Nebbie di Siena

Ovvero di come dovevamo andare a Cortina e siamo finiti a Cortona

Come da antica tradizione pre-Covid, ci siamo riservati la prima settimana di Gennaio per fuggire lontani dallo stress della vita moderna. Avendo recentemente attrezzato la roulotte con una potente stufetta termonucleare per sopravvivere ai climi più rigidi, ci eravamo preposti l’ambizioso obbiettivo di passare l’ultimo dell’anno a Cortina d’Ampezzo, indifferenti al fatto che fosse anche la meta prescelta per Capodanno da numerosi figuri della nostra vita pubblica. Questa amena località delle Dolomiti è infatti da anni una delle nostre destinazioni preferite durante l’estate, quando amiamo restare incantati dalla cornice delle sue vette e dai prezzi modici dei suoi campeggi, ma giammai l’abbiamo visitata d’inverno. Ci era sorta così la voglia di portare i nostri slittini proletari a sfrecciare tra le zampe di camosci ampezzani e VIPs in villeggiatura. La mattina del 31 dicembre, tuttavia, con la roulotte già carica di bagagli e pronta a partire, rileviamo con rammarico che l’amata Bustina si è svegliata con una brutta tosse. Passare una settimana rinchiusi in roulotte non sembra troppo allettante, decidiamo quindi di cambiare destinazione all’Ultimo per rivolgerci a climi più temperati. Con nostra grande fortuna troviamo un confortevole appartamento in Toscana in affitto ad un prezzo accettabile, disponibile dal giorno stesso. Senza ulteriori indugi, adattiamo i bagagli alla nuova meta e partiamo.

Decisamente lontani dalle Dolomiti

Le temperature sono insolitamente miti, solo la nebbia ed il cielo spesso cupo ci ricordano che siamo effettivamente in inverno. L’appartamento si trova a Rapolano Terme, graziosa località dove non c’è altro che le terme, bellissime terme in cui noi non possiamo andare a causa della suddetta tosse. In compenso, Rapolano si trova ad una ventina di chilometri da tutto: Siena, Montalcino, San Quirico d’Orcia, Montepulciano, Pienza, Cortona… apparentemente tutto quanto ci sia di bello nell’universo mondo si trova a poco più o poco meno di venti chilometri da Rapolano. Abbiamo pertanto trascorso una settimana a girovagare per le dolci colline senesi ed a visitare un incantevole borgo dopo l’altro, fino a farli diventare nella nostra memoria un indistinguibile guazzabuglio di torri, chiese, logge, palazzi, monasteri e deliziosi scorci su panorami stupendi… Panorami in realtà talvolta presunti ed immaginati, a causa della fitta nebbia e forse anche dell’ottimo vino con cui abbiamo innaffiato i nostri frugali pasti. Fatto sta che questi borghi bellissimi alla fine si assomigliano un po’ tutti, per questo vorrei stendere una brevissima guida bilingue ai borghi toscani anche ad uso dei nostri amici turisti stranieri che amano venire qui, impestare le reti sociali di foto e quando gli dice bene comprarsi un casale ed un vigneto e passare la pensione a dipingere stucchevoli acquerelli.

Questa foto rappresenta l’archetipo del borgo Senese agli occhi del turista

Guida bilingue per turisti agli incantevoli borghi senesi / Bilingual guide for tourists to the enchanting Sienese villages

Punto primo: è impossibile accedere a qualsiasi borgo senese con l’automobile. Sbarre, telecamere e cartelli minacciosi hanno (parzialmente) sostituito fossati e ponti levatoi, per cui in centro ci si va rigorosamente a piedi.

First point: feel free to enter in the town with your luxury car. The traffic cams near the gates are there to take a photo of your majestic entrance to the city to publish on Instagram, just ask for it at the local tourist office. By the way, ZTL means Zone for Tourism Leasure.

Punto secondo: è impossibile parcheggiare. Il 75% del tempo di visita a qualsiasi borgo è dedicato alla ricerca del parcheggio a meno che non facciate come me e nei momenti critici lasciate il volante a Bruna, che riesce ogni volta a trovare un posto gratuito a non più di venti metri dal ponte levatoio principale.

Secondo point: if you fancy a stroll, feel free to park anywhere. Our towns are your parking lot, therefore you can park on the curbs, in front of the churches, on flowerbeds, in the middle of the road. Sorry we don’t have ancient fountains in Tuscany but if you find one feel free to park there.

Terzo punto: non comprate niente da bere e da mangiare all’interno delle mura. Uno spritz costa come una bottiglia di vino ed una bottiglia di vino costa più della cocaina. Ora io capisco che sia giusto sostenere l’economia locale, abbiamo persino comprato due braccialetti da ben 2,5€ l’uno e numerose calamite per il frigo alle bancarelle davanti al duomo di Siena, ma piuttosto di fare un mutuo per un piatto di pici preferisco comprarmi una schiaccia al forno ed un etto di finocchiona da mangiare sugli scalini.

Third point: nowhere in the world you will enjoy a glass of Nobile di Montepulciano better than in the finest wineries in the center of the town. Do you have a languor? You definitely have to taste the Sienese pici and the most succulent Chianina meat just in front of the most beautiful churches in the world, after all you have been watching people working for all your life and you deserved a break.

Quarto punto: i borghi senesi sono tutti belli, ma io provo un’affezione particolare per Montepulciano perché ci è morto l’ineguagliabile Andrea Pazienza e per Cortona perché tutta questa storia di scrivere racconti più o meno divertenti è nata da un mio racconto della gita scolastica in terza superiore. Resta confermata peraltro la mia prima impressione: Cortona è una città tutta in salita.

Fourth point: Siena, Montalcino, Pienza, Montepulciano… you can’t really say the difference between a Duccio di Buoninsegna and an Anonimo Toscano del Cinquecento or between a slice of prosciutto crudo and one of salsiccia secca so in your uneducated eyes all these towns look like very small Florence lookalikes. Take a stroll, shot some photos, leave all your money here and remember that when we* were building this peaks of human civilisation you were still painting your face blue.

* Not me, and most probably not my ancestors

Fog, olive trees and possibly boars

Tra un borgo (incantevole) e l’altro (pure questo incantevole, eh, non vorrei dare l’impressione che non fossero tutti incantevoli) siamo riusciti ad incontrarci due volte con i nostri carissimi amici toscani ed abbiamo trascorso molte ore a vagabondare in auto, a volte immersi nelle nebbie alla ricerca di un raggio di sole ed a volte dispersi per cavedagne alle ricerca di una provinciale. Il motivo di questo girovagare tra colline, boschi e strade di campagna risiedeva, ho capito tardivamente, nel desiderio di Bruna di incontrare i cinghiali. Da quando un branco di questi animali ci ha attraversato la strada in Abruzzo, due anni fa, il selvatico e fiero cinghiale è diventato per lei una sorta di spirito totemico. All’inizio della settimana, quando percorrendo di sera le strade di campagna tra Lucignano e Monte San Savino mi ammoniva “Qui potrebbero esserci cinghiali”, pensavo fosse un invito a guidare con prudenza. Ho iniziato ad insospettirmi quando, indicando certe zolle furiosamente scalzate alla base degli alberi e sul bordo delle strade, insisteva a sottolineare come fosse senz’altro il lavoro di un branco di cinghiali. Voleva sicuramente denunciare la pericolosità dell’animale e la sua tracotante minaccia al decoro urbano ed agricolo, ma si notava in fondo anche una sorta di ammirazione. Scrutava ovunque alla ricerca di tracce dell’animale e delle sue moleste attività notturne. Il sospetto è stato definitivamente confermato una delle ultime sere quando, rincasando dopo le ennesime scorribande, se n’è uscita sospirando con un “Non si è visto neanche un cinghiale.” Non li temeva, li bramava. È tornata a casa molto delusa dal mancato incontro con la bestia, se non sotto forma di (incantevoli) salsicce stagionate. Cosa trovi lei di affascinante in questo cugino vandalico del maiale ancora non l’ho capito, ma mi riservo di approfondire.

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2021 Odissea in roulotte – Il ritorno

Riassunto della puntata precedente: andiamo in ferie, fa troppo caldo, decidiamo di tornare a casa concedendoci qualche piccola deviazione.

Partiamo nel tentativo di sfuggire alla morsa di un’asfissiante bolla di calore, ma i pesanti vapori pesanti sospesi sul mare del Gargano ci fanno sospettare che potrebbe essere ormai troppo tardi. Dal finestrino dell’auto, la prateria foggiana scorre attorno a noi come le immagini di una missione spaziale su Marte: cielo incandescente, terra bruciata e nessuna forma di vita. Non che di solito sia questa botta di allegria, peraltro. Dove trovare scampo? Mentre io guido, Bustina si collassa come al solito sul sedile posteriore e Bruna sfoglia freneticamente il telefono alla ricerca di un’oasi che ci possa garantire la sopravvivenza. Non abbiamo nessuna fretta, miriamo ad un posto qualsiasi dove parcheggiare la roulotte e stare al fresco per qualche giorno. Salta fuori una piccola area di sosta non troppo distante da L’Aquila: è su un passo montano a mille metri d’altitudine ed è pure gratis, senza ulteriori indugi puntiamo il navigatore e ci dirigiamo là.

Arriviamo che è notte fonda. L’area di sosta è buia e completamente deserta, nei paraggi si intravede solo qualche casa con le luci spente. Di solito preferiamo evitare il pernottamento in questi luoghi isolati, che fanno da sfondo ad ottimi film dell’orrore ma a pessime vacanze. Tuttavia, ESATTAMENTE come succede nei migliori film dell’orrore, ormai è tardi, siamo distanti da ogni forma di civiltà, stremati ed affamati, perciò decidiamo di fermarci ugualmente. Inizio subito a preparare la cena, ma mi sento osservato. Sbircio attraverso la porta aperta e noto una presenza lattiginosa in agguato nelle tenebre. Ecco, ti pareva. Guardo meglio. Effettivamente, anche ad una seconda occhiata risulta esserci una grossa creatura sdraiata a terra appena fuori dalla roulotte. Siamo spacciati. Sembra essere un cane, un gigantesco cane bianco, uno dei più grandi animali che io abbia mai visto in giro senza una proboscide. Se ne sta lì, a pochi passi da me, a fissarmi con gli occhioni luccicanti e la lingua penzoloni, potenzialmente pronto a divorarci tutti. Mi affaccio esitante alla porta della roulotte e chiedo con vocina tremula al buio della notte se quel gigantesco predatore sia accompagnato da qualcuno. Nessuna risposta. Consapevole che nei film dell’orrore l’impiegato pelato di mezz’età non arriva mai vivo al secondo tempo, chiudo con estrema lentezza la porta e mi apposto a sorvegliare la creatura dalla finestrella laterale. Ci fissa, scodinzolando con aria sospetta. Una rapida consultazione del registro dei più spietati serial killer lo identifica come tale pastore maremmano-abbruzzese, animale fortemente territoriale ed occasionalmente assetato di sangue. Mentre comincio ad organizzare turni di guardia ed a pianificare una strategia di fuga dal mostro, noto che Bustina, incurante del pericolo, gli sta lanciando pezzettini di pane dalla finestra e lo invita ad avvicinarsi. Incosciente! Per fortuna l’animale, dopo aver constatato con somma delusione che da parte nostra non avrebbe ricevuto altro che qualche briciola, decide di ritirarsi scodinzolando nelle tenebre che lo avevano partorito e di procacciarsi una cena più sostanziosa altrove. Rinuncio ai turni di guardia ma non dormo del tutto tranquillo.

La mattina successiva il bestione torna a manifestarsi, è sempre gigantesco e piuttosto sporco ma alla luce del giorno appare più mansueto e simpatico. È possibile che io abbia sopravvalutato la sua ferocia. Bruna e Bustina, dimentiche dell’agguato notturno, ci si affezionano rapidamente e lo riempiono di coccole e stuzzichini. Io no, non perdono e continuo a fare il sostenuto e se gli allungo del cibo, lo faccio senza farmi notare. A quanto pare è una specie di semi randagio che sorveglia l’area di sosta in cambio di un boccone, ci accordiamo quindi per un pagamento in panini affinché ci tenga d’occhio la roulotte mentre girovaghiamo nei dintorni. Alla fine chiaramente Bustina se lo vorrebbe portare a casa, ma le spiego con dolcezza che certi animali stanno meglio nel loro habitat naturale: i miei incubi.

Tiger, tiger in the night…

La tappa nell’entroterra abruzzese ci dà occasione per visitare Città Ducale e qualcun altro degli splendidi borghi dai nomi buffi dei dintorni. Naturalmente ne approfittiamo per un breve ma affettuoso saluto ai nostri amati parenti nella Marsica, di cui sentiamo sempre la mancanza. Dopo cena, mentre torniamo alla roulotte, la vivace vita notturna abruzzese ci offre un altro frizzante incontro: dietro ad una curva ci taglia la strada un intero branco di cinghiali con cinghialetti al seguito, costringendoci ad una brusca frenata. Abruzzo, non sapevo che le tue strade fossero percorse da così tante belve fameliche, ora capisco perché sei la patria della carne alla brace.

Il giorno dopo salutiamo il nostro pastore abruzzese da guardia, agganciamo la roulotte e lasciamo la regione con la solita scorta di ferratelle, salsiccie secche e torrone al cioccolato nel bagagliaio, sempre con la vaga intenzione di tornare pigramente a Settentrione. Chiediamo un consiglio telefonico allo stimato suocero ed egli, ben consapevole del nostro profondo trasporto nei confronti dell’arte e della cultura, ci suggerisce di fare una capatina ad Amatrice per verificare se un certo ristorante di sua conoscenza sia ancora aperto. Accogliamo con piacere il suggerimento. Raggiungiamo Amatrice e, constatato che il ristorante in questione è sopravvissuto ai rovinosi eventi tellurici che hanno colpito la città, non esitiamo a metterne alla prova la cucina assaggiando gli spaghetti con il famoso condimento locale: l’ennesimo momento di gaudio per il nostro stomaco.

Dopo pranzo proseguiamo verso Castelluccio di Norcia, scavalcando il Monte Vettore su un’ardita strada di montagna per ritrovarci in un paesaggio tra i più incantevoli del nostro viaggio. La piana di Castelluccio di Norcia è famosa per la fioritura delle lenticchie e di altre verdure, attraendo per questa ragione migliaia di turisti; la vista è mozzafiato, i prati verdi fioriti si stendono a perdita d’occhio, circondati dalle colline. Uno potrebbe immaginare di trovarsi nelle steppe mongole. Pensavamo di fermarci per la notte, ma dopo una passeggiata tra i papaveri la ressa di camper ed automobili parcheggiate ovunque ci ispira a cercare un luogo più tranquillo. Il sole è ancora alto, partiamo ed un po’ casualmente attraversiamo l’Umbria e capitiamo infine ad Assisi, dove ci accampiamo alle porte della città. Per tutto il giorno passiamo per terre colpite dai terremoti degli ultimi anni, osserviamo sgomenti le macerie ed i troppo lenti e timidi accenni di ricostruzione. Abitando lontano si fatica a cogliere la proporzione di quanto sia vasto il territorio e di quanto sia grande il danno subito, è facile dimenticare i nomi di città e borghi sentiti anni fa al telegiornale ed illudersi che tutto sia, in qualche modo, tornato alla normalità. La situazione è invece ben lontana dall’essere risolta e la normalità è fatta ancora di casette prefabbricate e vite sradicate.

Qui i talebani potrebbero instaurare un bel business

Ad Assisi, che abbiamo visitato appena un paio di anni fa, ci fermiamo solo il tempo di fare quattro passi all’Eremo delle Carceri ed appurare come pure in quell’oasi di pace e raccoglimento non manchi un elemento di disturbo purtroppo assai difficile da eliminare: l’essere umano. Ad ogni svolta del sentiero, dietro ogni frasca di quel luogo ameno troviamo un turista che urla, un bambino che piange, una comitiva sudata e caciarona che si accalca per una foto. Questa insofferenza nei confronti della nostra specie, unita al calore estivo incalzante che ci ha seguito fino in Umbria, ci causa evidentemente un delirio mistico: decidiamo infatti di risalire in auto e di rifugiarci in un altro famoso eremo francescano, a Camaldoli, nel bel mezzo delle foreste casentinesi. L’altitudine del luogo ci fa apparire anche questa nuova destinazione particolarmente allettante per il ristoro dell’anima e del corpo.

Per qualche motivo che ora mi sfugge, Camaldoli è piuttosto nota negli ambienti alternativi-ma-non-troppo quale luogo ideale per ritirarsi dal mondo, meditare e ritrovare la pace interiore. In effetti, trattasi di una subdola strategia di marketing spirituale: durante il nostro soggiorno in zona troviamo più calore umano e sincero trasporto per il prossimo nei gentili ristoratori che nei monaci sgarbati e negli altri personaggi che bazzicano attorno agli edifici religiosi, spesso sospettosamente sensibili al fascino della pecunia. Anche il campeggio, posto nell’incantevole cornice della foresta, non è privo di un frustrante difetto: le piazzole per le roulotte si trovano in alto, lungo la strada, ma i bagni sono in basso, al termine di una lunga e ripida discesa. In queste circostanze ogni sortita per espletare le esigenze naturali diventa una scarpinata che richiede notevole riflessione (ma badate bene, non troppa riflessione!) ed una attenta valutazione dei pro e dei contro. Ci consoliamo con la frescura della montagna, le ultime partite a burraco e la bontà delle schiacciate locali.

A Camaldoli per andare in bagno ti serve l’attrezzatura da trekking

Tutte le cose belle inevitabilmente finiscono e così pure le nostre ferie, ma lo stesso non si può dire per le bolle di calore estive. La nostra, che abbiamo eluso scappando a zig-zag per mezza Italia, ci attende sadica e paziente ai piedi degli Appennini. Ormai non possiamo più sfuggirle: per tornare a casa dobbiamo per forza attraversare quell’immensa padella rovente ed afosa nota come pianura padana, ore ed ore rinchiusi in una scatola di metallo in lento movimento sull’asfalto. L’aria condizionata dell’auto non riesce a reggere il caldo. Noi neppure. Arriviamo a casa in condizioni pietose, lessi come cachi maturi, rimpiangendo amaramente il mare, la montagna e la foresta che ci siamo lasciati alle spalle ed invidiando persino il cane inselvatichito e le altre fiere che scorrazzano libere e felici per i boschi abruzzesi. Concludo approfittando di questo microfono per richiamare l’attenzione sulla necessità di fare tutti del nostro meglio per combattere il riscaldamento globale: smettiamo di usare cannucce di plastica, ricicliamo correttamente i rifiuti e guidiamo con prudenza le nostre petroliere quando passiamo in prossimità della barriera corallina. Se non altro, questo mi consentirà racconti di viaggio più brevi.

2021 Odissea in roulotte

2021 Odissea in roulotte

Tundra vicentina, giugno 2021, anno II dell’era COVID. Stremati da un anno e mezzo di lockdown, smartworking ed altri inglesismi molesti, all’alba dell’estate decidiamo di goderci due settimane di ferie e partire per un bel viaggio rilassante, senza troppa pianificazione né una meta precisa. Solo nei pressi di Padova, dovendo per forza di cose scegliere una direzione, ci poniamo l’ambizioso obbiettivo di puntare la roulotte verso il capo opposto della nostra bella penisola, fino alla Calabria o alla Puglia, fino alle bianche spiagge del Salento… o anche oltre, se riusciamo a prendere una bella rincorsa.

Viaggiare con la roulotte al seguito, anche con qualche piccola deroga al limite di velocità, mi porta inevitabilmente a riscoprire il piacere della lentezza, la virtù della pazienza, il viaggio come esperienza ed altre amenità di cui leggo spesso su facebook. Questo per i primi cento, duecento chilometri, dopo i quali viaggiare con la roulotte al seguito mi porta a riscoprire ipertensione, nervosismo ed alcuni santi meno noti del calendario. Arrivati appena in territorio abruzzese decidiamo quindi, per placare gli animi e riposare le membra, di concederci una sosta in un amabile campeggio dalle parti di Ortona a Mare. Ortona a Mare ha un posto di riguardo nella storia della famiglia di Bruna, in quanto sede degli studi di una sua nonna paterna ai tempi del famoso terremoto di Avezzano; per questa ragione a casa la chiamiamo ancora così, nonostante con nostro grande stupore abbia recentemente perso il suffisso “a Mare” e sia rimasta solo Ortona. Bruna ha numerosi parenti in giro per l’Italia ed in realtà quasi ogni campanile della penisola può fare da sfondo ad una sua storia di famiglia, ma mentre vaghiamo per Ortona (a Mare) il racconto della nonna terremotata si rivela un’ottima scusa per attaccare bottone con due simpatici vecchietti locali, facendoci guidare in un’interessante escursione turistica per il centro storico. Nel frattempo, io e Bustina non trascuriamo di dare la caccia agli arrosticini di pecora che, parenti esclusi, restano pur sempre la principale attrattiva turistica della costa abruzzese.

Ortona (a Mare), sfondo incantevole per un piatto di arrosticini

Soddisfatto il primo assaggio di curiosità gastronomiche e culturali, ci rimettiamo sulla strada. A quanto pare, come di regola durante l’estate, ogni ponte o viadotto autostradale italiano è in fase di manutenzione. Il traffico lungo l’Adriatica procede a singhiozzo e la vita di chi è confinato sulla corsia di destra a tirare la roulotte è ancora più dura, mentre il mare si limita ad apparire ogni tanto in lontananza con il suo luccicare seducente. Arrivati all’altezza del Gargano, il ricordo dell’ultima vacanza in quei paraggi ci assale e sentiamo ormai irresistibile il richiamo delle acque cristalline, delle falesie bianche e delle burrate candide. La strada sarebbe ancora lunga, ma decidiamo di svoltare per concederci un’altra tappa prima di proseguire per la nostra ipotetica destinazione salentina… Destinazione che comincia ad apparire, a dire il vero, sempre più simile ad un miraggio sospeso sul riarso deserto foggiano. Passano i giorni e, sdraiati a rosolare sui ciottoli bianchi di Mattinata o a mollo tra le onde, non si affaccia in noi nessuna particolare impellenza a risalire in auto. Dalla piccola area di sosta dove abbiamo parcheggiato la roulotte basta scendere pochi scalini per arrivare al mare, prima ancora di riuscire a stendere un asciugamano Bustina si è tuffata ed ha trovato un pischello con cui giocare. Con la stessa disinvoltura anche noi, esasperati da mesi di vita domestica, superiamo infine la nostra abituale misantropia e chiacchieriamo con piacere della qualsiasi con chiunque. Come nel giardino dell’Eden, frutta dolcissima, pesce fresco, taralli glassati, burrata e stracciatella sono a portata di mano, mentre la ricotta ci viene recapitata sul tavolino da campeggio ancora calda. La sera, dopo una bella doccia gelata, passeggiamo sul molo sotto le stelle e ci fermiamo a discorrere e a bere una birra con i pescatori. Abbiamo persino imparato a giocare a burraco: la specialità olimpica dei camperisti e della terza età in genere. L’abilità e la fortuna di Bustina in questo gioco sono diventati presto leggendari presso gli altri campeggiatori.

Pare che siamo andati solo a mangiare, ma in effetti c’era anche il mare

Cosa ci può spingere a lasciare questo angolo di paradiso? Il caldo torrido, ecco cosa. Salendo dall’Africa, la prima, atroce bolla di calore dell’estate incombe su di noi e sulla nostra fragile tempra settentrionale. Forgiati nel tiepido clima della tundra, non siamo fatti per reggere le temperature estreme del riscaldamento globale e dopo aver tentato invano di resistere a furia di bagni in mare e brocche di acqua gelata in testa dobbiamo alla fine arrenderci all’evidenza: altro che Salento, ancora una volta il Gargano segna il limite massimo della nostra espansione verso Sud. Ci rassegniamo quindi, senza particolare fretta od entusiasmo, ad agganciare nuovamente sotto il sole impietoso la roulotte per affrontare un viaggio di ritorno che si rivelerà assai più lungo, tortuoso e rovente del previsto.

[continua…]

La vita quotidiana ai tempi del coronavirus #2

Prosegue la quarantena nella nostra felice prigione domestica. La quarantena mi sta entrando in testa: solo a vedere in televisione le immagini di gente seduta tranquillamente al bar mi fa venire l’ansia, anche se è la scena di un telefilm degli anni Novanta. Questa settimana sono uscito solo per andare a recuperare il computer al lavoro, dato che finalmente sono entrato in modalità smart working. Sono tra i fortunati.

Lavorare da casa funziona così: faccio tutto quello che faccio di solito, ma senza vedere in faccia i miei colleghi. Peccato, perché i miei colleghi sono piuttosto graziosi. Il mio dress code magari lascia un po’ a desiderare, ma questo vale anche per il resto dell’anno. Rispettando tassativamente le istruzioni sulla sicurezza che ci hanno consegnato, mi sono creato un’isola di lavoro in mansarda, ho collegato cavi e cavetti e fin dalla prima mattina alle 8 in punto ero operativo. Alle 8.05 della stessa mattina il gatto ha vomitato sul pavimento ed ho dovuto fare una micropausa per pulire, ma a parte questo è andato tutto liscio. Spesso il gatto mi sale sulle ginocchia per spiare quello che faccio, ma non avendomi voluto firmare il GDPR devo farlo scendere; verso mezzogiorno, quando il sole entra dalla finestra e scalda il lato destro della scrivania, si accoccola invece sul tappetino del mouse. La situazione attuale non la turba: lei è in clausura da quindici anni. Nessuno parla di gatti nelle istruzioni sul telelavoro. Nonostante il felino e l’occasionale capatina di Bustina a vedere come sto devo ammettere che in questa condizione di ritiro monacale non si lavora poi così male. Risparmio molto sui tempi di trasporto, anche se mi manca un po’ inveire contro gli altri automobilisti: in pausa pranzo ho aperto la finestra ed ho lanciato quattro insulti alle poche auto di passaggio, giusto per scaricare la tensione.

A quanto pare, anche la parentesi del lavoro da casa potrebbe essere già finita. Aspettiamo sviluppi. Già mi mancano le uscite con gli amici, le serate al bar o al cinema, gli abbracci con i parenti: in pratica, mi manca tutto quello che non facevo neanche prima.

In questi giorni mi viene spesso in mente una poesia di Du Fu, dell’epoca Tang, tremendamente adatta al momento che stiamo passando tutti. So che è molto nota ma la riporto nel caso qualcuno non ce l’abbia ben presente:

 

國破山河在,城春草木深。

感時花濺淚,恨別鳥驚心。

峰火連三月,家書抵萬金。

白頭搔更短,渾欲不勝簪。

 

Il paese è in rovina, monti e fiumi resistono.

In città a primavera erbe e alberi sono fitti,

nel momento della commozione bagno di lacrime i fiori.

Odio gli addii e gli uccelli mi spauriscono il cuore.

I fuochi delle sentinelle durano da tre mesi,

le lettere da casa arrivano a valere diecimila pezzi d’oro.

Sul mio capo bianco sempre più rado al tatto,

i capelli quasi non trattengono più lo spillone.

 

A parte questo, la vita va avanti ricca di emozioni. Ieri, ad esempio, ho trapiantato un cactus. Bello, eh? Mi sono anche punto. La vida loca, proprio. Resistiamo.

La vita quotidiana ai tempi del coronavirus

Da quattro giorni siamo chiusi in casa, porta sbarrata e schioppo puntato su chiunque si avvicini al cancello. Se a questi quattro giorni aggiungiamo una settimana di mutua (vera, dovuta ad un virus da niente, di quelli bonaccioni che giravano una volta) e per Bruna un’altra settimana di semi-clausura causa Bustina in vacanza prolungata, siamo in stato di semi quarantena da quando circolano le prime notizie sul virus in Italia.

Non è che abbiamo particolarmente paura. Siamo più che altro terrorizzati, ma non per noi: per i nostri anziani, come dicono tutti. Io, ad esempio, sono un nostro anziano. Soffro anche di una patologia pregressa: la paura di morire.

La vita in quarantena me la immaginavo più divertente: libri, film, videogiochi, tutto il giorno sul divano. Evidentemente avevo confuso l’epidemia con l’adolescenza. In realtà, la prima sfida della giornata è alzarsi dal letto, togliersi il pigiama e lavarsi i denti. Esattamente come durante la mia adolescenza, in effetti. Ora però non sono più un ragazzino brufoloso, ho una figlia di cui prendermi cura ed è mia responsabilità soddisfare le sue esigenze. La mattina non faccio neppure in tempo a bere il caffè che Bustina pretende che io accenda il computer per giocare insieme a vecchi videogiochi degli anni Novanta e se questo è il mio dovere di padre, potete stare sicuri che non mi tirerò indietro!

La scuola di Bustina non ha ancora fatto partire la didattica a distanza, del resto aspettarsi che tutto il mondo della scuola si adegui al ventunesimo secolo nel giro di un paio di settimane sembra una richiesta un filino fantascientifica. Attendiamo fiduciosi, nel frattempo le maestre si stanno prodigando comunque a recapitare in via più o meno telematica tutti i compiti al fine di evitare che le nostre piccole caprette tornino a brucare l’erba.

Noi grandi ci teniamo in forma con le pulizie di casa, facciamo un po’ di ginnastica e taijiquan tutti i giorni e studiamo il cinese, anche se la nostra speranza di compiere il quinto viaggio in oriente quest’estate si fa ogni giorno più flebile. Finora siamo usciti solo un paio di volte, per andare in farmacia o a fare la spesa, rigorosamente uno alla volta e bardati con delle mascherine che avevamo comprato qualche anno fa proprio per andare in Cina. Per l’inquinamento, sapete? Una volta ci si metteva le mascherine per l’inquinamento. Che tempi buffi.

Le avventure di Bustina #9: la settimana bianca

Stremati dalle piacevolissime festività natalizie, io e la mia gang familiare abbiamo deciso di iniziare l’anno nuovo nelle selvagge terre dell’Alta Carniola, in Slovenia. Pur avendo bazzicato per le terre balcaniche in passato ed essendo un frequentatore abituale delle coste istriane, ammetto di non conoscere quasi nulla di questo paese. A dire il vero, conosco solo le grotte di Postumia e le scorciatoie di frontiera per evitare il pagamento dell’esosa vignetta autostradale quando vado al mare. Io e Bruna siamo uniti dall’odio nei confronti dei caselli ed anche in questa occasione abbiamo optato per attraversare il confine su strade secondarie e tortuosi valichi montani come vecchi contrabbandieri, allungando il viaggio ed arrivando alla nostra meta nel tardo pomeriggio di San Silvestro.

 

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Contro il logorio della vita moderna

Avevamo scelto come alloggio un’ampia camera con cucina e bagno in comune, in un paesino rurale presso il lago di Bohinj. Zone ai margini del turismo di massa, dove vive gente indurita dalla vita agreste e dove in questa stagione la quiete ed il silenzio vengono rotti solo dall’occasione belato di una pecora: esattamente il genere di posto di cui avevamo bisogno per ricaricare le batterie prima di affrontare tutte le emozionanti sfide dell’anno nuovo. Anche il genere di posto dove mi rifugerei volentieri se non avessi occasionalmente bisogno di mantenere delle relazioni sociali con altri appartenenti alla specie umana.
Nonostante la rubiconda proprietaria dell’ostello ci avesse informato che, per l’occasione, ci sarebbe stata una festa al centro del paese, abbiamo preferito rifugiarci subito in camera. Tanto per cominciare, non siamo più i vecchi contrabbandieri di una volta, viaggiare per strade secondarie e tortuosi valichi montani ci aveva un po’ stancato ed inoltre non siamo neppure particolarmente affezionati ai festeggiamenti di Capodanno. Il centro del paese, a dirla tutta, era costituito da quattro bancarelle di legno di fronte ad un minimarket, per cui non era lecito aspettarsi niente di così allettante da invogliarci a sfidare il freddo invernale. Ci siamo preparati una pastasciutta, peraltro ottima, abbiamo fatto qualche partita ad un videogioco e ci siamo detti soddisfatti della sfavillante serata. A mezzanotte abbiamo stappato una bottiglia di succo di frutta ed abbiamo fatto un brindisi prima di metterci a dormire. Io a dire il vero avevo comprato una scatola di petardi in un negozio cinese, ma non sono neppure riuscito a convincere le mie compagne di avventure ad uscire per farli scoppiare. Resta comunque un capodanno migliore di quello del 2017, che abbiamo trascorso rinchiusi nella stanza di un ostello di Shanghai a mangiare spaghetti in brodo sul bordo del letto, con Bruna colpita dall’influenza: avendo quell’esperienza come punto di riferimento verso il basso qualsiasi altra celebrazione, per quanto frugale, sembra in prospettiva la notte degli Oscar.

 

 

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Medaglia d’oro in carineria

Il primo giorno dell’anno ha visto anche l’ingresso di Bustina nel mondo degli sport invernali. Dopo aver vagato alla ricerca di qualche prato innevato ed essersi scaldata con qualche discesa sullo slittino, la nostra ragazza ha inforcato per la prima volta gli sci e sotto le amorevoli cure di sua madre ha cominciato a familiarizzare con questi strumenti. Avrei voluto aiutarla anch’io, ma purtroppo a causa della mia incompetenza in materia sono stato diffidato dal frequentare le piste su tutto il territorio europeo, perciò mi limitavo ad elargire consigli tanto saggi quanto scontati, del tipo “Avvicina le punte, allontana i talloni, dà retta a tua madre che io mi sono sempre trovato bene ed in caso di estrema difficoltà mira sempre ai bimbi più grassocci che ti garantiscono un atterraggio morbido.” Più utile dev’essere stato l’addestramento impartito da Bruna, visto che entro la fine della giornata Bustina scendeva da sola la pista per bambini e mi aveva già superato in perizia, traguardo desolantemente facile da raggiungere.
Purtroppo le cose si sono rivelate più complicate quando abbiamo provato a mettere la piccola alla prova con lo skilift di una vera pista: al primo tentativo, gli sci le si sono incrociati dopo pochi metri facendola ruzzolare rovinosamente a terra con conseguente blocco dell’impianto. Al secondo tentativo, si è ripetuto l’incidente. Intorno al quindicesimo tentativo (siamo genitori molto pazienti) siamo riusciti a farle capire che doveva afferrare molto saldamente quella dannata asticella e non mollarla qualsiasi cosa fosse successa: di conseguenza, dopo aver perso l’equilibrio durante la salita, si è piegata di lato ed è crollata sul fianco rigida come uno stoccafisso senza mollare l’asticella dello skilift, facendosi trascinare per qualche metro prima di essere soccorsa. A quanto pare con gli sci può essere più difficile salire che scendere.

 

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Le caratteristiche barche cinesi del lago di Bled

Quando non eravamo impegnati a divertirci sulla neve alle spalle di nostra figlia, passavamo la giornata in meravigliose escursioni nei dintorni. Siamo andati a vedere il suggestivo lago di Bled, con il suo paesaggio da cartolina, la chiesetta in mezzo al lago, le carrozze per i turisti e le barchette che ricordavano quelle dei parchi cinesi. Abbiamo fatto una passeggiata fino alla parete di roccia da cui sgorga l’impetuosa cascata che dà vita alla Sava, il lungo fiume balcanico che scorre fino a gettarsi nel Danubio dalle parti di Belgrado. Essendo un fiume balcanico, pare in realtà che abbia molte sorgenti e che ogni Stato se ne contesti la paternità, quindi diciamo che siamo andati a vedere una delle sorgenti della Sava! Un altro giorno abbiamo risalito, lungo un sentiero immerso nel bosco, l’impressionante orrido scavato da un torrente dalle acque verdi smeraldo.  Le doti di camminatrice di Bustina per il momento superano di gran lunga quelle di sciatrice: all’inizio sbuffa, poi parte con le sue gambettine muscolose e fatica ad aspettarci. Spesso, mentre giravamo in auto per le colline ed i monti che sovrastano il lago di Bohinj alla ricerca del leggendario Zlatorog, di una chiesetta caratteristica (trovata chiusa) o semplicemente vagavamo senza meta alla scoperta dei dintorni, ci imbattevamo in scorci incantevoli di cime innevate o in foreste ghiacciate degne di un paesaggio nordico.

 

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Bontà vitaminica balcanica

Anche per quanto riguarda il cibo non abbiamo avuto di che lamentarci: se di giorno ci accontentavamo di solito di mangiare un panino in qualche piazzola assolata, per le nostre cene abbiamo scoperto una trattoria fuori mano dal gusto retrò, dove mangiare salsiccia e carne alla griglia accompagnate da una montagna di patate fritte ed innaffiate di ottima birra slovena, sotto lo sguardo nostalgico di Tito che ci fissava dalle foto appese alle pareti. Bustina in questa occasione ha scoperto un’altra insospettabile prelibatezza balcanica: la Cedevita, ben nota aranciata istantanea multivitamica. La sera ci ritiravamo in camera a giocare ad un vecchio videogioco di corse d’auto sul portatile: stiamo cercando di dare una formazione multidisciplinare a Bustina, pertanto è bene che impari presto anche quali sono le tattiche migliori nel caso di una gara clandestina o di un inseguimento della polizia.

 

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Pedagogia Fast & Furious

Con l’Epifania che tutte le feste si porta via ci siamo purtroppo dovuti rassegnare al termine della vacanza. Addio al lago Bohinj, ai boschi parzialmente innevati, ai torrenti impetuosi ed alle salsicce di Craina. Durante il viaggio di ritorno, dopo aver nuovamente percorso molte strade secondarie e tortuosi valichi montani per continuare a sfuggire ai pedaggi autostradali sloveni, siamo arrivati alle pendici del monte Triglav sopra Kranjska Gora impelagandoci alla ricerca di una sfuggente chiesetta russa (trovata chiusa anche questa) e da lì siamo poi scesi fino a Tarvisio ed alle terre natie dove, per inciso, abbiamo scelto coerentemente di proseguire su altre strade secondarie fino a casa, facendo una pausa con una magnifica tappa a San Daniele per salutare i parenti furlani.

 

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Io ed il mio nuovo amico in uno dei rari momenti di privacy

Resta da chiarire solo un particolare, perché so che qualcuno nella mia famiglia sta mettendo in giro delle voci compromettenti nei miei confronti. Il paesino dove alloggiavamo presso il lago di Bohinj era un autentico dedalo di stradine tra case di campagna dai tetti appuntiti, ponticelli e vicoli ciechi. Per trovare una via d’uscita, avevo preso come punto di riferimento un graziosissimo lassie che passava la giornata a dormire, elegantemente sdraiato su una panchina al sole. Inevitabile che il mio sguardo corresse a cercare quel cane mentre vagavo per il paese, perché altrimenti a causa del mio scarso senso dell’orientamento avrei impiegato ore a trovare la strada giusta. Magari altri punti di riferimento sarebbero stati altrettanto adeguati allo scopo e non c’è un vero motivo per cui io abbia scelto quel lassie, era solo un bel cane dal lungo pelo fulvo che stava sonnecchiosamente di guardia vicino ad uno dei due ponti di ingresso al paese. L’altro ponte non mi piaceva granché, è per questo che sceglievo sempre la strada che passava davanti al cane. Può essere che io abbia nominato quel lassie un po’ troppo spesso durante la vacanza. Ammetto di essere ripetitivo. Questo non significa tuttavia che io fossi innamorato del cane, come qualcuno ha insinuato. Non c’è stato nulla tra di noi, ed eventuali sguardi di intesa non possono comunque essere dimostrati in alcun modo. Qualsiasi illazione in merito sarà affrontata nelle sedi opportune a tutela dei nostri diritti: so che l’avvocato del lassie ha già fatto partire le prime lettere di diffida.

 

Appello alla gioventù

Nella cultura tradizionale cinese i giovani non erano tenuti in grande considerazione ed il loro ruolo nella società si riduceva fondamentalmente alla sottomissione: obbedire ai genitori, ai superiori, ai funzionari, all’imperatore ed a qualsiasi altra forma di autorità prevista dal canone confuciano. Nel 1915, Chen Duxiu pubblica un articolo in cui si appella proprio ai giovani per rovesciare lo status quo e pretendere un cambiamento rivoluzionario nella società cinese; si potrebbe dire, esagerando un po’, che Chen Duxiu con questo articolo abbia inventato la gioventù cinese. Lo ripubblico oggi, trascritto pari pari dall’unica edizione in italiano che sono riuscito a trovare, sia perché a dispetto del nichilismo generale io continuo a credere nel futuro, nel progresso e nella gioventù, sia perché a questo stesso articolo è attribuito un certo ruolo di stimolo per la nascita del successivo movimento  del 4 maggio 1919 (di cui quest’anno ricorre il centenario) e di tutti i successivi movimenti di aspirazione democratica in Cina, fino all’orribile massacro del 1989 (di cui pure ricorre l’anniversario tra qualche giorno). Pur amando la Cina, e proprio perché amo la Cina, il mio cuore continua batte a fianco di chi lotta per la libertà.

Chen Du Xiu: Appello alla gioventù

Fonte: pubblicato in “Xin qingnian”; traduzione inglese, Teng Ssu-yu e J.K. Fairbank, “China’s Response to the West”, Cambridge (Mass.) 1954. [Vedi J. Chesneaux, La Cine contemporanea, Bari 1963, pp. 170-80].

I cinesi, per fare un complimento, dicono: “Agisce come un vecchio, sebbene sia ancora giovane”; gli Inglesi e gli Americani dicono invece come un incoraggiamento: “Resta giovane anche invecchiando”. È questo uno degli aspetti in cui si manifestano i differenti modi di pensare dell’Occidente e dell’Oriente. La gioventù è come l’inizio della primavera, il sorgere del sole, il germogliare degli alberi e dell’erba, come una lama appena affilata; è il periodo più prezioso della vita. La funzione della gioventù nella società è la stessa che ha una cellula fresca e vitale nel corpo umano. Nel processo del metabolismo ciò che è vecchio e consunto viene incessantemente eliminato per essere sostituito a ciò che è fresco e vivente… Se il metabolismo funziona bene in un corpo umano, la persona sarà più sana, se invece le cellule vecchie consunte si accumulano e riempiono il corpo, la persona morirà. Se il metabolismo funziona bene in una società, questa fiorirà, ma se gli elementi vecchi consunti riempiono la società, questa cesserà di esistere […]

  1. Siate indipendenti, non servili.

Tutti gli uomini sono uguali. Ognuno al diritto a essere indipendente, ma non ha assolutamente il diritto di asservire gli altri, né alcun obbligo di essere servile. Parlando di schiavitù noi pensiamo che nei tempi antichi i deboli persero il loro diritto la libertà, che fu selvaggiamente usurpato dei tiranni. Ma da quando si hanno delle teorie sui diritti dell’uomo e sull’uguaglianza, nessuno che abbia sangue nelle vene può tollerare [il nome di schiavo] […] Emancipazione significa liberarsi dal giogo della schiavitù e acquistare una personalità completamente indipendente e libera. Io ho mani e piedi, e posso guadagnarmi la vita; ho una bocca e una lingua, e posso manifestare tutto ciò che mi piace e non mi piace; ho una mente, e posso determinare le mie proprie credenze. Non permetterò assolutamente che altri facciano queste cose per conto mio, né mi assumerò alcun diritto di asservire gli altri. Una volta che si riconosce l’indipendenza della personalità, tutte le questioni di comportamento, tutti i diritti e i privilegi, tutte le credenze, dovranno essere lasciati all’abilità naturale di ciascun individuo; non c’è assolutamente alcuna ragione per cui uno dovrebbe seguire ciecamente gli altri. D’altra parte la lealtà, la pietà filiale, la castità, la rettitudine costituiscono una modalità da schiavi […]

  1. Siate progressivi, non conservatori

“Senza progresso si ha regresso”, dice una vecchia massima cinese. Considerando le leggi fondamentali dell’universo, tutte le cose o i fenomeni sono costantemente in evoluzione, e la conservazione dello status quoè assolutamente fuori questione. Solo la limitatezza dell’ordinario punto di vista dell’uomo ha reso possibile la differenziazione tra i due stati di cose. Questa è la ragione per cui la teoria dell’evoluzione creatrice, l’evolution créatrice del filosofo francese contemporaneo Henri Bergson, è diventata immensamente popolare per tutta una generazione. […] Tutta la nostra etica, le leggi, la dottrina, i riti e costumi tradizionali non sono che sopravvivenze del feudalesimo. In confronto con ciò che ha fatto la razza bianca c’è una differenza di un migliaio di anni nel pensiero, anche se noi viviamo nello stesso periodo. Con lo stare a riverire solo la storia delle ventiquattro dinastie, e senza far piani per il progresso e il miglioramento, il nostro popolo verrà eliminato da questo mondo del secolo XX, e verrà cacciato nelle oscure fosse buone solo per gli schiavi, i buoi e i cavalli. […] Il progresso del mondo è come quello di un cavallo velocissimo che galoppa e galoppa. Tutto ciò che non può abilmente mutarsi e progredire insieme al mondo si troverà eliminato per selezione naturale a causa della propria incapacità di adattarsi all’ambiente. Che cosa si può dire ancora per difendere il conservatorismo?

  1. Attaccate, non ritiratevi

Mentre la marea del male sta ora avanzando, non sarebbe rara virtù da parte di uno studioso che abbia rispetto di se stesso ritirarsi dal mondo per mantenersi pulito? Ma se il vostro scopo è influenzare il popolo e stabilire una nuova tradizione, io suggerisco che voi facciate un ulteriore progresso dalla vostra attuale alta posizione. È impossibile evitare la lotta per la sopravvivenza, e finché uno respira non c’è posto dove possa ritirarsi per una tranquilla vita da eremita. È nostro obbligo naturale nella vita avanzare malgrado le tante difficoltà; ad essere benigni, ritirarsi è azione da uomo superiore che si allontana dalla volgarità del mondo, ma a dirla con cattiveria è un comportamento da deboli, incapaci di lottare per la sopravvivenza […]

  1. Siate cosmopoliti, non isolazionisti

Qualsiasi mutamento nella vita economica e politica di una nazione avrà abitualmente ripercussioni su tutto il mondo, come tutto il corpo è toccato quando si tira un pelo. La prosperità o il declino, il sorgere o il decadere di una nazione, oggi, dipendono per metà dall’amministrazione interna e per metà da influenze esterne. Prendete come prova i recenti eventi del nostro paese: il Giappone è improvvisamente cresciuto in potenza e ha stimolato i nostri movimenti rivoluzionari e di riforma; è scoppiata la guerra europea e allora il Giappone ci ha presentato le sue richieste; non è una chiara prova? Quando una nazione è gettata nelle correnti del mondo moderno i tradizionalisti affretteranno certo il giorno della sua caduta, ma coloro che sono capaci di mutamento coglieranno l’occasione per competere e progredire […] Un proverbio dice: “Chi costruisce il suo carro dietro i cancelli chiusi non lo troverà poi adatto alle strade fuori dei cancelli”; ma i costruttori di carri di oggi non solo chiudono i loro cancelli, ma vogliono addirittura usare i metodi contenuti nel capitolo sulla tecnologia dei Riti di Zhou per le autostrade d’Europa e d’America. E i danni saranno ben più gravi di quelli che provengono dal non adattarsi alle strade!

  1. Siate utilitaristi, non formalisti

Il sistema sociale e il pensiero europei hanno subito un cambiamento dopo che J. S. Mill ha propugnato l’utilitarismo in Inghilterra e Comte il positivismo in Francia […][…] Anche se una cosa è d’oro o di giada, quando non serve a niente in pratica essa vale meno della stoffa grezza, del grano, del concime o del fango. Ciò che non porta alcun beneficio nella vita pratica di un individuo o di una società è tutto vuoto formalismo e imbroglio; e anche se ci vengono tramandati dei nostri antenati, elaborati dei saggi, protetti dal governo e adorati dalla società, gli imbrogli non valgono un soldo.

  1. Abbiate un’attitudine scientifica, e non fantastica.

Che cos’è la scienza? È la nostra concezione generale della materia che, costituendo la somma dei fenomeni oggettivi quali sono analizzati dalla ragione soggettiva, non contiene in sé alcuna contraddizione. Che cos’è l’immaginazione? Essa comincia col passare al di là del regno dei fenomeni oggettivi, e poi elimina la ragione stessa; è qualcosa di campato in aria, consistente di ipotesi senza prove, e tutta la sapienza esistente del genere umano non riesce a trovare in essa una ragione, a spiegare le sue leggi e i suoi principi. C’era solo immaginazione e non scienza nei giorni oscuri dell’antichità, così come tra i popoli selvaggi di oggi. La religione, l’arte, la letteratura furono i prodotti del periodo dell’immaginazione. Il contributo che lo sviluppo della scienza ha dato la supremazia dell’Europa moderna sulle altre razze non è minore di quello della teoria dei diritti dell’uomo […] I nostri medici non conoscono la scienza: non solo essi ignorano l’anatomia umana, ma non analizzano le proprietà delle medicine, in quanto ai batteri e alle malattie contagiose, non ne hanno mai sentito parlare; essi non sanno che ripetere come pappagalli le chiacchiere sui cinque elementi, sulle loro promozioni e prevenzioni reciproche, sul freddo e sul caldo, sullo yin e lo yang, e prescrivere medicine secondo le antiche formule. La loro tecnica è praticamente come quella di un arciere, e il sommo della loro meravigliosa immaginazione e la teoria del qi, che si applica perfino alle tecniche degli atleti professionali e preti taoisti. Per quanto si cerchi in ogni parte dell’universo, non si saprà mai che cosa è esattamente questa “forza primigenia”; tutte queste idee prive di senso e queste credenze irragionevoli possono essere curate alla radice solo dalla scienza, poiché spiegare la verità per mezzo della scienza significa provare ogni cosa con i fatti.…Giovani, assumetevi questo compito!

[Marianne Bastid, Marie-Claire Bergère, Jean Chesneaux, La Cina, Volume Secondo: Dalla guerra franco-cinese alla fondazione del Partito Comunista cinese 1885-1921, Einaudi 1974]

Le avventure di Bustina #8: favola di Venezia

Le avventure di Bustina #8: favola di Venezia

Noi ci vantiamo di voler dare a Bustina un’educazione moderna e cosmopolita, ma devo confessare che fino a poco tempo fa ella soffriva di una delle più gravi forme di lacuna culturale di cui possa soffrire un essere umano: non era mai stata a Venezia. Il dramma potrebbe eventualmente essere giustificabile, in una pargola di cinque anni e tre quarti, se le fosse capitato di abitare a Benin City o a Punta Arenas. Già entro i confini dell’Eurasia la faccenda sarebbe del tutto vergognosa. Considerando che abitiamo ad un tiro di spritz dalla città lagunare e che Bustina si è già sciroppata nel corso della sua giovane vita già cinque viaggi intercontinentali ed una capatina in Abruzzo, francamente tale mancanza appare ingiustificabile e meritevole di biasimo. Oltretutto, recentemente Bustina si è invaghita di uno di quei personaggi visti in televisione che impazzano tra i giovani, un tale Marco Polo. Pare che “Marco”, come lo chiama familiarmente lei, abitasse proprio a Venezia e la piccola ammiratrice ha insistito molto per andare a visitarla…

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Le gondole ed altri terribili luoghi comuni

Approfittando di un corso professionale svolto da Bruna nei paraggi, quindi, io e Bustina abbiamo trascorso un fine settimana a Venezia avventurandoci per questa città che ero solito frequentare nei giorni della mia giovinezza. Graziati da due giornate di cielo limpido e da un periodo di bassa stagione che la faceva apparire quasi deserta, abbiamo passeggiato per tutte le calli ed i ponti più famosi. Quando il freddo si faceva troppo pungente, salivamo in traghetto per un lungo giro del Canal Grande o cercavamo rifugio in qualche chiesa. Il sabato abbiamo persino visitato alcuni musei eccezionali come la Scuola Grande di San Rocco o il Museo di Arte Orientale a Ca’Pesaro, ricchi di opere d’arte uniche al mondo ed ottimamente riscaldati nelle giornate d’inverno. Il giorno dopo, invece, non avendo una meta designata né orde di turisti da scansare, ci siamo a lungo permessi di passeggiare a caso, svoltando ad ogni incrocio verso dove ci attraeva semplicemente una calle più stretta delle altre o un edificio dall’architettura curiosa, finendo spesso per perderci o sbucare in un delizioso campiello senza vie d’uscita per poi tornare indietro.

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Venezia è nota più che altro per la presenza di ponti

Bustina si conferma un’eccellente camminatrice (oltre venti chilometri a piedi in due giorni!) ed una bambina curiosa, attenta e divertente. Viaggiare con lei è sempre un’esperienza meravigliosa, che ti permette di riscoprire posti che pensavi di conoscere e vederli con occhi nuovi. Ad esempio, non ricordavo che a Venezia ci fossero così tanti posti che non sono bacari. L’unica nota di delusione è stata causata dall’assenza della tanto agognata “casa di Marco Polo”, distrutta probabilmente qualche secolo fa per essere sostituita da un negozio di souvenir. Solo una targa di marmo, posta ad altezza inspiegabile, ricorda che il famoso mercante aveva dimorato nei paraggi. In Cina avrebbero senz’altro ricostruito l’edificio ex-novo in stile finto medievale… ed alla fine non sono del tutto sicuro che mi sarebbe dispiaciuto. D’altra parte, nel corso delle nostre escursioni oltre la Grande Muraglia abbiamo visitato almeno 3 città che si vantavano di essere “la Venezia D’Oriente” ed abbiamo sentito questo epiteto riferito almeno ad un’altra decina di località grandi o piccole. So di darvi un dispiacere, amici cinesi, ma senza alcuno spirito campanilistico devo ammettere che di Venezia al mondo ce n’è una sola, ladra e puzzolente, misteriosa e sempre affascinante, unica ed insostituibile. Almeno fino a quando la smonterete per trasferirla nel bacino dello Yangtze, ovviamente.

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Senza nulla togliere alle foci dello Yangtze

Piano B per la Cina, #5: Il silenzio degli agnelli

Eccoci arrivati all’ultima tappa: con Xi’An si conclude il racconto del nostro quarto viaggio in Cina. I più attenti di voi ricorderanno che eravamo già stati in questa città nel corso del nostro secondo viaggio, dedicato alla procedura di esfiltrazione di Bustina dai confini cinesi. Dato però che in quella occasione la nostra esperienza turistica si era limitata alle due o tre principali attrazioni (l’esercito di terracotta, la grande pagoda dell’Oca Selvatica e le mura cittadine), abbiamo chiesto a Bustina se avesse qualche destinazione meno conosciuta da consigliarci, o almeno qualche ristorante economico. Con nostra grande delusione la piccola Xi’Anese di casa non ha saputo aiutarci: a quanto pare a due anni non la lasciavano andare molto in giro. Ci siamo quindi arrangiati come al solito.

A Xi’An Bruna ha eletto il baracchino come proprio mezzo di trasporto prediletto. Per chi si fosse distratto durante le puntate precedenti, il baracchino è una specie di motoretta dotata di tettuccio e posti a sedere per gli ospiti paganti, l’equivalente motorizzato del risciò. Le portiere laterali e le cinture di sicurezza sono generalmente assenti, in modo da poter assaporare più da vicino la vita della città e gli eventuali bagagli possono essere stipati sopra il tettuccio o sotto le gambe dei passeggeri. Non è un mezzo molto veloce, ma è piccolo ed agile, ideale per districarsi tre le strade trafficate senza dare troppo peso al noioso codice della strada, ammesso che in Cina ne esista uno. Il prezzo è contrattabile, ovvero si mostra all’autista l’indirizzo di destinazione, si ascolta la sua ladresca proposta e la si abbassa almeno del cinquanta per cento. Si può tranquillamente tener duro sul prezzo senza cedere troppo a compromessi, tanto se la trattativa non dovesse andare a buon fine non mancherà un altro baracchino poco più avanti. Bruna è spietata in questi affari. Viaggiando sui baracchini abbiamo attraversato il centro di Xi’An in lungo e in largo, mettendo a dura prova la salute delle nostre coronarie ma risparmiando preziosi centesimi di yuan.

Le possenti mura al neon di Xi’An

Di quando in quando, se la destinazione era troppo lontana o la pioggia faceva sparire i baracchini, prendevamo la metropolitana. Al momento Xi’An non possiede una rete di metropolitana vasta come quella di Pechino o Shanghai, ma si distingue per alcuni curiosi divieti puntigliosamente segnalati all’interno di ogni vagone. Ad esempio, è proibito bere o mangiare, sollecitare donazioni per qualsiasi causa, cantare, chiedere l’elemosina o espletare i propri bisogni corporali. Generalmente io non frequento posti dove ritengono necessario specificare che è vietato fare i bisogni in pubblico, perciò l’alternativa dei baracchini era enormemente apprezzata.

Il primo giorno di permanenza in questa città Lorella e Maura se ne sono andate da sole a visitare l’esercito di terracotta; al ritorno, per dare un po’ di pepe ad un’esperienza altrimenti troppo scontata sono riuscite a litigare con l’autista di un autobus privato che aveva cercato di truffarle, facendosi di conseguenza abbandonare lungo una statale e rischiando di diventare vittime del traffico di bianche dello Shaanxi. Ovviamente in questo caso il concetto di truffa va rapportato agli standard occidentali, perché credo che in Cina attirare i turisti stranieri su un autobus “veloce” che costa il triplo di quelli normali sia considerata una normale pratica commerciale. Ad ogni modo, le nostre compagne di viaggio non si sono fatte abbindolare e sono riuscite a fermare al volo uno degli autobus regolari e a tornare in città sane e salve.

Nel frattempo, noi tre Magnabosco-Piccinelli-Viendalmare siamo andati a fare un giretto per il quartiere islamico. Xi’An era il punto di partenza della Via della Seta e gli scambi commerciali con il mondo arabo erano ampi e vivaci. Il quartiere musulmano di Xi’An, eredità di questo fiorente passato, è un curioso dedalo di stradine, bancarelle e negozi   attraversato da torme di turisti, commercianti, motorini e “baracchini” a quattro ruote, dove i profumi delle spezie si mescolano agli aromi del cibo di strada: pizze ricoperte di semi di girasole, panini imbottiti, zampe di gallina, spiedini di ogni sorta, dolci, frutta, patate arrosto… Uno spettacolo caotico ed affascinante in qualsiasi momento dell’anno, con l’unica eccezione del giorno scelto per la nostra passeggiata: infatti era la Festa del Sacrificio, che viene celebrata in ogni famiglia musulmana di ogni quartiere musulmano del mondo con un pasto a base di pecora. Pecora uccisa recentemente ed in modo molto sanguinoso, spesso lungo la strada, per poi essere scuoiata e macellata in un effluvio di odori insopportabili. Ad ogni modo, a parte le scene da film dell’orrore e l’occasionale pozza di sangue da scavalcare, la nostra passeggiata è stata comunque piuttosto piacevole: abbiamo visitato un’antica moschea molto suggestiva e poi siamo fuggiti in un parco pubblico, dove tra i laghetti ricoperti di piante di loto abbiamo ritrovato la pace interiore. Qui Bustina ha provato l’ebbrezza di guidare una specie di ippopotamo meccanico, rischiando di andare a sbattere contro un albero e poi di ribaltarsi, ma divertendosi moltissimo.

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Montagne di spezie, perché le pecore morte non sono fotogeniche

 

Mentre vagavamo nei paraggi, abbiamo avuto anche il piacere di imbatterci in un curioso angolo di “vecchia Cina”: lungo una stradina laterale la nostra attenzione viene attratta da alcuni negozi che esponevano sul marciapiede gabbiette di legno molto piccole e strumenti dalla forma curiosa. Si trattava di venditori di grilli domestici, insetti verdi e decisamente grandi rispetto a quelli a cui siamo abituati dalle nostre parti, i quali sono molto apprezzati in Cina a causa del loro canto (ehm…) melodioso; alcuni li portano addirittura in giro nelle loro gabbiette per fargli prendere aria e godere della loro compagnia mentre passeggiano. Poco lontano abbiamo trovato invece spietati allevatori di grilli da combattimento, che dopo aver aizzato i propri atleti con dei sottili pennellini li costringevano a lottare tra loro all’interno di barattoli di latta. Nonostante fossi al corrente di queste antiche tradizioni, è la prima volta che mi capita di imbattermici di persona e questa circostanza mi ha entusiasmato, tanto che ho comprato una piccola ciotola di ceramica per grilli, nel caso mi venisse mai voglia di allevarne uno. Mi rendo conto che forse avrei dovuto provare maggiore compassione per questi innocui animali condannati ad una vita di prigionia o di violenza, ma in tutta onestà rispetto alle pecore incrociate poco prima mi è sembrato che se la spassassero alla grande.

Il secondo miglior negozio di grilli di Xi’An

Superato il trauma delle pecore brutalizzate sul marciapiede, abbiamo dedicato il giorno successivo a visitare la Torre del Tamburo e quella della Campana, due tra gli edifici storici più caratteristici della città, e a gironzolare nei dintorni. L’ultima mattina prima della partenza abbiamo invece approfittato della permanenza a Xi’An per fare una capatina in alcuni luoghi fondamentali per la storia della nostra famiglia: il Golden Flower hotel ed il parco Changle. Si tratta dell’albergo dove alloggiavamo quando abbiamo incontrato per la prima volta Bustina e della meta delle nostre prime passeggiate amorose famigliari. Siamo persino entrati nell’hotel, facendo finta di niente, per esplorare un po’ commossi la lobby ed i corridoi dove Bustina muoveva i suoi primi passettini in nostra compagnia. Il parco, poco lontano, si conferma ancora uno dei più belli che abbiamo visto in Cina, con i suoi scenari rilassanti e la gente intenta a suonare, cantare o praticare tai chi. Rivedere quei posti ha suscitato in noi emozioni molto forti, mentre Bustina fingeva di riconoscere il teatro delle sue prime scorribande e ci assecondava placidamente in attesa della pausa pranzo.

Con questa nota di felice nostalgia, seguita solo da un ultimo pranzo in uno dei deliziosi ristorantini della metropoli, un viaggio fino all’aeroporto ed una noiosa sfilza di coincidenze aeree, anche il nostro quarto viaggio in Cina è giunto alla fine. Forse è stato il viaggio con il maggior numero di spostamenti, sicuramente quello con la maggiore quantità di chilometri percorsi via terra: bus, treni ad alta velocità, taxi, baracchini… Molti baracchini. Abbiamo visto scenari incredibilmente diversi, dalla frenesia metropolitana di Pechino alle case di terra scavate sul dorso della collina dello Shanxi, dalle sterminate pianure coltivate alle centrali a carbone, dalle montagne sacre ai villaggi di campagna ormai abbandonati. Non abbiamo mangiato troppe cose strane, anche se i leggendari la mian lunghi due metri hanno messo un po’ in crisi la nostra dimestichezza con le bacchette. Ormai io e Bruna non viviamo più lo shock da lontano Oriente, ma questa volta la presenza di Lorella e Maura ha apportato al viaggio un punto di vista diverso, magari più fresco, spingendoci anche a cogliere aspetti che noi diamo per scontati e a rimettere in discussione le nostre interpretazioni di usi, costumi, affinità e differenze.

Per poi permetterci di appurare che il nostro punto di vista era il più corretto fin dal principio, ovviamente.

Tutti amano la Cina, no?

Ad ogni modo, la Cina continua a rivelarsi un Paese in rapido cambiamento ma allo stesso tempo legato alla propria storia ed alle proprie tradizioni millenarie, un mondo schizofrenico e forse spietato, ma dove trovi sempre qualche sconosciuto che per ragioni inspiegabili si fa in quattro per aiutarti, un posto con regole sociali ed abitudini talvolta brutalmente diverse dalle nostre e proprio per questo anche affascinanti e suggestive. Un Paese che, insomma, non ci siamo ancora stancati di visitare ed esplorare.

E se tutto questo non bastasse a convincervi ad amare la Cina, aggiungo pure che i mezzi della pulizia stradale annunciano il proprio passaggio sparando dagli altoparlanti un’adorabile musichetta tradizionale, con tanto di guqin e pipà.

(Pure alle sei di mattina, eh.)

Piano B per la Cina, #4: Trappola per gechi

Quand’è stata l’ultima volta che avete visto una libellula? A Chenjiagou, verso sera, si alzano in volo dai campi centinaia di libellule, ed il frinire delle cicale durante i pomeriggi di sole sovrasta le spiegazioni dei maestri di Tai Chi.

Chenjiagou è il villaggio nella campagna cinese dove è nato il Tai Chi Chuan, almeno quattro secoli fa. Dopo il nostro primo viaggio in Cina lo descrivevo come un paese di pastori, contadini e maestri di Tai Chi, un paesaggio rurale molto povero ma tranquillo, lontano dalla frenesia delle metropoli. La vita in questo villaggio pareva scorrere sostanzialmente immutata da tempi antichissimi, perciò non avrei mai immaginato che sarebbero stati sufficienti solo cinque anni per renderlo quasi irriconoscibile. La sera in cui siamo arrivati, dopo un tragitto assurdamente lungo sui treni ad alta velocità ed un tratto interminabile di strada a bordo di un’auto pregna di odore di benzina, siamo rimasti storditi dal cambiamento. Una nuova strada a sei corsie partiva dal ponte sul Fiume Giallo, aggirando gli altri centri abitati del circondario, e si fermava proprio di fronte alla nostra scuola di Tai Chi. Ciononostante, ci abbiamo messo un po’ per capire di essere davvero a destinazione, perché al posto della vecchia palestra e del grande piazzale polveroso che fronteggiava la scuola sorgeva una collina artificiale, rigogliosa di alberi ed arbusti. Non un’aiuola, non un parco… ma un’intera collina. Solo l’edificio del collegio ed il piccolo cimitero con le tombe di famiglia erano rimasti al loro posto, ma tutto quello che ricordavamo lì intorno era stato raso al suolo e ricostruito. Le sorprese sarebbero proseguite nei giorni seguenti, passeggiando per le strade di Chenjiagou: non più di terra battuta, buie e fiancheggiate da fossi, ma pavimentate in porfido, ben illuminate ed adornate con statue ed alberi. Ingenti investimenti economici hanno colpito il villaggio, destinato a diventare una delle mete del turismo sportivo e culturale cinesi. Ora vi si possono trovare ristoranti, bar e negozi in abbondanza, ci si può fermare a bere una birra o a mangiare uno spiedino all’aperto, magari seduti ai piedi di una torre un po’ inquietante ad ammirare filmati promozionali e di propaganda proiettati giorno e notte da uno schermo gigantesco. Poco lontano, edifici di recente costruzione sono pronti ad accogliere centinaia di ospiti, cinesi ed internazionali. Tutto è all’insegna del Tai Chi, tutto rigorosamente in stile “vecchia Cina” come già visto a Datong: il nuovo che imita l’antico. Non si vedono più passare pastori con una manciata di capre da portare al pascolo, ma motorini elettrici ed auto di lusso. Qualcuno ritiene che Chenjiagou stia seguendo la stessa strada di Shaolin e di mille altre località della Cina, sostituendo il brutto autentico con il bel falso, trasformando un passato ricco di significato e dignità in una stucchevole ricostruzione ad uso e consumo dei visitatori. Può anche darsi e un po’ mi dispiace, ma del resto non si può pretendere che gli abitanti del villaggio continuino a far la fame per soddisfare la nostra nostalgia di “autenticità”.

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La statua di Chen Wangting, inventore del Tai Chi e simbolo di Chenjiagou

Stanchi per il viaggio, storditi dalla puzza di benzina ed a malapena in grado di orientarci com’eravamo, il nostro arrivo al collegio non è stato certamente il momento migliore della vacanza. Oltre tutto, prima di poterci riposare ci siamo dovuti dedicare ad una lunghissima trattativa con le gentili, efficienti ma ahimè inspiegabilmente lente impiegate della segreteria per ottenere due camere dove soggiornare, possibilmente non troppo luride e spartane. Nonostante questo, alla fine erano comunque abbastanza spartane: letto, gabinetto, qualche mobile dove appoggiare le valigie ed un divano. Non avevamo in dotazione asciugamani, bollitore e neppure carta igienica, evidentemente considerata un bene superfluo e pertanto disponibile solo in vendita presso lo spaccio. Il nostro lieve disagio a proposito evidenzia anche le tipiche contraddizioni occidentali: avremmo preferito che le strade e le case del villaggio restassero sporche e polverose come da tradizione, ma allo stesso tempo che le nostre stanze fossero pulite, comode e confortevoli. Niente di grave, comunque, sapevamo di non doverci aspettare il lusso di un albergo, perciò sopportavamo serenamente i catini di plastica sotto ogni condizionatore, i rifiuti che tendevano ad accumularsi nei bidoni della spazzatura e persino di inciampare continuamente sugli scalini di altezza diseguale. L’unico aspetto un po’ delicato del nostro soggiorno è stato sopportare le occasionali visite di un animale misterioso, che approfittava della nostra assenza per intrufolarsi in camera in cerca di cibo. Una sera abbiamo commesso l’imprudenza di lasciare della frutta incustodita sopra al tavolo ed al nostro ritorno ce la siamo ritrovata platealmente rosicchiata. I segni dei morsi erano così netti e precisi che un bravo odontotecnico avrebbe potuto prendergli l’impronta dentale, ma ciononostante non riuscivamo a raggiungere un’opinione unanime sulla sua specie di appartenenza. Io, Bruna e Maura eravamo banalmente portati a dare la colpa ad un topo, ma secondo Lorella l’intruso doveva essere per forza un geco, perché oltre ai morsi non avevamo trovato altre tracce di invasione mentre è ben noto come i topi siano incontinenti. Noialtri non eravamo così informati sulle abitudini scatologiche dei roditori, per cui seppure con qualche perplessità le abbiamo dato retta. Per ripicca, la sera dopo abbiamo trovato altra frutta rosicchiata e piccole cacchine sparpagliate sulle lenzuola e per tutta la camera. Secondo Lorella, doveva trattarsi a quel punto di un geco molto astuto che voleva depistarci e confonderci le idee. Noi abbiamo preferito comunque chiedere delle lenzuola pulite ed una trappola per topi.

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Non so se si è capito, ma noi eravamo lì per fare Tai Chi

Topo o non topo, il collegio dove eravamo resta comunque una delle migliori scuole di Tai Chi di Chenjiagou, il che equivale a dire del mondo. Durante la nostra permanenza  erano ospitate almeno una cinquantina di persone delle quali solo tre, oltre a noi, erano stranieri. Si faceva colazione tutti assieme alle sette e trenta del mattino: un insipido brodo di riso, pane al vapore, verdure stufate e uova sode. Bustina si è scoperta golosa di uova sode, se non altro per mancanza di alternative. Dalle otto e trenta alle undici e trenta ci si allenava, poi si pranzava di nuovo nella sala comune: verdure stufate, riso o pasta in brodo. Seguiva una pausa fino alle tre e mezza del pomeriggio, poi altre tre ore di allenamento. Alle sei e trenta si cenava, pressappoco con lo stesso menù del pranzo. Per fortuna, questa volta non ci hanno deliziato con le teste di gallina che ci avevano servito cinque anni fa, dev’essere stato assunto uno chef più raffinato. Dopo cena si era liberi di fare quel che si voleva: continuare ad allenarsi, riposarsi o passeggiare per il paese, ma senza dimenticare che alle dieci chiudevano i cancelli per cui non si poteva far troppa baldoria.

Abbiamo saputo che presto verrà costruita anche una nuova palestra, ma per il momento l’allenamento si svolge in una specie di grande capannone per i conigli o sotto un pergolato. Mentre noi trascorrevamo le giornata ad allenarci, Bustina giocava lì fuori con gli altri bambini. All’aperto non correva molti rischi. Una mattina che ci eravamo tutti rifugiati in palestra perché stava piovigginando, però, le sono bastati pochi minuti per farsi male, schiacciandosi due dita con un attrezzo sportivo. All’improvviso la serenità dell’ambiente è stata interrotta dal suo pianto disperato perciò io e Bruna, non riuscendo a capire quanto fosse seria la ferita, ci siamo precipitati dal medico, accompagnati dalle segretarie del collegio su uno dei soliti baracchini a quattro ruote. La scena era terribile e memorabile: noi che attraversavamo il paese alla massima velocità consentita da quel mezzo di trasporto, con Bustina che si stringeva la mano sanguinante e tutto il villaggio che girava la testa a guardarci attirato dalle sua urla di dolore e spavento. Al dottore, poco impressionato da tutta quella confusione, è bastato mezzo sguardo per valutare che si trattava di una ferita superficiale e sbolognarla all’infermiera affinché la medicasse. L’infermiera, a sua volta, doveva essere una comparsa assunta per rassicurare i turisti o essersi diplomata all’accademia di macelleria, perché disinfettava e ripuliva la ferita con la delicatezza che io di solito riservo alla cura del pollo prima della cottura, strappando la pelle con una pinzetta anziché tagliarla con le forbicine come usano fare i corrotti medici dei Paesi occidentali. Bustina non l’ha presa bene, strillando come Maria Callas nel periodo migliore. Con la mano fasciata ed in braccio alla mamma, però, il dolore poco a poco le è passato, tanto che una volta tornata in palestra la piccola si è subito addormentata stremata.

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Una volta qui era tutta campagna.

A Chenjiagou abbiamo incontrato persone provenienti da tutta la Cina. Oltre a noi, come dicevo, c’erano solo un romano e due francesi. Lorella è stata molto felice di trovare qualcuno con cui poter parlare decorosamente  in una lingua europea, e questo credo rappresenti il primo caso in assoluto in cui qualcuno è felice di incontrare dei francesi. La gente a Chenjiagou è sempre molto amichevole, inizialmente ci trattavano tutti con una specie di timore reverenziale dovuto soprattutto alla barriera linguistica, ma pian piano si sono sciolti. I primi sono stati i bambini: con il loro inglese scolastico non hanno avuto paura di avvicinarsi e chiedere di dove eravamo. Quando gli ho fatto vedere l’Italia sulla piantina, ingrandendo progressivamente la mappa per fargli apprezzare la distanza dal loro villaggio, hanno sgranato gli occhi. Con gli adulti ci è voluto un po’ più tempo, ma anche il fratello di Cindy si trovava lì per allenarsi e ci è stato di valido supporto, è molto simpatico e si è subito affezionato a Bustina.

Gli allenamenti di Tai Chi sono sempre di altissimo livello, anche se abbiamo nutrito delle perplessità nei confronti dei nostri compagni di lezione. Forse siamo troppo permalosi, ma a volte abbiamo avuto il sospetto che alcuni degli altri allievi approfittassero del fatto che non capivamo la lingua per sfotterci un poco. Il sospetto era alimentato dal fatto che ci indicavano, dicevano qualcosa in cinese e ridevano a crepapelle. È pur vero che, proprio perché non capiamo la lingua e non siamo avvezzi al linguaggio non verbale dell’Estremo Oriente, forse non c’era nessun reale collegamento tra quello che dicevano, quello che indicavano (cioè noi) ed il fatto che ridessero, poteva essere una coincidenza. Poteva essere che stessero indicando qualcosa alle nostre spalle. Poteva essere che stessero (spesso) raccontando una vecchia barzelletta. Noi d’altra parte ci vendicavamo affibbiando ad ognuno di loro dei buffi soprannomi: il Ragionier Filini, Bruce Lee, il Butterato, il Riccio, Confucio 2 – la Vendetta… La nostra acerrima nemica però era la Tigre della Magnesia, una femme fatale di un metro e venti che pareva uscita da un film di Sandokan per schermi da pochi pollici. Ella continuava ad interrompere l’insegnante con domande palesemente stupide (pur essendo in cinese, intuivamo che potessero solo essere stupide), faceva gran mostra delle sue scarse forme con delle mossettine leziose tipo spogliarellista di Kuala Lumpur ed era sospettosamente ilare quando indicava nella nostra direzione. Abbiamo dedicato gli ultimi due giorni a commentare ad alta voce in italiano e ridere malvagiamente ad ogni sua azione, per ripicca alle sue presunte malefatte. Bruna risentiva in modo particolare della sua fastidiosa presenza, tanto che approfittando di una dimostrazione è arrivata a pochi centimetri dallo stamparle un catartico calcio in faccia, azione peraltro agevolata dal ridotto sviluppo verticale della vittima. Dalla diplomazia del Ping pong alla guerra fredda della seconda media il passo è breve.

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L’istruttore che mi ha sopportato per quattro giorni

Nonostante tutto, al momento dei saluti ci ha preso lo stesso una lieve tristezza. Noi purtroppo stavolta ci siamo fermati solo pochi giorni, ormai era iniziato il conto alla rovescia per la nostra ultima tappa in Cina prima del ritorno a casa. Gli allenamenti a Chenjiagou sono sempre un’esperienza indimenticabile e credo che la maggior parte dei cosiddetti Maestri che insegnano in Italia farebbero una figura ridicola se dovessero confrontarsi con un qualsiasi istruttore di questo collegio, persino con il Butterato o Ciccio Mono-Sopracciglio. Anche se l’aspetto esteriore del villaggio è cambiato, anche se si vedono meno pecore e più botteghe, questo posto ha ancora un fascino unico al mondo. Sono sicuro che se avessimo occasione di fermarci più a lungo ne trarrebbe enorme giovamento non solo il nostro Tai Chi, ma anche la conoscenza della lingua cinese e della cultura locale, ad eccezione ovviamente della cultura culinaria che da queste parti è vistosamente trascurata. La prossima volta, magari: in quell’occasione arriveremo muniti di asciugamani ed apposita trappola per gechi.