Piano B per la Cina, intervallo: Per un pugno di Yuan

[Sappiamo tutti come il denaro non dia la felicità, ma è anche generalmente noto come la mancanza di denaro possa causare parecchi fastidi. Apro quindi una breve digressione sul problema che ha maggiormente funestato il nostro viaggio in Cina, ovvero la frustrante ricerca di denaro contante. Niente templi, parchi e gigantesche statue di Buddha in questa puntata, ma solo banche e stolidi impiegati dallo sguardo assente.]

Come anticipavo nella scorsa puntata, il monte Wutai è uno dei luoghi più sacri del buddhismo cinese. Anche noi abbiamo iniziato le nostre avventure in questa montagna con un bel pellegrinaggio: per una svista, infatti, ci siamo dimenticati di cambiare i soldi prima di arrivarvi ed avevamo solo inutile valuta europea a disposizione. Nessun problema, comunque, fino a quel momento ci avevano sempre cambiato i soldi in qualsiasi filiale delle principali banche cinesi; come opzione di riserva avremmo potuto comunque prelevare da un bancomat utilizzando la carta di credito. Decidiamo pertanto di dividerci i compiti: io e Lorella ci accolliamo il compito di procacciare l’indispensabile valuta locale per il gruppo, mentre gli altri aspettano serenamente in hotel, anche per tranquillizzare l’albergatore ansioso di incassare. Purtroppo banche e bancomat ci erano stati indicati ad un paio di chilometri nominali dal nostro alloggio, ma dopo molte ore di autobus una passeggiata – peraltro in discesa – non ci dispiaceva.

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Vedete qualche banca in questa foto?

Primo imprevisto: i due chilometri nominali si rivelano essere almeno quattro chilometri effettivi, ad ogni richiesta di informazioni ci viene sempre ripetuto di proseguire, andare avanti ancora un poco. Camminiamo e camminiamo, fiduciosi. Una volta arrivati finalmente alla prima banca, una specie di piccola cassa rurale, decidiamo di passare oltre per rivolgerci ad una più grande, poco lontano: difficile che le banche troppo piccole forniscano questo tipo di servizio. Un impiegato della banca più grande, dopo aver visto i nostri passaporti, ci spiega a gesti di non poter cambiare gli euro e ci rimanda ad una terza banca ancora più grossa. Proseguiamo. Secondo imprevisto: alla banca più grossa ci informano, in un inglese strascicato, che nessuna banca sul monte Wutai è autorizzata a cambiare valuta agli stranieri. Insistiamo, non possiamo crederci, chiediamo spiegazioni. Si raduna un piccolo drappello di impiegati, armati di traduttore automatico ed inglese della seconda media, e scopriamo che per cambiare non avevamo altra scelta che raggiungere Taiyuan, la città più vicina, a centoventi chilometri di distanza. Per fortuna restava sempre l’opzione del bancomat. Terzo imprevisto: i bancomat non riconoscono o non sono abilitati per le nostre carte di credito, per una questione di codice Pin o di antipatia interetnica, non è chiaro. E ora prendete tutti quei favolosi Euro che avete in saccoccia e fatene quel che meglio credete. Proviamo una terza banca, qui l’impiegata evita persino il contatto visivo e fissa il vuoto con lo sguardo da triglia pur di non risponderci. Io comincio a sudare freddo, Lorella perde la pazienza e comincia a gettare stizzita le proprie carte di credito di fronte allo sportello dell’impiegata riuscendo solo ad attirare l’attenzione della guardia armata, la quale ci si avvicina moderatamente minacciosa. Usciamo e riprendiamo a vagabondare, tentando negli hotel, nelle agenzie di viaggio, nella piccolissima cassa rurale che avevamo precedentemente sdegnato: nessuno ci sa aiutare anche perché nessuno parla inglese. Immaginate la frustrazione di Lorella, che l’inglese lo insegna a scuola. Abbiamo perso il conto degli imprevisti e cominciamo sommessamente a disperare facendo e rifacendo il conto della nostra cassa comune: gli yuan che avevamo nel portafogli erano davvero troppo pochi, non ci sarebbero bastati per dormire, mangiare e prendere l’autobus per spostarci da quella amena località. Dopo un lungo girovagare, entriamo nella lobby di un resort di lusso e lì troviamo un turista sino-americano disposto finalmente a cambiarci un po’ di soldi, il minimo indispensabile per pagare l’hotel e tirare a campare fino al giorno successivo: il tutto al prezzo di una saccente paternale sul fatto che dovremmo essere più organizzati ed informarci meglio sui posti che decidiamo di visitare. Sconsolati, torniamo verso il nostro hotel pensando a come ottimizzare il magro capitale. Inutile sottolineare come i quattro chilometri di strada fossero ora in salita, peggiorando ulteriormente il nostro umore.

Fortunatamente, mentre io e Lorella arrancavamo disperati tra istituti di credito e prendevamo in seria considerazione l’ipotesi di dedicarci all’accattonaggio, Bruna e Maura avevano insistito nel cercare la comprensione del nostro albergatore. Grazie alla mediazione di una turista polacca, questi dopo molta resistenza aveva infine deciso di accettare il pagamento in Euro. Meglio valuta straniera che nessuna valuta, avrà pensato. Al nostro arrivo abbiamo quindi scoperto che in qualche modo avevamo abbastanza soldi per sopravvivere qualche giorno sul monte Wutai ed anche per andarcene, anche se ci era costato un pomeriggio di pena e sudore. Potevamo finalmente ricominciare a divertirci, come vi racconterò nella prossima puntata, ma avevamo comunque una liquidità limitata. Come abbiamo risolto?

Dopo Wutaishan abbiamo fatto una breve sosta a Taiyuan, una città decisamente più grande. Anche qui io e Lorella abbiamo cercato di cambiare euro in yuan scontrandoci ancora una volta con la stolida mancanza di collaborazione delle banche locali. Di solito funzionava così: appena entrati venivamo accolti da un’impiegata molto gentile che non capiva un’acca di inglese, vedeva gli Euro ed impallidiva. L’impiegata cominciava a fare di no con la mano, io cercavo di spiegare in un cinese raffazzonato di cosa avevamo bisogno, lei diventava pallida e chiedeva consiglio alle altre impiegate. In tre fissavano basite il nostro passaporto. Dopo dieci minuti arrivava quello studiato, che sapeva parlare un inglese da quinta elementare, e toccava rispiegargli tutto da capo. Nessuno ci sapeva dare nessuna indicazione, qualcuno cominciava a fare telefonate misteriose e a prendere appunti, ci chiedevano e richiedevano dove dovevamo andare, con che mezzo, da che stazione. Alla fine ci restituivano il passaporto e ci indirizzavano ad un’altra banca. Roba che uno dice: almeno ci avessero mandato a quel paese subito, avremmo ottenuto lo stesso risultato risparmiando mezz’ora. Stremati e senza aver concluso niente, ci siamo consultati con gli altri ed abbiamo deciso di proseguire comunque per non perdere un’altra mezza giornata di vacanza.

Il giorno dopo avevamo circa sei ore di sosta nella stazione dei treni veloci di Weinan, nello Shaanxi. A questo punto abbiamo deciso che il magico team Luca-Lorella non era sufficientemente persuasivo con gli impiegati bancari, perciò è subentrata Bruna che anche in questo tipo di situazioni sa sempre essere molto convincente. Abbiamo investito gli ultimi spicci in un taxi e ci siamo fatti scaricare in centro, dritti di fronte ad una delle banche principali della città. Ciononostante, prima di riuscire ad ottenere i sudati Yuan abbiamo dovuto girare un paio di filiali, minacciare velatamente di chiamare la polizia e cercare di impietosire in ogni modo le solerti impiegate. Siamo riusciti nel nostro intento solo grazie al buon cuore di un’altra cliente che ha infine cambiato la valuta a proprio nome per velocizzare l’operazione, anche perché stavamo tenendo in ostaggio l’unico sportello aperto e non avevamo nessuna intenzione di andarcene.

Da questa lezione del tutto imprevista, che ci ha fatto perdere preziose ore di vacanza, abbiamo nondimeno imparato molte cose di cui faremo tesoro durante i prossimi viaggi:

  1. Pensare di viaggiare in Cina solo con carte di credito (“Tanto poi prelevo dal bancomat”) è una buona idea solo se avete intenzione di non muovervi dalle metropoli principali o non vi imbarazza l’idea di travestirvi da monaci tibetani e dedicarvi all’accattonaggio. Serve contante da poter cambiare.
  2. Cambiate i soldi in una delle suddette metropoli principali, presso lo sportello di una delle banche più importanti (Bank of China, China Construction Bank), ovviamente muniti di passaporto e molta pazienza. Per quel che ne so hanno tutte un pessimo tasso di cambio.
  3. Seriamente, si possono prelevare Yuan dal bancomat, ma non dappertutto. Solo dove il bancomat decide che gli siete simpatici.
  4. Pagare con Wechat o Alipay è un’ottima opzione… se avete un conto corrente in una banca cinese. Altrimenti o trovate qualcuno che vi ricarica il borsellino di Wechat oppure niente.
  5. In molte banche ci sono caricabatterie per il cellulare a disposizione dei clienti, quindi se avete la batteria scarica potete sempre entrare in una banca ed inventarvi una pratica assurda da sbrigare. Nel tempo che sprecheranno a cercare inutilmente di aiutarvi il vostro telefono sarà perfettamente carico!
  6. In alcune banche ci sono anche occhiali da vista a disposizione dei clienti che devono compilare moduli o firmare assegni. Comodo.
  7. In sostanza, le banche cinesi sono posti molto belli per stringere amicizia con gli impiegati, ricaricare il telefono, scroccare il wifi e leggere. Meno per cambiare soldi.
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Piano B per la Cina, #2: Datong Express

Come anticipato, abbiamo lasciato Pechino in autobus per dirigerci verso la seconda tappa del nostro viaggio: Datong. Non stupitevi se non l’avete mai sentita nominare, ha solo duemila anni di storia e meno di quattro milioni di abitanti, quello che in Cina si definisce un villaggio. D’altra parte, magari non l’avete mai sentita nominare perché non avete capito come si pronuncia. Pure noi abbiamo avuto qualche problema: inizialmente, a fronte dei miei goffi tentativi di descrivere la nostra destinazione, l’albergatore di Pechino mi ha spiegato con sufficienza che la dizione corretta era “Tàt’un”. L’impiegata della stazione dei bus me l’ha poi corretta in “Dàton”, mentre il tassista nasalizzava molto optando per “Tàt’onn”. Da lì in poi, ogni persona incontrata durante il viaggio l’ha pronunciata in modo diverso: l’unico punto su cui tutto il miliardo e mezzo di cinesi da me interpellato era concorde era che io sbagliavo comunque pronuncia. Tra di noi, infidi diavoli bianchi, ci siamo sempre accontentati di un banale “Datong-pronunciato-come-si-scrive“, con tanto di blasfema “G” finale.

Abbiamo scelto l’autobus come mezzo di locomozione perché, sulla carta, pareva più veloce del treno. In realtà il bus ha accumulato oltre due ore di ritardo, compresa una curiosa sosta di quaranta minuti in una stazione di servizio alla periferia di Pechino durante la quale l’autista ha cercato infruttuosamente di caricare nel vano bagagli uno scooter. Abbiamo quindi viaggiato più di sei ore sulle strade della Cina settentrionale, il che ci ha dato per lo meno l’opportunità di vedere da vicino alcuni aspetti del paesaggio che di sicuro su un comodo treno ci sarebbero sfuggiti: la Grande Muraglia in alcuni dei suoi tratti più spettacolari, una bambina che vomitava, i villaggi di campagna ormai in stato di abbandono, una bambina che vomitava, pagode, pale eoliche, vaste distese di pannelli solari, casupole diroccate costruite con terra e paglia ed una bambina che vomitava. La bambina che vomitava, come potete immaginare, era seduta proprio accanto a noi e ci ha allietato per tutto il viaggio con conati ed effluvi, complici gli scossoni della strada, gli ammortizzatori dell’autobus da sostituire ed i genitori che continuavano a farla bere alimentando di conseguenza il disagio.

(Ovviamente non era Bustina, noi l’abbiamo tenuta a secco per tutto il viaggio preferendo il rischio di disidratazione ai reflussi gastrici)

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Le leggi della fisica non valgono in Cina

Una volta arrivati a Datong, siamo stati subito catturati da un solerte tassista che ha cercato di stipare tutte le nostre valigie nel portabagagli, accontentandosi alla fine di lasciarle sporgere pericolosamente ed accompagnarci con il portellone spalancato al nostro hotel, che distava una quindicina di chilometri. Noi eravamo terrorizzati all’idea che le valigie cadessero fuori e si  sfracellassero sulla carreggiata, ma francamente eravamo anche troppo divertiti per fermarlo. L’hotel in questione, poi, era una specie di piccolo monastero, assolutamente delizioso dal punto di vista estetico ma molto spartano. Tanto per cominciare, non trovavano la nostra prenotazione, non parlavano nessuna lingua europea e non sembravano intenzionati a darci un posto per dormire se non al doppio del prezzo pattuito. Solo la mediazione del tassista, dotato del l’onnipresente app di traduzione, ci ha permesso di far valere le nostre ragioni. Inoltre, le nostre stanze avevano cinque letti, ma mentre quattro di questi avevano il solito durissimo materasso cinese, l’ultimo era dotato solo una tavola di legno coperta da un materassino di cinque centimetri. Indovinate chi ha scelto eroicamente di dormire su questo letto morbido come il granito? Proprio il vostro acciaccato narratore, esatto. Infine, bagni e docce erano in comune con gli altri ospiti ed i ristoranti nei dintorni chiudevano verso le sette di sera, mettendo a rischio anche le nostre possibilità di alimentazione.

Il lato positivo di questo alloggio, oltre ad avere un grazioso cortile dove chiacchierare con gli altri ospiti ed essere in assoluto il più bello per stile architettonico ed atmosfera dove ci sia capitato di dormire , era che si trovava a due passi dalla principale attrattiva turistica di Datong: le grotte di Yungang. Si tratta di un complesso di grotte scavate nel fianco di una collina, rinomate per le gigantesche sculture religiose buddhiste risalenti a circa millecinquecento anni fa, decisamente spettacolari. Dormendo così vicini, siamo riusciti a visitarle prima che arrivassero tutte le orde di turisti, perché è una destinazione molto popolare in Cina. Turisti stranieri, invece, se ne vedono pochi… pertanto, oltre ad essere costantemente fissati dagli altri visitatori, ci è capitato pure che qualcuno ci fermasse chiedendo di fare una foto assieme, come se facessimo parte delle attrazioni turistiche della zona. Sappiamo che questa è un’esperienza piuttosto comune per gli stranieri in Cina, ma nei viaggi precedenti ci era capitato molto raramente. A Datong, invece, è successo almeno cinque volte nel corso della giornata ed in particolare si rivolgevano a me, ritenendo forse più discreto importunare l’unico maschio della compagnia, non sapendo che in questo modo alimentavano pericolosamente il mio narcisismo. Davvero, ci sono rimasto un po’ male quando hanno smesso.

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Il secondo Buddha più grande che io abbia mai visto

Nel pomeriggio, sazi di Buddha giganti, siamo andati a visitare rapidamente il centro della città di Datong. Qualche anno fa, un sindaco visionario ha pensato di radere al suolo parte della città per ricostruirla in stile antico, con tanto di mura cittadine, torri, templi, strade e piazze ad integrazione dei pochi edifici realmente antichi superstiti. Non stiamo parlando di un piccolo parco, ma di un’area di almeno un chilometro quadrato, forse più, per non parlare del ben più ampio perimetro delle nuove mura antiche. Dato che Datong è una città a tradizione prevalentemente mineraria e legata all’industria del carbone, immagino che lo scopo fosse quello di avviare una riconversione verso il settore del turismo sfruttando la fama delle grotte. Il risultato è un intero quartiere di palazzi antichi, ancora in costruzione. Il risultato è ovviamente più grottesco che affascinante, una sorta di gigantesca scenografia teatrale magari anche fedele all’originale, ma autentica come una giostra di Disneyland o come quel villaggio western sardo nei film di Sergio Leone. Immaginatevi se spianassero tutto il centro di Rimini per ricostruirlo in stile impero romano, ad esempio, con i colonnati, i templi e le terme. Immaginate i salti di gioia di chi ci abitava prima ed è stato presumibilmente ricollocato in un’altra parte della città.

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Questi antichi palazzi sono probabilmente più nuovi del mio smartphone

La nostra visita è comunque durata poco, perché volevamo tornare al nostro albergo per cenare assieme ai monaci che vi abitavano. Ci avevano detto che c’era questa possibilità e Bruna e Maura ci tenevano molto per ragioni estetico-religiose, ma naturalmente bisognava rientrare presto perché i monaci cenano ad orari improbabili. Una volta arrivati lì, però, non riuscivamo ad intenderci bene sul da farsi. Un monaco stava effettivamente cenando su una panchina in cortile, reggendo la ciotola con le mani. Ci siamo seduti anche noi e dopo qualche minuto la proprietaria del posto è arrivata con una ciotola di spaghetti in brodo per Bustina. Per noi quattro, niente. Eravamo un tantino confusi ed imbarazzati, fissavamo la nostra adorata pargola che sorbolava la cena tentando una  conversazione con la signora per capire se ci fosse o meno un posto a tavola disponibile anche per gli adulti. Dato che noi non parliamo cinese e lei non parlava nessuna lingua indoeuropea, più che di una conversazione si trattava, però, di un penoso gioco di sguardi e di un gesticolare alquanto fumoso, mentre i nostri stomaci reclamavano con violenza crescente. La signora di quando in quando spariva all’interno della mensa, alimentando le nostre speranze, ma tornava sempre a mani vuote, ripetendoci qualche parola inintelligibile a cui noi rispondevamo con savoir-faire e sorrisi di circostanza. Alla fine, dato che si avvicinava paurosamente anche l’ora di chiusura dei ristoranti, spinto dalla fame ho preso l’iniziativa di seguirla in cucina e lì ho capito quello che cercava di dirci da mezz’ora: prendetevi una ciotola e servitevi direttamente dalla pentola, che il servizio al tavolo non è previsto. Scommetto che non le siamo sembrati molto svegli. Alla fine, seduti sulla panchina con le ciotole fumanti, siamo quindi riusciti a cenare come i monaci ma senza i monaci, perché nel frattempo loro avevano già terminato.

La mattina dopo, molto presto, il nostro solerte tassista è passato a prenderci per riaccompagnarci alla stazione degli autobus. Sotto una pioggia sottile ci siamo lasciati alle spalle anche Datong per la terza tappa del nostro viaggio: il monte Wutai. Si tratta di uno dei più importanti luoghi sacri del buddhismo cinese, meta di venerazione e di pellegrinaggio; noi ci siamo andati prevalentemente perché essendo a duemila metri di altitudine ci aspettavamo giustamente che il clima fosse accettabile anche in pieno agosto.

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Il nostro ostello a Datong, un piccolo angolo di pace e bagni fetidi

Quello che non avevamo debitamente previsto era la possibilità che l’ente dei trasporti cinesi assumesse un sociopatico come autista di autobus. Con la faccia sempre vagamente annoiata di uno che per anni ha guidato camion carichi di napalm su e giù per l’Himalaya ed ora si trova costretto suo malgrado ad entrare in contatto con altri esseri umani, per 150 km di strade di montagna questo signore si è prodigato in pericolosi sorpassi in curva ed imprecava rumorosamente quando il traffico o le condizioni della strada non gli consentivano di farsi strada mettendo a rischio la nostra vita. Inoltre, provava gusto nel suonare con ostilità il clacson ad ogni mezzo di locomozione o creatura intralciasse, anche solo ipoteticamente, il nostro cammino: auto, moto, camion, biciclette, pedoni, persino un piccione che si stava attardando sulla carreggiata. Come ha commentato Bustina, doveva essere “molto fiero del proprio clacson”.

Fortunatamente ogni tanto si fermava e ci concedeva una breve sosta con grande sollievo di tutti i passeggeri: non perché fosse prevista dalla tabella di marcia, ma perché lui o il controllore volevano fumare una sigaretta. Un momento di relax, soprattutto per noi che non fumavamo. In una di queste pause ci siamo fermati nei pressi di un bagno pubblico, rappresentato in questo caso da un vecchio container sul lato della strada, aperto alle estremità e senza soffitto, rozzamente diviso in una metà femminile ed una maschile. Inutile dire che ci è passato immediatamente qualsiasi stimolo fisiologico, forse per sempre.

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Questa curva ricoperta di slogan inneggianti al socialismo reale avrebbe potuto essere l’ultimo panorama su cui gettavo il mio sguardo terreno

Dopo quattro ore di questo idillio, dopo avere attraversato strade sgangherate che si inerpicavano tra valli e dirupi, sparsi villaggi che trasudavano miseria e durezza, campi avari ed occasionali asini al pascolo, siamo finalmente arrivati al monte Wutai. Sani e salvi, contro ogni statistica. Ma questa, come si dice, è tutta un’altra storia.

Piano B per la Cina, #1: Noi, i ragazzi dello zoo di Pechino

[Premessa: fedeli al motto “Usciamo di casa solo per andare in Cina”, siamo tornati di nuovo nella terra di mezzo. Questa volta non siamo andati da soli: hanno viaggiato con noi Lorella e Maura, due allieve dei corsi di Taijiquan di Bruna e conoscenti di vecchia data, alla loro prima esperienza da quelle parti. In pratica, aggiungiamo alla storia un paio di personaggi, come le serie tv a corto di idee. Nel nostro caso però sono sicuro che queste due simpatiche figure aliene forniranno spunti interessanti alle nostre avventure in terra d’Oriente.

Avevamo pianificato insieme, con mesi di anticipo, un itinerario che andasse a toccare Pechino e le principali capitali imperiali, oltre a trascorrere alcuni giorni a praticare di nuovo il Tai Chi nel leggendario villaggio di Chenjiagou. Vivendo però nel terrore di incontrare di nuovo il caldo asfissiante del primo viaggio, con temperature oltre i quaranta gradi, avevamo anche previsto un piano alternativo di massima che limitasse il più possibile le tappe lungo il bacino del Fiume Giallo, sostituendole con destinazioni più settentrionali o d’alta quota. Alla fine, viste le previsioni del tempo, abbiamo optato proprio per questo Piano B…

Come già in passato, questi racconti sono la trascrizione più o meno fedele delle mail che inviavo in Italia a parenti ed amici per rassicurarli sul fatto che fossimo ancora vivi. Non pretendono di essere un trattato geopolitico, trasudano pregiudizi ed etnocentrismo e sono, nel solco della tradizione scavato da Marco Polo, ricchi soprattutto di esagerazioni, bugie, omissioni e tanto amore per la Cina.]

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Non potete immaginare quanto sia stressante questa megalopoli

Il viaggio di andata non ha riservato sorprese: seguendo un copione ormai ben collaudato, abbiamo trascorso lunghe ore schiacciati nella zona economica di un volo intercontinentale, cercando disperatamente e perlopiù infruttuosamente di dormire qualche mezz’ora. Sedili scomodi, spazi ristretti, minuscoli schermi su cui guardare qualche vecchio film per passare il tempo, cibo orribile. A questo proposito, so che sareste anche voi molto curiosi di leggere finalmente la descrizione di un viaggio in prima classe, tanto per cambiare, perciò con molta umiltà vi ricordo per l’ennesima volta che per il prossimo viaggio sono anche disposto ad accettare una colletta da amici e parenti. Per amore della letteratura, ovviamente.

Bustina come sempre è stata molto brava, ora è molto più consapevole dell’ultima volta di ciò che la circonda, è emozionata all’idea di andare in Cina ed in particolare di tornare nella sua città natale di Xi’An, ultima meta del nostro itinerario.

Quest’anno il jet lag è stato particolarmente impietoso ed ha lasciato quasi tutti spossati. I primi giorni a Pechino ha fatto molto, molto, molto caldo, poi un paio di temporali notturni hanno finalmente reso le temperature solo calde. Il cielo era quasi sempre di un grigio afoso, ma l’ultimo giorno ci ha riservato qualche inaspettata spruzzatina di azzurro. Abbiamo alloggiato tutti e cinque in un monolocale vicino ad una stazione della metropolitana: bagno, cucinino, due letti matrimoniali ed un divano, piuttosto pulito. In generale il livello della pulizia della città sembra aumentato, in cinque giorni nessuno ci ha mai scaracchiato sul piede ed i bagni pubblici sono tutti dotati di porta. Come dico sempre, Pechino è una città quasi europea per i nostri standard.

Il soggiorno a Pechino è trascorso velocemente, noi indaffarati a riprendere un po’ di forze ed a visitare alcune mete poco turistiche, mentre Lorella e Maura si dedicavano ad alcune delle mete più rinomate. Dopo il parco Beihai con la sua gigantesca stupa bianca ed il tempio delle Cinque Pagode, Bustina ci ha persino trascinati tutti a visitare il famigerato zoo di Pechino, perché voleva vedere “i panda vivi”. Effettivamente i panda c’erano ed erano abbastanza vivi: tre esemplari depressi e svogliati che dormicchiavano sottovetro e rosicchiavano foglie di bambù dietro i vetri luridi che li separavano dai visitatori. A parte loro, tra gabbie arrugginite e spazi inospitali, lo zoo era in una condizione tale da suscitare più compassione che ammirazione. Bustina non ha colto le nostre perplessità e si è comunque divertita, noi abbiamo potuto ammirare delle splendide tigri ed un paio di animali misteriosi che non avevamo mai neppure sentito nominare.

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Il panda vivo, suo malgrado

Finalmente abbiamo visitato anche la Città Proibita, il “Vecchio Palazzo” come lo chiamano da queste parti. Per l’occasione è venuta a trovarci Cindy, un’amica conosciuta cinque anni fa nel corso del nostro primo viaggio, la quale si è offerta gentilmente di farci da guida. La sua presenza è stata decisamente opportuna: per limitare il numero di visitatori giornalieri a 80.000 persone, i biglietti per la Città Proibita si possono acquistare quasi esclusivamente online e solo da parte di cittadini cinesi o tramite agenzia. Grazie a Cindy siamo riusciti ad accaparrarci alcuni degli ultimi ingressi disponibili. La nostra amica è stata molto cortese anche se un po’ pressante: ci teneva molto a farci vedere il più possibile nel minor tempo, pertanto la visita è stata in verità un po’ frettolosa. Serberò comunque per sempre nel mio cuore l’imperiale maestosità del “Let’s go now” ed il sontuoso splendore del “Carry on, there are a lot of thing to see!” Mi è sembrato anche di vedere qualche grazioso scorcio architettonico, sbirciando oltre le ottantamila teste di turisti come noi.

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Probabilmente era più tranquilla quando era veramente proibita

Anche al momento del commiato da Cindy, dopo mezza giornata di corse e spintoni assortiti per poter dare un’occhiata nelle sale imperiali, si sono palesate alcune differenze culturali tra noi ed il popolo cinese: lei ci ha dovuto lasciare al ristorante per prendere il treno e tornare a casa, assicurandoci però che la fermata della metro era “not far”. Una volta terminato fiduciosi il pasto, abbiamo scoperto di essere invece ad un milione di chilometri dalla stazione più vicina e questo ci ha suscitato qualche perplessità, prima di realizzare che ovviamente i cinesi non misurano le distanze come noi. Ad esempio, mi risulta che il nome originale della Grande Muraglia fosse “Il muretto lungo da qui a not far“. Ad ogni modo, Cindy è stata deliziosamente gentile e si è fatta oltre quattro ore di treno per venirci a trovare e passare una giornata con noi, io francamente non so se lo farei neppure per andare a riscuotere da un debitore, perciò le siamo eternamente grati per la simpatia e l’aiuto che ci ha dedicato.

Pechino rimane ai miei occhi una città meravigliosa, con i suoi hutong malridotti ed i grattacieli, i suoi antichi templi e gli ampi parchi, l’onnipresente polizia e la capillare metropolitana, senza scordare gli onnipresenti e capillari controlli della polizia prima di accedere alla stessa metropolitana, agli antichi templi ed agli ampi parchi. O a qualunque altro posto. Lorella e Maura sono rimaste un po’ perplesse e a volte infastidite da questa abitudine delle forze dell’ordine cinesi di controllare noi ed i nostri bagagli all’ingresso ed all’uscita di ogni luogo pubblico, io ho cercato di coglierne gli aspetti positivi. Per esempio, immaginando che mi stessero facendo un delicato massaggio rilassante su tutto il corpo non era neanche male.

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Questo è il modello originale del Toblerone

I pechinesi sono uno strano misto di sofisticati cittadini metropolitani e campagnoli inurbati, passano le ore con gli occhi fissi sul telefono a guardare serie tv in costume, si scaccolano serenamente in metropolitana anche per una buona mezz’ora e fumano ovunque, con particolare gusto dove è vietato. A me fanno impazzire i piccoli dettagli innocui: ad esempio, perché premono il pulsante per chiudere le porte dell’ascensore dopo aver selezionato il piano? Pensano che in questo modo l’ascensore parta più velocemente? O che possa partire con le porte aperte? La maledetta barriera linguistica che ci separa ci ha impedito di risolvere il mistero. A tavola fanno un sacco di confusione, ordinano molta più roba da mangiare di quello che intendono consumare e lasciano il tavolo pieno di avanzi, gettando invece per terra cartacce, pacchetti vuoti di sigarette e mozziconi. La scena più triste l’ha vista per fortuna solo Bruna: un signore che recuperava mezza anguria rosicchiata dal bidone della spazzatura e se la mangiava avidamente, dopo averla spaccata sul bordo del bidone come fosse stato un ovetto fresco. A parte questo signore, però, in generale a Pechino come in tutta la Cina si mangia piuttosto bene: non conoscendo il cinese, basta scegliere un ristorante dotato di menu con le foto, indicarle al cameriere e poi scoprire che miracoli è in grado di fare il fotoritocco nell’arte culinaria cinese. Oppure spiegare pazientemente che cosa si desidera mangiare, aiutandosi con i dizionari, le app di traduzione, la famigerata gestualità europea ed aspettare che il cameriere prenda nota e confermi di aver capito tutto. Sorpresa: non aveva capito niente. Altra sorpresa: quello che ti arriva nel piatto. Ad ogni modo, tutto molto buono.

A Pechino si può cenare al ristorante fino a molto tardi, i supermercati sono aperti almeno fino a mezzanotte mentre musei, templi e persino i parchi pubblici chiudono tra le tre e le quattro e mezza del pomeriggio, costringendoci a furiosi tour de force ed occasionalmente a sostituire il pasto con biscotti e l’equivalente cinese dei cracker. Le banche chiudono in genere alle cinque, per cambiare valuta serve il passaporto e si perde un quarto d’ora ma almeno mentre si aspetta si può ricaricare il cellulare nelle apposite postazioni. Persino Bustina non diceva più che la Cina assomiglia a Schio, era molto interessata a tutto quello che vedeva, chiedeva informazioni e cercava di attaccare bottone con tutti i bambini, tanto che si è finalmente sforzata di imparare qualche parolina di cinese. In compenso, lei continuava a suscitare la curiosità indiscreta di molti passanti: se è vero che la discrezione è una virtù decisamente trascurata al di là della Grande Muraglia e tutti ci fissavano piuttosto insistentemente, alla stazione del bus di Pechino una signora particolarmente fastidiosa aveva persino iniziato a richiamare tutti i viaggiatori in partenza accompagnandoli ad ammirare la nostra meravigliosa bambina, rischiando di prendere da Bruna oltre alle male parole anche uno sganassone.

Da quella stessa stazione, dopo aver vagabondato anche per il tempio di Confucio ed il grazioso tempio dell’Origine del Dharma, siamo infine partiti per la tappa successiva del nostro quarto viaggio in Cina. Ma questo, ovviamente, è argomento della prossima puntata.

Le avventure di Bustina #7: Mittelitalia

Le avventure di Bustina #7: Mittelitalia

Finito che ebbe con il serpente, Dio si rivolse al maiale e disse: “Io porrò inimicizia tra te e l’abruzzese, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questi ti schiaccerà in salsiccia e tu gli insidierai il girovita”.

(Genesi apocrifa)

 

L’anno scorso vi ho un po’ trascurati, è vero. D’altra parte, non c’è stato molto di cui raccontare: il 2017 è stato un anno avaro di viaggi e le poche vacanze che ci siamo concessi non sono state particolarmente fortunate e degne di nota. Il quarto viaggio in Cina, previsto per le vacanze invernali, è saltato per ragioni organizzative (non siamo riusciti ad organizzarci per avere abbastanza soldi) e pertanto il prossimo viaggio sarà direttamente il quinto.

Nel frattempo, però, io avevo pensato di sostituire l’Estremo Oriente con l’Estremo Meridione, progettando per il periodo tra Natale e la Befana una colossale avventura on the road con giro della penisola e destinazione finale in Sicilia, magari dalle parti di Ragusa. Dopo una breve contrattazione con Bruna, il progetto è stato ridimensionato fino a limitarsi al solo continente, con tappe a Pompei, Paestum, Salerno, Battipaglia, Matera ed Andria. Dopo un’ulteriore breve discussione, abbiamo realisticamente deciso di dedicare le nostre forze solo alla visita di Pompei e Paestum, ponendoci come meta ultima Battipaglia per via delle rinomate mozzarelle.

Ed è così che siamo andati a Magliano de’ Marsi, provincia dell’Aquila. Splendida località, peraltro, dove torniamo sempre volentieri. Quivi ci attendevano degli ottimi parenti, un’accoglienza generosa ed un’ospitalità ineguagliabile. Le nostre giornate, anziché consumarsi nell’appassionante ma faticosa scoperta dei tesori archeologici e culturali nazionali, sono state dedicate all’altrettanto appassionante scoperta di tesori enogastronomici che solo le abili mani abruzzesi sanno preparare. Fondamentalmente stavamo sempre mangiando, o cercando di digerire quanto avevamo mangiato per prepararci al pasto successivo. Per chi non avesse avuto la ventura di provarla, la cucina mittelitalica si basa sul consumo smodato di salsiccia di maiale: salsiccia alla griglia, salsiccia stufata, bruschetta con la salsiccia, pasta con il sugo di salsiccia, panino con la salsiccia e salsiccia ripiena di salsiccia. Questa passione per la salsiccia è stata introdotta nella cultura abruzzese per lasciare un po’ di tregua alla locale popolazione ovina, precedentemente oggetto esclusivo delle attenzioni gastronomiche locali (tra arrosticini, costicine ed altri manicaretti dal nome grazioso, l’Abruzzo è l’unica regione al mondo in cui la pecora è considerata specie a rischio di estinzione).

Bustina, che pure non si sottraeva alle libagioni, dedicava gran parte delle sue energie a giocare con i cugini, gli amici dei cugini, i parenti dei cugini e semplici passanti. A differenza di quanto preveda la nostra algida cultura settentrionale, infatti, nell’Italia centrale è consentito presentarsi a casa di altri (persino con bambini) in maniera del tutto informale e senza essere stati invitati in precedenza, motivo per cui la casa dei Cugini d’Abruzzo era meta di frequenti visite. La cosa ha suscitato in noi polentoni stupore ed ammirazione.

Unico diversivo al nostro incessante alzarsi da tavola e sedersi a tavola sono state delle brevi incursioni nelle terre innevate circostanti ed una rapida gita all’Aquila, capoluogo di regione e già vittima di un grave recente terremoto. Come temevamo, gran parte della città è ancora costellata di gru e cantieri, con i segni fin troppo evidenti della gravità della catastrofe. Alcuni palazzi hanno riaperto al pubblico, molti edifici sono stati restaurati, ma il lavoro da fare resta ancora molto e le strade del centro sono percorse soprattutto da operai e muratori.

Sulla via del ritorno, poi, ci siamo fermati a Ovindoli, per via delle rinomate mozzarelle. Qui, stanco del mio essere ovunque additato quale lo straniero settentrionale che sono, ho cercato pateticamente di mimetizzarmi esibendomi con il commesso del negozio di alimentari nel mio migliore accento romano, appreso durante la visione di innumerevoli cinepanettoni. Inutile dire che la patetica farsa non ha attecchito neppure per un secondo: tradito dalla mia erre cimbra, il commesso mi ha subito smascherato chiedendo sarcastico: “Ah, mi faccia indovinare: lei è di Siracusa, vero?” facendomi sentire più meschino di Fantozzi alle prese con l’accento svedese.

Anche il passaggio all’anno nuovo è avvenuto in compagnia dei parenti ed amici abruzzesi, che ci hanno fatto sentire meglio che a casa. Bustina ha assistito per la prima volta, spaventata ed ammirata al tempo stesso, al tradizionale scoppio di mortaretti e fuochi d’artificio, mentre noi adulti ci godevamo una cena casalinga che qui nella tundra vicentina sarebbe sufficiente per almeno un paio di matrimoni.

(Certo, io un po’ ci marciavo nel sottolineare le differenze tra l’asettico, freddo ed avaro nord e l’accogliente ed ipercalorico sud: avevo capito che in questo modo mi davano di più da mangiare).

Con gli ultimi abbracci ad un popolo ricco di storia, generosità ed insaccati si è così concluso l’ultimo viaggio del 2017 ed il primo dell’anno in corso, che ci auguriamo sarà ricco di nuove ed entusiasmanti avventure.

La Voce della Cina, n. 5

Nonostante sia stato accompagnato da una fastidiosa pioggerellina, il nostro soggiorno a Shanghai si è rivelato piuttosto piacevole anche se molto stancante. Questa metropoli è veramente incredibile, estenuante e ricca di contraddizioni.

Bruna è stata finalmente in grado di uscire, seppure con una certa moderazione. Abbiamo dunque dedicato gli ultimi giorni in Cina a fare qualche giretto, visitare alcuni templi e giardini, salutare il Buddha di giada ed acquistare qualche souvenir a buon mercato… L’atmosfera mi è sembrata molto diversa dalle altre città in cui siamo stati: non c’erano risciò, raramente si vedevano girare per la strada persone con termos per il tè da cinque litri ed i giovani si vestivano alla moda staccando raramente gli occhi dal cellulare, proprio come i debosciati di casa nostra. Sembra quasi una grande metropoli occidentale in cui per caso si siano ritrovati a vivere tredici milioni di cinesi.

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Un piccolo angolo di pace nel cuore della megalopoli

Un giorno, cercando il tempio di Confucio, abbiamo fatto una passeggiata per la vecchia “città cinese” di Shanghai. La città cinese ha ricevuto questo nome paradossale per essere distinta dalle concessioni o zone franche, ben più ricche e sviluppate, che gli stranieri avevano estorto con la forza al governo cinese dopo le guerre dell’oppio; per approfondimenti, vedasi la mia collana di volumi sulla guerra dell’oppio, disponibile solo sotto prescrizione medica. Abbiamo camminato tra vicoli stretti e case così malandate che solo le migliori potevano fregiarsi dell’aggettivo “fatiscente”, cercando di evitare bacinelle e bidoni di plastica che venivano lasciati sul marciapiede per raccogliere l’acqua piovana e soprattutto le signore che lavavano i vasi da notte agli angoli delle strade. Sbirciando dentro gli androni, si intravedevano i segni di una miseria antica dove il famoso sogno cinese stenta ad arrivare. Sullo sfondo, però, oltre le ragnatele di cavi elettrici si stagliavano i grattacieli più alti del mondo, lungo le strade sfrecciavano macchine di lusso e nei negozi si vendevano smartphone, giocattoli giapponesi ed animali domestici per uso non alimentare… per cui c’era veramente di che grattarsi la testa. Povertà e lusso, eredità storica e modernità, tutto insieme aggrovigliato nello stesso vicolo.

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La città vecchia di Shanghai, ancora in fase di costruzione

Nel vecchio tempio di Confucio lì vicino, che oggi più che altro ospita magnifiche collezioni di calligrafie ed è snobbato dalle moltitudini di turisti, abbiamo potuto apprezzare al contrario un’oasi di tranquillità tra gli ampi cortili ed il piccolo giardino. Qualche altro minuto a piedi e siamo incappati invece nella cosiddetta “vecchia Shanghai”, un quartiere ricostruito secondo lo stile architettonico di epoca imperiale con tutto il rigore storico di Gardaland… ad uso e consumo proprio dei turisti, ovviamente, che infatti vi ritrovano quasi esattamente la Cina che hanno visto al cinema o nelle serie pseudo-storiche in tv, con tutti i vantaggi di essere a pochi passi dalla fermata di una delle sedici linee della metropolitana e con la suggestione dell’altissima Shanghai Tower che spuntava in lontananza come un tentacolo di Cthulhu. Nei paraggi, gentili signore ci agganciavano per tentarci con orologi di marca decisamente falsi mentre passavamo tra le centinaia di negozi che vendevano ogni sorta di cianfrusaglie; del resto, ogni porta di Shanghai che si apre sulla strada è una bottega, dai giganteschi mall a più piani fino alle officine meccaniche che occupano appena mezzo metro quadrato… ed infatti aggiustano motociclette sul marciapiede, dotandosi di ombrellone quando piove.

Nel nostro girovagare, sfiniti dalla fame, un giorno abbiamo ceduto all’idea di pranzare in un ristorante italiano all’interno di un centro commerciale. Il menù meriterebbe un capitolo a parte di questa narrazione, a causa delle interessanti deviazioni artistiche dal concetto di cucina italiana. Senza farla tanto lunga vi dico solo che per non rischiare abbiamo scelto una delle pizze più semplici, con pomodoro, peperoni, olive, seppie ed ananas… proprio come da antica ricetta napoletana! D’altra parte, in centro a Shanghai i nostri amati “baracchini” con cibo semplice a buon mercato tendevano a scarseggiare, sostituiti da inquietanti “all you can eat” di dubbia qualità e non tanto economici.

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I migliori dolci della tradizione italiana

Abbiamo concluso la vacanza con una passeggiata sul Bund, il lungofiume costeggiato da imponenti edifici coloniali inglesi dal quale si può godere di una spettacolare visuale sulla skyline dei modernissimi grattacieli, vero e proprio simbolo della Shanghai contemporanea… per lo meno a quanto risulta dalle guide turistiche. In realtà, a causa della nebbia, siamo riusciti appena ad intravedere qualche profilo dei palazzi più vicini, per cui ce ne siamo tornati a casa con l’impressione che Shanghai sia tutto sommato una città piuttosto bassina. Sarà anche per questo che Bustina, interrogata per l’ultima volta sulla metropolitana verso l’aeroporto, ha confermato di non aver proprio notato differenze significative tra Schio e le città che abbiamo visitato in Cina. Alla fine mi sa che siamo noi i provinciali, lei è già cittadina del mondo.

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L’inconfondibile panorama di… Cinisello Balsamo?

La Voce della Cina, n. 4

Non sono stato del tutto onesto quando ho detto che non vi avrei tediato con foto ed aneddoti di Suzhou, perché devo ammettere che mentre Bruna se ne stava per forza di cose rinchiusa in ostello io e Bustina almeno qualche giretto ce lo siamo fatti.

La maggior parte delle volte, come già accennato, mi limitavo a rapide escursioni nel vicolo di fronte, la mia personale Diagon Alley. Si trattava in genere di solitarie sortite gastronomiche, ma con il migliorare della salute di Bruna ho iniziato ad includere delle piccole deviazioni a scopo culturale ed a farmi accompagnare dalla nostra piccola Guardia Rossa. Un giorno, ad esempio, io e Bustina siamo andati a visitare un piccolo tempio buddhista all’inizio della strada, che a differenza della maggior parte di quelli che abbiamo visto in queste lande non era solo una trappola per turisti ma un vero luogo di preghiera con poche pretese artistiche e molto frequentato dalla gente dei dintorni. Le dimensioni del tempio sono modeste anche perché uno dei cortili deve essere stato adibito ad officina o altre applicazioni patriottiche qualche decennio fa ed ora risulta piuttosto malandato, ma nel complesso si tratta di un luogo carino e pacifico. Poco più avanti lungo la stessa via siamo andati a visitare i ruderi di un altro tempio sovrastatati da due alte pagode gemelle, dove Bustina si è divertita a praticare Tai Chi con un signore del luogo. Queste erano in realtà le uniche due attrazioni di Diagon Alley, ma per me sono state altrettanto interessanti le frequenti visite dal fruttivendolo, dalla signora che cuoceva le focaccine di sesamo alla piastra ed al piccolo negozio di casalinghi, oltre a tutte le meraviglie che potevo solo sbriciare frettolosamente dalle vetrine: mobili di antiquariato, carta e pennelli per la calligrafia, vasche di vetro piene di grossi granchi di fiume che aspettavano frementi il proprio destino… Inoltre, l’ultima sera Bruna mi ha convinto ad andare a farmi fare un massaggio ai piedi in una bottega che le avevo descritto ed è stata un’altra esperienza surreale: un tizio dall’aria equivoca mi ha fatto prima di tutto immergere i piedi in una tinozza di tè bollente, poi ha preso una lama molto affilata e mi ha eseguito una pedicure con minuzia da cesellatore ed infine mi ha fatto un lungo massaggio rilassante, tutto questo senza che neanche per un momento mi venisse in mente Pulp Fiction. Sulle poltroncine a fianco a me attendevano pazientemente manager appena usciti dal lavoro e signore dall’aria contadina.

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Le pagode gemelle di Diagon Alley

Mi sono un po’ affezionato a questa strada relativamente tranquilla, che terminava all’intersezione di uno dei mille canali di questa città antica.

Una mattina, incoraggiati da Bruna, io e la mia piccola compagna di esplorazioni siamo andati a visitare almeno uno dei molti giardini che rendono Suzhou rinomata nel mondo. La scelta è caduta su il Giardino dell’Umile Amministratore, il quale avrà pure amministrato umilmente ma certo non ha lesinato nella cura del giardino, che è tutto un meraviglioso susseguirsi di canali, ponticelli, pagode, bonsai… Da ogni angolo si ha una prospettiva diversa e più suggestiva delle precedenti, ogni sguardo si posa su un incantevole paesaggio da acquerello. Non oso pensare come possa essere in primavera, con le piante verdi ed il loto fiorito. Forse amministrava umilmente perché non gli erano rimasti più fondi, dopo il conto del giardiniere.

Con un libro ed un po’ meno turisti, sarebbe il luogo ideale dove trascorrere una giornata di completo rilassamento. O anche una settimana, se è per quello. Invece io al posto del libro avevo con me Bustina la quale, ben lungi dall’essere affascinata dalla studiata armonia del posto, voleva solo giocare a “io sono il gattino e tu sei papà gatto” ed essere presa in braccio ed essere messa a terra e andare in bagno e mangiare un gelato e tornare a casa e camminare sui muretti e andare a salutare tutti quelli che stavano mangiando qualcosa sperando di scroccare una caramella e nonostante tutto questo io sono riuscito a rilassarmi lo stesso, pensate che posto magico!

Al ritorno oltretutto io e Busta abbiamo di nuovo preso il risciò, che si era fatto tardi, non c’erano taxi e ormai siamo del tutto avvezzi a sfruttare la forza motore umana a nostro vantaggio.

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Non il clima più allegro per visitare un giardino, probabilmente

Ho chiesto nuovamente a Bustina, al termine della gita, se avesse finalmente colto qualche differenza tra la Cina e Schio. Ancora una volta, risposta negativa. Anzi, di quando in quando ci chiedeva conferma di essere davvero in Cina… e questo nonostante tutti le rivolgano in continuazione la parola in cinese (presumibilmente chiedendole se l’abbiamo rapita).

Nel frattempo, Bruna spiava dalla finestra le avventure quotidiane degli abitanti del cortile retrostante l’ostello: la visita del portalettere, un ragazzo che ciondolava senza meta apparente, una signora che si sporgeva per cogliere un fiore dal ramo. Tipo Hitchcock, in salsa di soia.

Questo, più o meno, tutto quello che abbiamo scoperto di Suzhou: la gente deve avere una predilezione per gli spaghetti in brodo visto che li propongono l’ottanta percento dei ristoranti, le banche sono aperte anche a capodanno ed è impossibile attraversare la strada, anche perché pure qui tutti girano su silenziose e letali motorette elettriche. Per difendere il guidatore dal freddo, le motorette sono equipaggiate con un capotto anteriore fissato al parabrezza; di notte le parcheggiano in genere sul marciapiede, a ricaricare la batteria con prolunghe attaccate chissà dove. Stando alla mia guida turistica restavano un altro milione di cose da vedere a Suzhou, ma sarà per la prossima volta.

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Motorino col cappotto, comodo ed elegante

 

Una mattina, finalmente, Bruna ha potuto lasciare le sue prigioni ed ha fatto una rapida passeggiata per Diagon Alley, prima che lasciassimo questa meravigliosa città ancora in gran parte inesplorata. Dopo un’ultima mangiata di ravioli abbiamo raccolto i bagagli e sotto una fastidiosa pioggerellina  ci siamo trasferiti a Shanghai per l’ultima tappa del nostro viaggio.

[continua…]

La Voce della Cina, n.3

Dopo le emozioni di Shanghai e Xitang, eccoci giunti ad un capitolo un po’ mesto e poco avventuroso del nostro viaggio.

Risciò a parte, il viaggio tra Xitang e Suzhou è stato monotono e non troppo lungo. Un tragitto in autobus attraverso una campagna pesantemente urbanizzata, in cui l’unica nota di colore era data dalle onnipresenti bandiere cinesi sui tetti delle case. Al nostro arrivo, però, l’amara sorpresa: il nostro ostello era in parziale ristrutturazione, con trapani in azione, mobili in assemblaggio ovunque ed imballaggi sparsi sul pavimento.  Poco male, non fosse stato che nella nostra camera non funzionava neppure il riscaldamento. Questa faccenda delle camere gelide è un karma che Bruna deve pagare per aver ripetutamente sostenuto di preferire un viaggio in inverno perché il freddo è più facile da sopportare del caldo estivo. Ad ogni modo, le tre ragazze che gestiscono l’ostello erano già consapevoli che il riscaldamento era guasto, ma non se ne preoccupavano perché avevano molte cose da fare e comunque sarebbe stato riparato il giorno seguente… una notte al freddo non fa male a nessuno ma fortifica anima e corpo, si dice in Cina. O lo dicono loro, in Cina. Bruna però era di diverso avviso, e le ha gentilmente sollecitate a far arrivare subito il tecnico il quale si è magicamente materializzato nel giro di mezz’ora, salvo poi passare quattro ore a trafficare con i colleghi attorno alla nostra camera con la rapidità e la solerzia di un impiegato della Cassa del Mezzogiorno negli anni Ottanta. Nel frattempo, noi siamo stati dimenticati nella sala comune, al gelo, per almeno un paio d’ore prima che dietro nostra insistenza ci permettessero di sostare in una sala dormitorio riscaldata.

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Il regno di Bruna a Suzhou

Come risultato della stanchezza del viaggio e di questa temporanea ibernazione, Bruna si è beccata una brutta influenza. L’ultimo giorno dell’anno 2016 lo si è quindi trascorso a letto a dormire, dopo aver consumato in camera un frugale cenone a base di ravioli in brodo. Allo stesso modo, mentre la febbre saliva e scendeva e saliva e scendeva, abbiamo passato i giorni seguenti con una routine davvero poco entusiasmante: Bruna prigioniera in una camera di una dozzina di metri quadri ed io in missione nei dintorni in cerca di cibo, medicinali e fazzoletti di carta. Bustina a volte mi accompagnava, a volte rimaneva a fare compagnia alla mamma inferma. Della splendida Suzhou non ho visto pertanto che un paio di vicoli attorno all’albergo, peraltro molto suggestivi, pieni di botteghette che non chiudono mai, templi, pagode, sale massaggi, ristoranti ed altre meraviglie che meriterebbero di essere apprezzate meglio. È evidente che il destino vuole impedirci di visitare questa città, visto che già durante il primo viaggio abbiamo dovuto eliminarla dal nostro programma a causa di criticità contingenti. Ovviamente non possiamo fare altro che maledire la sfortuna ed adattarci alle circostanze, mentre parenti e amici possono se non altro tirare un sospiro di sollievo per le centinaia di foto che NON saranno costretti a guardare ed centinaia di buffi aneddoti che NON dovranno sentire.

[continua con centinaia di foto e buffi aneddoti…]