forse tardi per raggiungere Zemun o Novi Beograd (sigh…) e ci siamo quindi fatti portare a Sveti Marko. Il tassista capisce dove vogliamo andare, ci chiede freddamente se siamo americani. Si scioglie nella consueta cordialità belgradese quando scopre che siamo italiani, ci fa passare ancora una volta per la Nemanjina spiegandoci in un inglese approssimativo gli edifici distrutti e quelli risparmiati, “this is owned by mafia, they didn’t bomb it” e così via. Ci scarica davanti a San Marco. Ciò che volevamo vedere, però, si trova dietro la chiesa ortodossa serba e dietro quella ortodossa russa, tra il grigio degli edifici dismessi e la bellezza del parco. Ancora una volta ci ha colpito alla bocca dello stomaco con la sua tragica banalità: la sede della televisione serba colpita con precisione dalle nostre bombe, e la lapide che ci schiaffeggia chiedendo perché quei sedici civili tra i venti ed i sessant’anni siano dovuti morire in quel modo. Restiamo fermi una mezz’ora, forse un’ora, senza parlare. Ciascuno insegue i propri pensieri, fino a quando una vecchietta arriva a spazzare le foglie ed i mozziconi, parla in serbo a noi o all’aria, indifferente. Risaliamo mesti il Bulevar Kralja Aleksandra, già della Rivoluzione, fino alla piazza dove ha sede il Parlamento Federale; da lì torniamo in stazione passando per l’ennesima volta accanto all’Hotel Mosca. Abbiamo giusto il tempo di cenare e salire sull’autobus, non siamo neppure riusciti a salutare la burekkara, che come avrete capito è un altro dei motivi per cui vale la pena visitare Beograd… 😉

Saliamo sull’autobus, che come tutti i mezzi pubblici che abbiamo trovato nel nostro viaggio parte con precisione rigorosa ed arriva in ritardo. A bordo siamo una ventina di persone, forse, ma quasi tutte scenderanno lungo la strada.

Night: una tranquilla notte di paura
Il viaggio tra Beograd e Mostar è stato un trauma. Parlo per me, ma penso che i miei compagni di viaggio si dichiareranno d’accordo. L’autista ha guida sportiva, ma questo non è necessariamente un problema fintanto che le strade sono larghe ed in buone condizioni come quelle che abbiamo trovato in Serbia. Gli altri passeggeri non sembrano in vena di fare conversazione (che differenza tra il treno e l’autobus, accidenti) per cui cerchiamo di dormire.

Da qualche parte, improvvisamente, veniamo risvegliati bruscamente dal profondo barrito di un tir. Io penso “ecco l’ultimo suono che sentirò prima di morire”, che banalità. Ma il tir ci schiva e sorpassa, scompare; ci eravamo semplicemente fermati dopo una curva per raccogliere un passeggero… I miei occhi staranno ben sbarrati fino alla fine del viaggio.

Alla frontiera con la Repubblica Srpska, nel corso della notte, la guardia di frontiera ci trattiene per una mezz’ora per analizzare i nostri passaporti italiani (non credo la facciano in molti, quella strada). Vediamo le guardie che parlottano tra loro, appoggiano i passaporti sull’asfalto, ritornano, riparlano. Alla fine questo ragazzo in divisa, chissà cosa ci fa lì, torna sull’autobus e ci chiede mesto se per caso non abbiamo altri documenti… mah, chissà perché. Comunque anche lì siamo passati senza problemi, il passaporto italiano funge generalmente da passe-partout, spesso non lo aprivano neppure.
Un cartello visto di sfuggita ci dà il benvenuto in questa terra famigerata e misconosciuta, in cirillico ed inglese. Welcome to republic of Srpska, mi pare, o qualcosa di ancora più sconnesso.

Il terrore inizia per me con l’ingresso in Bosnia. Ore ed ore di salita lungo strade di montagna ad una corsia e un quarto, che ogni volta che si incrociava un camion c’era da recitare un rosario, strade che si affacciavano su dirupi avvolti dalle tenebre e sconnesse. Tutto questo sempre con guida sportiva, s’intende.

Sarajevo è solo un grumo di insegne nella notte, probabilmente ne abbiamo fugacemente attraversato la periferia.

Verso le cinque di mattina inizia la discesa. Ad ogni sosta mi fumo un paio di sigarette per allentare la tensione, comincia a piovere e dai finestrini entrano spifferi gelidi. Verso le sei attraversiamo un enclave serba in Erzegovina, praticamente l’ultimo assaggio di cirillico del nostro viaggio; poco lontano l’autobus si ferma ed aspettiamo una mezz’ora che si riempia di bambini (classe 1996, o giù di lì) diretti chissà dove.

Avete presente, dopo un viaggio notturno di dodici ore in autobus, una torma di bambini che grida querula al mattino?
Ecco.
Poi iniziano a cantare inquietanti canzoncine infantili, delle quali cogliamo solo poche parole: “Karadzic”,”Milosevic”,”granata”… e giù risate. Chissà cosa cantavano, ma forse è meglio non saperlo.

Ciliegina sulla torta, per l’ultima mezz’ora di viaggio i bambini si mettono a vomitare per il mal d’autobus, passandosi il sacchetto l’uno con l’altro. Io spero che qualcuno mi dia un colpo alla nuca senza preavviso e mi lasci lì steso fino all’arrivo, ma nessuno mi fa la grazia. Teniamo duro, ormai le montagne si aprono e scendiamo nello spettacolare pianoro di Mostar, lo attraversiamo e veniamo iniettati tra le prime case distrutte ed i cimiteri bianchi.

Per tutto il resto del viaggio, chiunque ci abbia chiesto come siamo arrivati a Mostar ha sgranato gli occhi.
Da Belgrado. In autobus. Di notte.
Perché no?

Quarto excursus: strade, stazioni, viaggi nei balcani

Wow, it’s a very strange journey!” (Ivan, sul treno Zagreb-Ljubljana)

Oltre al nostro tragicomico viaggio nella notte, l’unico altro modo che conoscevamo per arrivare a Mostar da Belgrado era il treno, via Zagabria e Sarajevo; presumibilmente ce ne sono altri, attraversando la Serbia verso sud e poi raggiungendo Dubrovnik, ma dubito che ci si metta meno tempo. Da Belgrado non si raggiunge Sarajevo via treno direttamente, che noi si sappia, ed anche in autobus non è così scontato. Del resto la maggior parte dei turisti arriva a Mostar dalla costa dalmata e quindi via Spalato, o al limite proprio da Dubrovnik.

In tre giorni, bestie che siamo, non ci siamo neppure accorti che Mostar avesse una stazione ferroviaria: questo perché sulla mappa stradale in nostro possesso non appariva nessuna linea ferroviaria. Siamo così tornati, come leggerete in seguito, con un devastante viaggio in autobus fino a Split e di lì a Zagreb per poi scoprire che esisteva una linea diretta Mostar-Zagreb in treno… il ché ci avrebbe fatto risparmiare una decina di ore di viaggio.

Sulle strade non mi posso esprimere più di tanto, ma mi hanno assicurato che in Croazia è già ultimato il tratto di superautostrada che va da Fiume a Zagabria (meno di due ore in auto, dicono) e che stanno per proseguirla fino a Dubrovnik, il ché si tradurra in un mostro di cemento che taglierà in due i balcani, ma renderà più semplice il viaggio.

Il treno notturno che abbiamo preso da Ljubljana a Beograd, l’Olympus, prosegue ora fino ad Atene (da qualche parte è segnato ancora con destinazione Salonicco, però) e non è un cattivo treno (a parte il finestrino che non si chiudeva); inoltre tra Lju e Beo di treni ce ne sono altri, di giorno, ma non so di che tipo siano.

Niente da vedere [3]

Il fascino di Belgrado è difficile da spiegare. La città ha poco a che vedere con le altre capitali europee che ho visto o di cui ho sentito parlare; essendo stata ripetutamente rasa al suolo nel corso dei secoli, sono pochi gli edifici che risalgono a prima della fine ’800 e ne risultano bizzarri miscugli tra l’architettura di quell’epoca, lo stile sovietico e gli edifici ultramoderni. Fa strano, decisamente. In particolare sembrano esserci meno chiese che in una cittadina italiana di medie dimensioni… ai vostri gusti decidere se questo sia un bene o un male 😉
Però sorprende.
Infine, pochi turisti assai. In tre giorni non abbiamo riconosciuto nessun italiano, i baracchini con mappe e guide turistiche non erano poi molti. E’ più una città da vivere con rilassatezza, gustare un po’ alla volta… il ché è esattamente il contrario di quanto abbiamo fatto noi. Molti dicono che il suo punto di forza sia la vita notturna ma noi, ahimé, non abbiamo potuto gustare granché neppure di quella. Allora perché ne sono rimasto così affascinato?
Mistero balcanico. O forse la risposta sta tutta nel ritorno a casa, con la locandina del giornale di vicenza che titola con orgoglio:

GRAN FOLLA PER LA FESTA DELLA SOPPRESSA

Già, son cose che danno da pensare.

Day 3: Bombe, carri armati, il bel danubio blu

Il terzo giorno, guida turistica alla mano, visitiamo con una certa calma e maggiore cognizione di causa la Stari Grad già assaggiata il giorno prima. Al mattino c’è ancora poca gente per le strade, anche noi ce la prendiamo comoda; sembra che solo gli automobilisti abbiano fretta in questa città, tutti gli altri tendono a camminare con rilassatezza. Di turisti d’assalto ci siamo quasi solo noi, lacerati tra il desiderio di gustare con calma questa città e la frenesia di vedere tutto il possibile. Facciamo una capatina al Plato, sfogliamo i libri in alfabeto latino o cirillico, ci stupiamo per l’assenza dei fumetti di Bilal tra tutti gli stranieri presenti. Scopro che tra i libri di sociologia non compare nessuno degli autori che per anni mi hanno propinato come classici imprescindibli… in compenso io non conosco nessuno degli autori presenti, facendomi supporre che anche in questa disciplina come in tutto il resto la Serbia abbia sviluppato una scuola autonoma (appunto: argomento da approfondire). Già che ci siamo, capatina alla vicina sede universitaria, giusto per respirarne l’atmosfera.

Purtroppo il museo nazionale è chiuso per allestimento, decidiamo quindi di scendere in stazione per studiare il passaggio alla successiva tappa mostarina. Con nostra sorpresa, scopriamo la presenza di alcuni autobus notturni che portano direttamente a Mostar. Che bello, ci diciamo. Poveri fessi che siamo! Del resto l’unica alternativa era passare per Zagabria, da quanto abbiamo capito. Sarajevo, no way. Risaliamo quindi la Nemanjina, bighellonando spensierati.

Chi conosce Belgrado ricorda sicuramente che risalendo la Nemanjina dalla stazione fino al grande incrocio di piazza Slavija, improvvisamente si viene schiacciati dalla storia. Un primo, enorme palazzo distrutto dalle bombe di precisione euroamericane, subito dopo (all’incrocio con la Miloša) altri due colossali ministeri distrutti, con una precisione maniacale. Noi si resta un po’ lì, quasi congelati nel caldo estivo, cercando di afferrare un senso che ci sfugge in quello che vediamo. Inutile. Riprendiamo il percorso lungo la Nemanjia, ignorando ancora che altre rovine ci avrebbero aspettato lungo la stessa Miloša.

Ci perdiamo, chiediamo informazioni con scarso successo. Praticamente ci siamo persi in piazza Slavija ed immagino che questo faccia sorridere chi conosce Belgrado. Voglio dire, dappertutto ma a Slavija come fai a perderti? E’ un incrocio enorme, tra le più grandi strade del centro Belgrado, girato l’angolo si vede Sveti Sava… Beh, anche questo siamo riusciti a fare, perderci in piazza Slavija con la cartina in mano. 😉 Il bello è che naturalmente avevo dimenticato in albergo il frasario preparatomi da Babsi e quello era l’unico angolo di Beo dove nessuno parlava inglese.

L’empasse dura dopo, come potete immaginare: basta svoltare l’angolo e siamo di nuovo sulla Milana, ci fermiamo a bere una birra sulle panchine del parco appresso. E’ piena di parchi, Belgrado, perlomeno in centro, dove stare tranquilli a bere una birra, fumare, chiacchierare per un po’ guardando i cani che portano i loro padroni a passeggio o che vagano liberi. Facciamo un’altra sortita in Kralja Petra a mangiare un burek ed ammirare la burekkara, per poi tornare a Kalemegdan dove ci rilassiamo per qualche ora. Come evidenziano le testimonianze fotografiche, Nello e Grifo si sono divertiti parecchio a giocare tra i carri armati ed i cannoni, come del resto facevano in parecchi. Strani contrasti, i palazzi bombardati ed i carriarmati, questa statua del vincitore con la spada in una mano e la colomba nell’altra e quel culo di fuori che gli ha costato l’espulsione dalle strade del centro. Città di contrasti, il vetro e l’acciaio degli anni novanta accanto al liberty, i nightclub, le auto blindate e quelle scassatissime, i nuovi manager ed i mutilati di guerra. Sfioriamo lo zoo e ci chiediamo cosa ci facciano nella stessa gabbia un lama ed una gallina, raggiungiamo a piedi il centro sportivo sulla riva del Danubio. L’obbiettivo era trovare un traghetto che ci portasse a Zemun, ma in quella zona non abbiamo trovato né moli né gente che comprendesse bene l’inglese a cui chiedere informazioni, in compenso tanti cani come in tutta la città, che inseguivano le auto abbaiando, giocando a non farsi investire. Peccato, ci siamo dovuti limitare a passeggiare lungo le melmose ed inquinate sponde del fiume fino a tornare alle banchine sulla Sava, a quel punto abbiamo preferito cenare per poi trascorrere una serata di follie.

Follie. 🙂

Praticamente arriviamo al Plato, ci stravacchiamo sulle sdraio con una bella birretta in mano (io & Grifo… Nello esagera e si lancia sul coca avana) e guardiamo sul maxischermo quella che era probabilmente un’amichevole preolimpica di basket tra Serbia e Lituania. Con nostra grande sorpresa, visto il calibro delle due squadre, una noia insopportabile. Dopo una mezzoretta le palpebre si abbassano, praticamente io e Grifo ci addormentiamo sulla sdraio, mentre Nello si limita a fissare il vuoto con sguardo torvo che è il suo equivalente del dormire. Non sono neppure sicuro che fosse già mezzanotte, quando abbiamo deciso di affrontare la tragica realtà e siamo tornati in albergo, maledizione a noi ed alla nostra mania di camminare tutto il giorno!

Terzo Excursus: la memoria rimossa

I don’t know.” (i belgradesi)

Se arrivati a Belgrado vi aspettate di trovarvi in una specie di cartolina dell’unione sovietica, vi sbagliate. Sembra che da queste parti ci sia stato effettivamente un po’ di comunismo nelle scorse decadi, ma al turista di passaggio questo può benissimo sfuggire. La nostra guida turistica salta a piè pari dai bombardamenti tedeschi della seconda guerra mondiale a quelli NATO del 1999 (solo accennati), l’unica falce e martello vista in giro era tracciata con lo spray su un muro di periferia. Strade e piazze hanno cambiato nome, statue non ne abbiamo viste.

Dico, in molte città italiane ci sono ancora monumenti fascisti.

Ma – soprattutto – a Belgrado il concittadino scomodo per eccellenza è il signor Tito, che pure da queste parti ci dovrebbe essere passato. Memori dei consigli ricevuti dalle ragaze croate in treno proviamo a chiedere informazioni sul dove si trovi la sua tomba a diversi belgradesi, ma le risposte si assomigliano tutte.

“Here in Beograd? Are you sure? I don’t know.”
“It’s very far from here, I can’t explain.”
“I don’t speak English well, I don’t know.”

Risposte seguite sempre da rapidi e gelidi cambiamenti di discorso o di marciapiede.

Chiariamoci, non sto facendo il finto tonto e capisco perché il ricordo di Tito sia così importante per i croati e così fastidioso per i belgradesi. Il solo che infine ci abbia saputo dare informazioni concrete e precise è stato il (viscido) albergatore del Royal, ma questa è esperienza del quarto giorno.

Nettamente diversa la situazione a Mostar, ed anche qui in maniera comprensibile. Al vecchio maresciallo sono ancora dedicati almeno un ponte ed una strada (sulla quale è obbligatorio andare a bere il caffè turco, ricordo), ma si notano anche molte dediche “a spray” sui muri.

Niente da vedere [2]

Prosegue la narrazione del nostro primo viaggio balcanico. Belgrado vista con gli occhi esausti e naif di un tizio non abituato a viaggiare molto può forse dare fastidio a chi questa città la conosce e la ama. La concisione ed il dover ripercorrere lo spazio attraverso la memoria non aiutano.

Day 2: Beograd by foot

Il tizio alla reception del Royal ha l’aria viscida, ma in fondo non è un cattivo ragazzo 😉
Ci informa che la nostra camera sarà libera per mezzogiorno, quindi possiamo lasciare lì i bagagli e barcollare altrove per cinque ore. Risaliamo la Petra per pochi metri, compriamo pane e cioccolato alla coop e collassiamo sulle panchine del parco più vicino, socchiudendo gli occhi solo per ammirare le bellezze locali. Il sole e la cioccolata ci restituiscono un po’ di energie, raggiungiamo Kneza Mihaila dove scorgiamo in lontananza le cupole di una grossa chiesa bianca. “Dev’essere Sveti Sava, la più grande basilica ortodossa dell’universo mondo.” ci diciamo, e non sembra poi così lontana. Ci avviamo, il viale è bello anche se ancora poco frequentato a quell’ora.

Kneza Mihaila diventa (se non ricordo male) Terazije e poi Kralja Milana, una specie di SpaccaNapoli che attraversa tutto il centro città. E le cupole se ne stanno sempre là, in lontananza, ogni tanto spariscono pure, non sembrano volersi avvicinare affatto. Quando infine raggiungiamo la basilica, al primo colpo d’occhio non ci sembra neppure così imponente… forse perché ormai gli occhi non riuscivano a stare aperti più di tanto. Girandoci attorno, però, troviamo la prospettiva giusta ed in effetti le cupolone fanno il loro effetto, abbagliano e stordiscono. Dentro, al momento, ancora lavori in corso.

Dopo aver preso fiato fumando una ronhill pacchetto blu spaccapolmoni, perché le mie barclay decisamente non sono riuscito a trovarle, torniamo ad esaurirci in albergo dove ormai la camera è libera e ci possiamo lavare e stendere un po’. Beh… il royal ha un po’ deluso rispetto alle aspettative: solo pochi peli pubici in giro ed un’unica blattina, un tesorino di neanche un centimetro e mezzo che si è lasciata timidamente salutare solo l’ultimo giorno della nostra permanenza. Per il resto tutto normale, dei pochi alberghi che ho visto in vita mia non è certo il peggiore e sicuramente il più economico. Certo, stagionato. Certo, il panorama dalla finestra. Certo, la colazione scarsa. Ma, francamente, non ci siamo lamentati.

Verso sera siamo riusciti a rimetterci in piedi, altra passeggiata nei dintorni fino a Trg Republike (dove ho inviato un bacio all’unico cavallo visto in città) e poi in direzione opposta lungo la Kralja Petra fino alla Soborna, altra bella chiesa ortodossa ma dall’aria così satura di incenso da costringermi a fuggire. C’è da dire che solitamente non resisto a lungo dentro nessun genere di chiesa, non faccio preferenze io 😉

Dalla Soborna (ma era la Soborna, poi?) scendiamo fino alle banchine lungo la Sava, per poi risalire verso la fortezza di Kalemegdan. Dalle mura della fortezza, sotto la statua del vincitore, ci siamo persi a scrutare Novi Beograd ed il Danubio sui quali calava la sera. Appoggiati al parapetto del torrione scrutiamo affascinati ma inquieti un aereo militare che si diverte a fare evoluzioni acrobatiche sopra la città, passiamo tra i carri armati ed i cannoni della seconda guerra mondiale e a fianco dei campi di basket per ritornare, polako polako, verso la Kralja Petra dove andiamo a mangiare una pita al formaggio dalla più bella burekkara di Belgrado. Consiglio a tutti, se non altro per vedere la burekkara (e chiedo scusa alle gentili lettrici) ma anche per la pita.

A tarda sera siamo finiti a cenare in un ristorante all’aperto a quattro passi dalla Kneza Mihaila; nonostante il Grifo parli un milione di lingue tra le quali il russo, decodificare il primo menu è stata impresa ardua fino a quando la nostra vicina di tavolo, a sua volta poliglotta, ci ha istruito a dovere e ha raccomandato al cameriere di coccolarci. Così il cameriere ci ha chiamato per tutta la sera “Sir” e la successiva “Gentlemen”, ovviamente con grande imbarazzo da parte nostra che non sapevamo come si dice “daghe un tajo” in serbo. Poi, suppongo sia passato da “Sir” a “Gentlemen” perché a chiamare tre persone “formaggio” per due sere di fila gli scappava da ridere, come minimo. Ma poi, a me neanche “gentleman” l’aveva mai detto nessuno.

Conclusione di serata di nuovo in Mihaila e Trg Republike, dove per qualche iniziativa sulla sicurezza sessuale avevano gonfiato un enorme preservativo di fianco alla statua del cavallo; avrei dovuto approfittarne per arrampicarmi e baciare il cavallo più calorosamente, ma a quel punto la stanchezza ha avuto la meglio e siamo semplicemente tornati a dormire al Royal concludendo la nostra prima giornata di assaggio di Belgrado.

Ah, per non deludere troppe aspettative, chiarisco subito che festa e baldoria se n’è fatta gran poca 😦
Non perché mancassero spazi ed occasione, ma forze e tempo… soprattutto forze, come leggerete oltre.

Secondo Exursus: essere vegetariani presso gli slavi del sud

Vegetarian in balkans? But you’re starving!” (ragazza incontrata a Mostar)

Dalla Slovenia all’Erzegovina, tutti mangiano di preferenza carne, cotta nei modi più svariati. Sospetto, e mi si perdoni l’irriverenza, che se sulla bandiera jugoslava ci fosse stato un piatto di cievapcici (lo scrivo come si pronuncia perché non mi accetta i caratteri balcanici, tanto avete capito) al posto della stella rossa la federazione sarebbe durata un po’ più a lungo. Ciononostante un vegetariano a Belgrado non soffre né muore, intanto perché lì il burek tipico è quello con il formaggio, poi perché nei ristoranti c’è in genere abbastanza scelta, quindi ci vuole proprio sfortuna per non trovare niente da mangiare. Certo, se uno è schizzinoso sull’odore della carne alla griglia farebbe meglio a portarsi le mollette; io non mi faccio di questi problemi.
Consiglio assolutamente di provare il formaggio serbo, se non siete veganiani, e poi i fagioli al forno che si chiamano “prebranac” assaggiati poco lontano dalla stazione. E le melanzane ripiene. Piatto vegetariano si dovrebbe dire “Vegetarianska plata”, se non ricordo male. Comunque capiscono, disapprovano fortemente ma capiscono cosa intendete.

Il problema è stato a Mostar. Lì ci siamo sempre mossi attorno al centro ed è pieno di ristorantini tutti uguali per turisti, con gli stessi cinque piatti tipici, tutti a base di carne. Una sera me la sono cavata mangiando solo patate fritte (“pomfrit”, non so se vi rendete conto della genialità di questo popolo…), un’altra con un’insalata. Ed io odio l’insalata 😦 anche se le loro cipolle sono buone. Vabbè, si sopravvive, è solo che l’idea di addentrarci fino a tarda sera nel quartiere croato non ci garbava molto, come intuirete proseguendo nella lettura.

Questo naturalmente se, come noi, vi ponete l’obbiettivo di evitare come la peste pizzerie e ristoranti italiani. Altrimenti problemi non ce ne sono proprio, Belgrado è piena di questi locali ed a Mostar c’è praticamente una pizzeria ad ogni angolo (non avendole provate, però, non mi posso esprimere sul sapore di queste pizze).

Niente da vedere [1]

Tornati sani e salvi dal nostro primo viaggio balcanico, risulta ora doveroso parlarne.

Ma come raccontare un viaggio durato una sola settimana, nella quale si sono percorsi un paio di migliaia di chilometri in treno ed autobus, attraversati quattro stati, parlate lingue che non si conoscono, viste pianure, montagne, mare, colline, città e persone, senza tregua, senza respiro, senza nessuna voglia di tornare a casa?

Mi ero ripromesso di tenere un diario di viaggio puntuale ed accurato. Nell’84 o giù di lì mi ero ripromesso di sposare Ornella Muti. Stesso risultato. 😉

Siccome sono un dilettante (di balcani e narrazione) e ci tengo che si sappia, proverò con l’ordine cronologico degli eventi; mi riservo però il diritto di lasciarmi andare a digressioni per confondere il lettore e mi permetto persino di aggiungere che, data la costante alterazione del ciclo sonno/veglia, anche la distinzione tra un giorno e l’altro apparirà artificiosa e strumentale.

Un’ultima premessa: chiedo subito scusa a tutte le mie amiche di animo belgradese. Non abbiamo visitato tutti i posti che ci avevate consigliato… come sapevamo noi e voi fin dall’inizio, impossibile visitare Belgrado in tre giorni. Senza conoscere la città, poi. Ma questi erano i tempi e fondi a nostra disposizione, non vogliatecene; come ho già scritto in privato, questo rappresenta un’ottima scusa per tornare a Beo il prima possibile.

Day 1: Dalla periferia della storia a Belgrado

Venezia Mestre ci saluta come solo lei sa fare, ricordandoci la bellezza della terra che lasciamo. Otto euro per un panino e una birra, la voglia di partire si fa frenesia. Il Casanova, treno di lusso lontana destinazione, è un giocattolino pieno soprattutto di stranieri che in meno di quattro ore ci porta in Slovenia, senza intoppi né emozioni. A Ljubljana cade uno dei nostri primi preconcetti sui balcani: non è vero che i bigliettai delle stazioni sono tutti stronzi, qui c’è una signora che in un inglese smozzicato (il nostro ed il suo) ci spiega i prezzi dei biglietti e tutto quanto serve, facendoci evitare la lunga fila dello sportello per i viaggi internazionali. Dopodiché si mangia al volo qualcosa e si riparte, treno notturno in direzione Belgrado.

I posti prenotati a Mestre, semplicemente non esistono sul vagone… ci accomodiamo quindi in scompartimento con dei ragazzi croati che tornano a Zagreb. Crolla un altro dei nostri miti: neppure i croati non sono tutti stronzi antipatici come si dice in giro. Anzi. C’era questa tipa che studia a New York perché “lì è più facile, gli americani sono così stupidi”, sprezzante del fatto che i treni italiani siano sempre in ritardo. Cosa rispondere? Non avevamo ancora provato i treni croati, del resto, altrimenti avremmo avuto argomenti a nostro favore. “Ma cosa andate a vedere a Belgrado? Non c’è niente, a parte la tomba di Tito.” ci dice. “Giusto la tomba di Tito,” fa eco un’altra ragazza, “non mi viene in mente altro.”

Noi ci si guarda. La tomba di Tito non l’avevamo francamente messa in programma, ma se è così importante sicuramente sarà nella corrispondenza di Regina, guardiamo. Niente. Mah, allora sarà presso uno dei posti che Regina o Babsi ci hanno consigliato, la troveremo facilmente. Scopriremo poi con sudore che “Tito” è una parola tabù a Belgrado e che “l’unico posto da visitare” è anche il più difficile da trovare. Ma questo più avanti.

A Zagreb rimaniamo per qualche minuto soli nello scompartimento, sperando di poterci stendere un po’, ma presto salgono altri turisti. Inoltre il finestrino non si chiude e fa passare l’aria fredda della notte ed il rumore del treno che sfreccia veloce dalla Croazia alla Serbia. Non si dorme, si approfitta per fare conoscenza di un altro ragazzo croato salito poco prima del confine e diretto anche lui a Beograd, prima tappa di una vacanza in Russia. A differenza delle ragazze scese da poco, “Belgrado è una grande città, molto bella.” mi spiega “Quando tutta la Jugoslavia era unita, era una potenza, decideva le cose. Ora che siamo tutti divisi nessuno conta più nulla, in Croazia i giovani pensano solo ad imitare gli americani, non c’è niente di cui essere orgogliosi.” “Ma sono in tanti a pensarla come te?”, gli chiedo. “No.” mi risponde francamente. Poi inizia anche lui a parlarmi dell’Italia, dove sua sorella è sposata ad un imprenditore, e mi chiede cosa aspettiamo a dividerci da questo sud “dove non funziona nulla e la gente non ha voglia di lavorare”.

La risposta più semplice sarebbe stata un ripasso della storia del suo stesso paese, ma mi sono trattenuto. Diciamo che politicamente non ci trovavamo proprio. Alle cinque di mattina Nello si è messo a spiegargli le connessioni tra il nostro presidente del consiglio e la mafia, la p2, la massoneria… mentre io e il Grifo ci scompisciavamo dal ridere nello scompartimento a fianco. Ma tra viaggiatori si instaura sempre un certo spirito di solidarietà, e prima di arrivare a Beo ci ha offerto in treno il nostro primo caffé turco jugoslavo e ce ne ha spiegato il rituale, ci ha dato informazioni su dove trovare un buon burek (però era chiuso) ed altri consigli. Ed anche lui a chiederci: “Ma perché i treni italiani sono sempre in ritardo?” ed io e Nello che ci guardiamo e rispondiamo che francamente, dopo vent’anni ti ci abitui ed il perché non te lo chiedi neanche più.

Alle sei e mezzo del mattino, pressocché puntuali, pressocché a digiuno e pressocché barcollanti dal sonno, veniamo scaricati a Belgrado. Ci guardiamo un po’ attorno, storditi, poi carichiamo i bagagli su un taxi e ci facciamo portare all’Hotel Royal, nostro primo alloggio, categoria economico con una sola blatta (ma piccola, niente di ché).

Primo Excursus: il caffé turco

Turkish coffe is a social moment, like tea for English people.” (Nicolaj, sul treno Ljubljana-Beograd)

Il caffé turco è stato una costante del nostro viaggio: il primo (che per me era anche il primo in assoluto) l’abbiamo bevuto praticamente alle porte di Belgrado, mentre già ci si affacciava sulla sterminata pianura e spuntavano i primi palazzoni in stile socialismo reale, cioé uguali a quelli di Mestre ma più grossi. L’ultimo lo abbiamo scelto come rituale d’addio sul Ljubljana-Venezia, ormai già al di qua del confine.

Il caffé turco, per chi lo ignorasse, va bevuto polako polako per non ingurgitare l’indigesto fondo e per goderselo appieno. Se preferite, l’espresso lo trovate comunque dappertutto. Ma se scegliete l’opzione turska kafa evitate almeno di fare come Nello che nella sua frenesia meridionale non è mai riuscito a berne uno in più di cinque minuti (o tre sorsate). La regola sarebbe “jedna kafa, jedna ora” o almeno così ci hanno spiegato, ma neppure io e il Grifo siamo mai riusciti a perdere più di mezz’ora dietro un buon caffé.

Il peggiore caffé turco, escludendo il primo perché le papille gustative non si erano ancora abituate, lo abbiamo bevuto per colazione al Bristol Hotel di Mostar. Quello di gran lunga migliore di tutti lo abbiamo gustato in una caffetteria sempre a Mostar, servito con tutti i crismi necessari al rituale ed il candito per addolcire la bocca. Se lo doveste cercare, è in M. Tita; non so per cosa stia la “M.” comunque sulla cartina è scritto così 🙂