La fauna delle dolomiti

Pur avendo diversi quarti di sangue cimbro nelle vene, non sono mai stato un amante delle montagne. Da piccolo ci sarei andato se solo fosse stato possibile camminare leggendo, durante l’adolescenza me ne allontanai come gesto di ribellione contro il sistema patriarcale, nel corso della giovinezza la vita all’aria aperta interferiva spiacevolmente con la mia rigorosa routine di alcol e spezie. Ora che ho una certa età di quando in quando mi piace fare una scampagnatina da anziano, confrontarmi con la natura selvaggia ed incontaminata, respirare l’aria buona e poi tornare a casa a guardare come procedono i lavori nei cantieri pubblici. Nel corso di queste mie sporadiche escursioni ho messo a frutto i miei studi sochologici osservando i miei contemporanei e giungendo alla conclusione che la fauna tipica delle Dolomiti si può dividere rozzamente in tre specie, in lotta per il possesso del territorio: l’uomo Quechua, l’uomo Montura e l’uomo delle Dolomiti.

L’uomo Quechua vive solitamente in città, fa un lavoro sedentario e pratica sport occasionalmente, un po’ per la salute e un po’ per confrontare le statistiche di runtastic con quelle del cognato, perché nel 2014 conta soprattutto la prestazione. Va in montagna due o tre volte all’anno, preparando l’escursione all’aria aperta con una ben più impegnativa nel settore trekking del decathlon, dove si rifornisce di tutto il necessario e buona parte del superfluo: berretto tecnico, canotta tecnica, camicia a quadrettoni tecnici, giacca antivento tecnica, pantaloni tecnici, calzini tecnici, scarponcini, bastoncini, occhialini, zaino, bussola, gps, altimetro, binocolo, torcia, crema solare, borraccia in alluminio, gavetta per le razioni k in caso di attacco nucleare, smartphone di penultima generazione per fare le foto ai paesaggi ma soprattuto a se stesso. L’uomo Quechua trascorre di solito unghe ore a pianificare su Internet percorsi e tappe, calcolare quantità di calorie necessarie al percorso ed indice di disidratazione, confrontare i commenti sul vitto delle diverse malghe espressi nei principali social network. A causa dell’eccesso di pianificazione, spesso esce di casa in ritardo, non trova parcheggio e, preso dallo sconforto, sale con la funivia o il bus navetta fino al rifugio, ciondola lì attorno per un po’, consulta l’altimetro, si compiace del panorama, mangia e scende, che tanto le dolomiti ormai sono tanto comode e le foto escono belle uguali.

L’uomo Montura è uguale all’uomo Quechua, ma ha speso quattro volte tanto per l’attrezzatura e questo lo fa sentire molto più sportivo. Se potesse, arriverebbe al rifugio direttamente con l’Audi, sgommando il proprio disprezzo in faccia all’uomo Quechua, che a suo dire involgarisce località altrimenti amene, impedendogli di rilassarsi come merita.

L’uomo delle Dolomiti abita nei paraggi dal tempo dei Reti e detesta gli invasori con la stessa cheta, viscerale passione. Non potendo gettarli nei dirupi, si limita a depredarli ferocemente facendosi pagare diciassette euro per un piatto di polenta coi finferli. Se deve andare in montagna, ci va in canottiera e con gli scarponi del nonno alpino, in groppa ad uno stambecco. Da vecchio diventa il nonno di Heidi.

Odissea marsicana

Domenica, un signore di mezz’età apre il cancello della cappella di famiglia nel cimitero di Magliano De’ Marsi, nelle campagne, saluta rispettosamente i parenti ed estrae dalla custodia un violino. Con il sole del mattino in faccia, dando le spalle ai suoi, suona rivolto al viale ordinato su cui si affacciano una di seguito all’altra le ultime abitazioni delle famiglie del paese. Non benissimo, forse. Le note si spandono tra le lapidi, accarezzano i visitatori di quel luogo silenzioso suscitando curiosità ed una misteriosa commozione. Non c’è mercimonio, in questo gesto pubblico e solitario, non c’è ambizione, solo la ricerca di un’ora di quiete personale in quel villaggio della quiete eterna. Lo ascolto quasi con le lacrime agli occhi, allontanandomi, senza motivo.

Ogni volta che parto per un viaggio, pur breve come questo, parto con l’eccitazione del vagabondo e con l’ignobile resistenza di chi deve comunque vincere l’attrito di un divano che odia. Sentimenti contrastanti. Ogni volta che torno, torno con la consapevolezza un po’ naif di essere più ricco in emozioni, conoscenze, salsicce secche in valigia e con il tragico dubbio di aver invece solo accumulato altre nozioni da wikipedia, senza che l’esperienza riesca poi a cambiarmi davvero. Tutto quello che ho visto in questi pochi giorni a zonzo per gli Appennini e la Marsica mi è sembrato meraviglioso e degno di essere vissuto: generose matrone, santuari gelati, arabeschi di marmo e di sentimenti, vecchie storie di famiglia, case restaurate o diroccate, paesini abbarbicati sulle colline come fuori dal tempo, macellai rancorosi, anziani sepolti in famiglia tornare brevemente alla vita. La modernità sembra priva di senso, al confronto, con i suoi telefonini scarichi e serie tv e lavori alienanti.

Se un giorno morirò seppellitemi però piuttosto al cimitero di Torano. E’ pieno di tombe selvagge ed inquiete, cresciute sregolatamente l’una sull’altra, tra cui la mia carcassa confusa potrebbe anche trovarsi a proprio agio.

Il miliardo /8

Com’è ben noto, l’esimio dott. Marco Polo il viaggio di ritorno l’ha preso un po’ largo, vagabondando allegramente per il Sud-Est asiatico e le isolette e l’India prima di decidersi a prendere il traghetto di ritorno per Venezia. Io et Amormio, vittime incolpevoli delle esigenze produttive del sistema capitalistico, ci siamo invece limitati a prendere un airfranz da Pechino a Parigi e da lì, dopo poche ore di comoda attesa, un altro aereo fino a Linate. I più attenti tra voi avranno notato che fino a questo punto il mio prolisso racconto non ha segnalato disavventure, nessun treno perso, nessuna rapina, nessun arresto per attività controrivoluzionarie. Poi siamo tornati in Italia, appunto.

Per prima cosa, l’aereo viaggia con un’oretta di ritardo. Pazienza, ormai siamo alla fine della storia, basta arrivare a Milano e sciropparsi tre ore d’auto per arrivare al Triste Borgo Natio e dormire. Poi però dobbiamo aspettare un’altra ora che il nastro sputi i nostri bagagli ammaccati ma pazienza, orami siamo a Milano e basta recuperare l’auto dal parcheggio e sciropparci queste tre ore di viaggio verso casa, l’ultimo sforzo. Poi però il nostro odore di the e di avventura stimola l’olfatto dei cani antidroga all’aeroporto, e le guardie ci chiedono gentilmente se abbiamo droga o soldi o se abbiamo frequentato gente che fa uso di droga o di soldi e meglio se ce lo dite subito, non c’è niente di male, risolviamo tutto più velocemente. Ci smontano il bagaglio, frugando fin dentro il flaconcino di autan, e sempre molto cortesemente dopo un’altra ora di perquisa ci lasciano andare mentre i cani ci guardano con l’aria di chi ha perso un amico. Ma fa niente, ci dobbiamo solo districare nel labirintico parcheggio di Linate, trovare la macchina e bla bla bla tre ore-casa-letto. Sono le sei del pomeriggio, siamo in piedi già da diciotto ore e cominciamo ad averne le balle piene. Troviamo l’auto. Le porte non si aprono. Panico.

Può essere la batteria del telecomando, diciamo. Torniamo in aeroporto e corrompiamo le guardie perché ci lascino entrare in zona duty free e comprare una batteria di riserva. Non è la batteria del telecomando. Le porte continuano a non aprirsi. E’ la batteria della macchina.

Batteria peraltro comprata nuova due settimane prima.

Non esistono ovviamente prove che lo dimostrino, ma l’ipotesi più convincente è che alla partenza, uscendo dall’auto, io abbia erroneamente premuto un pulsantino sul telecomando che non sapevo esistesse né a cosa servisse, e vien fuori che quel pulsantino accende le luci di parcheggio, e che non sia una buona cosa. Ora, come tutti sanno, le auto generalmente hanno una chiave meccanica di riserva per aprire le porte quando il telecomando non funziona. La nostra chiave meccanica di riserva era dentro l’auto. Avevamo per fortuna una copia di scorta.

A casa.

Accelero sul seguito: improperi, crisi isteriche, voglia di ricominciare a fumare, ricerca di uno scassinatore d’auto, ricerca di un meccanico che non avesse nulla da fare il sabato sera, ricerca di un mezzo sostitutivo per tornare a casa. Abbiamo lasciato l’aeroporto verso le dieci di sera, su una stramaledettissima Smart a noleggio con il ridicolo portabagagli pieno, esausti, fermandoci ad ogni autogrill per darci il cambio alla guida.

E la mattina dopo, recuperata la dannata chiave di scorta ed un carica batterie per auto, siamo tornati all’aeroporto a riprenderci la macchina pagando pure un sovrapprezzo per avere sforato il tempo di parcheggio. Alla fine ce l’ha avuta più semplice Marco Polo.

In conclusione, si chiederanno i miei piccoli lettori, cosa m’è rimasto di questo viaggio in Cina?
Cambiamenti epocali nella mia coscienza? La capacità di affondare sulle anche? Malattie veneree?

No, no e no. Ma dolci ricordi ed alcune considerazioni superficiali.
La Cina possiede la capacità di ridimensionare i concetti di spazio e tempo. Lo spazio, perché ogni distanza è almeno il doppio di quello che avevo immaginato. Il tempo, perché puoi fare seicento chilometri in due ore e poi aspettare un’ora in fila in biglietteria. Ridimensiona gli standard di pulizia, ti costringe a chiederti quanta sporcizia puoi sopportare, quanto siamo diventati troppo abituati al pulito e schizzinosi. Dai panni di camoscio vergine per pulire il vetro dell’iphone (eccessivo) ai piatti del pranzo sciacquati in un secchione di plastica unto (insostenibile) ci sono un sacco di sfumature di igiene più o meno sopportabili. Ti fa riflettere sui colori: la kitcheria è imperante, ovunque è un tripudio di luci al neon e vernici sgargianti, il grigio delle chiese stona contro l’allegra simbologia dei templi. La Cina rimette in discussione quello che sai fare: viaggiare in taxi, aggiustare al volo un paio di occhiali rotti, lavare i panni a mano in albergo. Ci vuole un secolo per sciacquare la roba nel lavandino di un albergo, tocca ripescare conoscenze ancestrali di economia domestica dall’inconscio collettivo o almeno dai ricordi della nonna. Allo stesso modo conoscendo appena la pronuncia dei numeri e venti parole di mandarino siamo riusciti a far tutto, senza guida, senza interprete, senza alpitour, anche e soprattutto quello che ci avevano sconsigliato di fare. Le cose che sembravano complicate sono risultate semplici. Il mondo è semplice da attraversare.

Chiudo con qualche parola di ringraziamento: a Marco Polo, che ha aperto la strada, e al sito Soffia il vento dell’est che mi ha fatto da guida nel libro del Rag. Polo. Al sito Sapore di Cina con i suoi preziosi consigli pratici di viaggio e al sito China Files che è una delle più importanti finestre sul mondo cinese e ieri ha anche pubblicato un breve articolo sulla nostra esperienza a Chenjiagou, che avevo scritto in precedenza per una pubblicazione del Borgo. Grazie ai compagni occasionali di viaggio ed allenamento, che hanno reso più semplice superare i pochi momenti di sconforto ed alle nostre esperte di cineserie nel Triste Borgo Natio, che sono state prodighe di indicazioni pratiche per prepararci al meglio alla spedizione.

[E’ finito, dai.]

[Era anche ora.]

[Che fate ancora qui? Sgomberare, sgomberare...]

Il miliardo /7

Pechino, proveniendo dalle campagne dello Henan o da Ping Yao, ma anche da Zhengzhou o Taiyuan o in fondo anche da Hangzhou, è praticamente una città europea. Cioé, hanno le macchine che puliscono le strade, non gli spazzini con la ramazza fatta con le fronde degli alberi. Hanno una metropolitana grandissima ed efficientissima, grandi viali pedonali, librerie internazionali. La gente è così educata che quasi quasi puoi fare anche centro metri senza che qualcuno cerchi di scatarrarti sulle scarpe, salgono sulla metro con lo sguardo ottuso dei tori portati al macello, travolgendo placidamente qualsiasi cosa (o persona) si trovi sul loro cammino, poi si siedono a giocare con lo smartphone per tutto il viaggio e non si rialzano mai più. Io credo ci sia gente che quest’estate si è passata le ferie in metropolitana a giocare col telefono, avevano l’abbronzatura solo sul contorno occhi.
Io et Amormio abbiamo trascorso un paio di giorni a Cambaluc più che altro per riposarci delle avventure a Chenjiagou, per cui i nostri interessi turistici erano rivolti soprattutto al mangiare ed al dormire. Vicino al nostro albergo, una cosetta molto occidentale senza infamia né gloria, abbiamo trovato un ristorante musulmano dove si mangiava molto bene e diverse bettole più che accettabili. Un giorno siamo saliti sulla collina del carbone, da cui si godeva di una magnifica vista sulla Città Proibita e le orde di formichine che la visitavano, un altro giorno ci siamo sfiniti in lungo ed in largo per il Tempio del Cielo, capolavoro dell’architettura Ming. L’aria è come ce l’aspettavamo, densa e giallognola e lascia un gusto acidulo in bocca, sapore di inquinamento e di suggestione. Pechino non ci impressiona, perché non ci sorprende. Al terzo giorno, o giù di lì, lasciamo l’albergo in una nuova alba di foschia estiva e ci facciamo portare in aeroporto.

Affidate al nastro bagagli le valigie piene all’inverosimile di libri, soprammobili kitch, souvenir per i nipoti e persino un tamarrissimo cappello da Raiden, spendiamo gli ultimi yuan per una scatoletta di mentine al duty free e ci imbarchiamo. Come all’andata, classe super economica e pasti vegetariani, che arrivano prima e diminuiscono drasticamente il rischio di avvelenamento. Sotto di noi, scorre il nastro della grande muraglia, la steppa mongola, l’Asia.

[continua]

[ebbene sì, non ho ancora finito]

Il miliardo /6

Lasciamo Chenjiagou di mattina, dopo una solida colazione a base di pane al vapore, verdure e minestrina, come tutti gli altri giorni. Restituiamo le scodelle e le bacchette che c’erano state assegnate d’ordinanza ed attendiamo il taxi. Nel mentre, ci scattiamo foto con tutti e prendiamo l’indirizzo qq di chiunque sappia l’inglese, per poter mantenere i contatti in futuro. Il taxi arriva. La strada è un pantano per l’acquazzone della sera prima, un camion è rimasto bloccato proprio all’inizio del dosso e le motorette elettriche non sanno proprio come passare, ma noi in qualche modo riusciamo a raggiungere il tratto asfaltato e veniamo accompagnati fin dentro la stazione degli autobus, dove praticamente ci imbarcano su un mezzo per tornare a Zhengzhou. Tanta premura (adeguatamente remunerata) ci fa sorridere, fino a quel momento ce la siamo sempre cavata contando sulle nostre quattro parole di mandarino stiracchiate.
L’autobus, stavolta, è moderno e dotato di tutti i comfort, tra cui gli ammortizzatori. Lo specifico perché non pensiate che “l’autobus scassato” dell’andata fosse uno stereotipo. L’unico problema del viaggio di ritorno, in effetti, è che un tizio due sedili davanti a noi aveva il raffreddore e voi sapete cosa fanno i cinesi quando sono raffreddati, vero?
Certo che lo sapete. Non occorre spiegarvelo.
Ma dato che insistete, ve lo dico lo stesso. I cinesi non si soffiano il naso, pensano che sia maleducazione o roba del genere. I cinesi sputano. Mi sa che l’ho già scritto. I cinesi sputano assai, meno ora che un tempo, ma più in campagna che in città e ovviamente più quando sono raffreddati di quando hanno il naso libero. Il nostro compagno di viaggio, giacché probabilmente è una persona educata, si fa quindi portare il cestino dei rifiuti, lo posiziona accanto al proprio sedile e ci scaracchia dentro per tutto il viaggio, ovviamente dopo aver aspirato dalle proprie viscere quanto più muco possibile e con il maggior rumore possibile. Due ore dura il viaggio da Wenxian a Zhengzhou, forse anche qualcosa di più. Due ore di allegri scaracchi.
A Zhengzhou stavolta ci fermiamo solo il tempo di cambiare l’autobus con un altro taxi, direzione stazione orientale. Da qui partono i treni ad alta velocità che corrono sulle direttrici nord-sud ed est-ovest, gran vanto dei trasporti della repubblica popolare. Entriamo in una stazione che sembra un aeroporto, facciamo una breve coda al banco della biglietteria, chiediamo del primo treno per Pechino. Quindici minuti, ci dicono. Porgiamo i soldi, trentacinque euro a testa, ed il passaporto, perché le nuove misure anti bagarinaggio prevedono che ogni biglietto abbia stampato il numero del documento di identità. Attendiamo al gate, dove i cancelli si aprono solo pochi minuti prima dell’arrivo del treno. Scendiamo ai binari, aspettiamo dove il numerino dipinto sul marciapiede indica che si fermerà esattamente la nostra carrozza, saliamo.
Zhengzhou-Pechino, poco più di settecento chilometri, velocità di crociera di 295 km orari. Da Zhengzhou parte uno di questi treni ogni mezz’ora, all’incirca, e dato il costo è uno dei pochi treni che puoi arrischiarti a prendere senza bisogno di prenotare il biglietto in anticipo, almeno nel periodo estivo. Dicono che l’intera rete dei treni ad alta velocità in Cina l’abbiano costruita nel giro di cinque o sei anni, infatti nelle nostre guide turistiche di dieci anni fa non vi si faceva alcun cenno. Immagino e penso, mentre scivolo rapidissimo sulle campagne, a terreni requisiti, tangenti intascate e devastazioni ambientali. Penso alle TAV di casa nostra, ai vantaggi e a gli svantaggi, alla differenza di condizioni. Tre ore dopo siamo a Pechino, ultima tappa.

[continua]

Il miliardo /5

Andarsene da Ping Yao non è stato molto più semplice che arrivarci. Un treno affollatissimo, in piedi e stretti come sardine fino a Tai Yuan. Un aereo ad elica, che sicuramente Marco Polo non ha preso nel corso dei suoi viaggi altrimenti non avrebbe mancato di descriverne l’aspetto malconcio, il rumore assordante e le inquietanti vibrazioni che ci hanno accompagnato fino a Zhengzhou, Henan, altra metropoli cinese da mille milioni di abitanti, snodo centrale dei trasporti e calamita irresistibile per le moltitudini di poveracci che esulano dalle campagne col sogno di un appartamento in un grattacielo di cinquanta piani, purché abbia l’acqua in casa e la corrente elettrica. Banche, motorini elettrici, enormi cartelloni pubblicitari elettronici, interminabili ingorghi di auto, cataste di angurie sul marciapiede, cataste di esseri umani sugli scooter. 38 gradi all’esterno, forse 20 all’interno del taxi e dell’albergo stile ikea che ci ha ospitato. Quest’ultimo era quanto di più lontano dagli ostelli tipici dove avevamo dormito fino a quel momento: televisione, un bagno pulito, ciabatte di carta e neanche una blatta piccola così.

A Zhengzhou abbiamo trascorso una notte sola, al mattino altro giro di taxi e poi qualche ora di viaggio su un autobus scassato, fino a lasciarci alle spalle la città ed attraversare il Fiume Giallo, quel giorno particolarmente limaccioso e pigro. Oltre il fiume, oltre un’altra anonima cittadina, il motivo ultimo del nostro viaggio: un villaggio di contadini, pastori e maestri di Taijiquan.

Chenjiagou, Henan, è la mecca dei praticanti di Taiji. Al netto delle leggende sui monaci e gli immortali, di gru e serpenti assortiti, Chenjiagou è il posto a cui fanno riferimento le più antiche tracce storiche relative al Taiji, da cui sono partiti i venti stili e le diecimila scuole che si sono diffuse ad Oriente ed in Occidente. In qualche modo, un po’ per caso e un po’ per amore delle tradizioni, in questo villaggio si è continuato ad insegnare e a praticare il Taiji per qualche secolo, nei cortili delle vecchie case, ai bordi dei campi coltivati a granturco e delle strade sterrate. Oggi vi si trovano alcune delle più prestigiose scuole della Cina, dove insegnano maestri noti in tutto il mondo (quando non sono impegnati in lucrose tournée). Chiunque pratichi quest’area marziale con una briciola di consapevolezza, sogna prima o poi di recarsi a Chenjiagou e confrontarsi con il fascino di questo posto, imparando dai migliori. Io pure, da bravo cialtrone, aspettavo da anni il momento in cui avrei potuto allenarmi a Chenjiagou, attingendo all’inconscio collettivo che di certo permeava il villaggio.

La vita di noi allievi estivi era piuttosto intensa. Una camera spoglia, sporca e polverosa. Spartana, senza offesa per gli spartani. Sveglia alla mattina presto, colazione a base di verdure e pane al vapore, allenamento in palestra fino alle undici e mezzo, pranzo a base di verdure e riso, tre ore di riposo, allenamento fino a sera, cena a base di verdure e riso. A sera niente, si dormiva, sia perché eravamo stanchi morti sia perché a Chenjiagou non c’è niente da fare e niente da vedere, e se ci fosse qualcosa da vedere non lo si potrebbe vedere lo stesso perché non ci sono lampioni lungo le strade. Ogni tanto, assieme alle verdure ci offrivano del tofu, l’unico tofu cattivo che io abbia mangiato in vita mia, o delle teste di gallina che curiosamente non ho mai assaggiato. Ma non ero lì per mangiare, ovviamente. Men che mai teste di gallina. Ero lì per allenarmi con i migliori maestri, per esercitarmi con i più determinati praticanti di taiji del mondo, per sudare fino ad inzuppare ogni centimetro di maglietta e ovviamente per ammantarmi di fascino esotico e fare lo spocchioso una volta tornato a casa e per Lao Tze, ho fatto tutto questo ed anche di più. Dopo un paio di giorni di allenamento intensivo nel caldo infernale di quella mitica palestra di campagna non sentivo più neanche la stanchezza. Dopo quattro giorni, non sentivo più la fame e la sete. Dopo una settimana, ho ricominciato a sentire la stanchezza, la fame e la sete con tutti gli interessi e ce ne siamo andati via, con un piccolo bagaglio di cose imparate ed un grande bagaglio di emozioni e magliette sporche. Immagino di aver anche lasciato lì qualcosa di mio, se non altro un principio di gastrite nel maestro che mi aveva seguito ed il ricordo di tutte le figure di tolla che ho fatto, unico dilettante tra tanti artisti.

[continua]

Il miliardo /4

A Ping Yao, dunque, io et Amormio ci siamo concessi alcuni giorni prima di proseguire verso la meta principale del nostro viaggio. Abbiamo percorso in lungo e in largo le strade polverose della città tartaruga, visitando templi di quasi tutte le divinità inventate dall’uomo, banche comprese, ed imparando a contrattare con i venditori cinesi in modo dignitoso. Contrattare in modo dignitoso significa: chiedere quanto costa, dividere per cinque, arrivare a pagare un terzo o metà, sapere di essere stati lo stesso fregati, ma mantenendo una certa dignità. Arrivare a questo risultato ci è costato qualche esperimento a volte anche imbarazzante, perché i cinesi si risentono se non contratti o meglio, si risentono se ti rifiuti di comprare al prezzo che propongono loro e però non sei neanche disponibile a contrattare per avere un prezzo più basso, però si risentono anche se offri un prezzo troppo basso. I commercianti cinesi di norma sono sempre incazzati.
Ping Yao è stato anche l’unico posto, in tutti i viaggi che ho fatto all’estero, in cui sono stato contento di incontrare degli italiani. Ad Hangzhou non se n’era visto neanche uno, e l’arrivo a Ping Yao tra viaggio e ruderi era stato un po’ traumatico, per cui ci ha fatto piacere scoprire che nella stanza accanto alla nostra dell’ostello-stile-hutong-con-letti-tradizionali-Kang alloggiava una famiglia di veneziani, simpatici giramondo con cui cercare un ristorante e scambiare quattro parole nella lingua di Dante. Perché io sono fatto così, se incontro italiani all’estero comunico solo in fiorentino trecentesco, essendo molto ligio nel rispettare le mie figure retoriche.
Altra cosa da segnalare di Ping Yao è un posto che mi pare si chiami Sakura Cafè, proprio sulla via principale. E’ il secondo posto peggiore dove abbiamo mangiato, quello in cui abbiamo pagato di più (nove euro per due panini, in una città dove di solito facevamo un pasto completo con quattro o cinque euro in due) ed in assoluto il locale con il più alto numero di camerieri intenti a giocare con il cellulare al mondo. Io voglio bene a quei ragazzi e capisco che invece di massacrarsi la schiena nelle piantagioni di riso abbiano preferito andare a scriversi messaggini nel fresco riparo del Sakura Cafè di Ping Yao ma per la barba di Mao Zedong, se non avessi chiesto più e più volte a quest’ora starei ancora aspettando quello stramaledetto panino con la cotoletta, che li colga lo scorbuto.
Ultima cosa da segnalare di Ping Yao è il letto Kang dell’ostello. Non è che lo saprei descrivere, è tipo una piattaforma rialzata che occupa mezza stanza con sopra un materasso. Provatelo. Davvero: è durissimo, pare di dormire sui mattoni, e voglio che soffriate come me. Inoltre, è solo il secondo letto più duro su cui abbiamo dormito in Cina, e questo getta un’ombra inquietante sui prossimi capitoli di questa saga.

[continua]